Abbiamo avuto la fortuna di assistere (e di raccontarvi) il live di una delle band più intransigenti, provocatorie e folli del panorama musicale contemporaneo.
In copertina: Prostitute durante un’esibizione dal vivo © Steve Gullick
Una lunga premessa.
Lo ammetto. Nell’ultimo anno sono stato ossessionato dai Prostitute, band del Michigan che fonde post-punk, industrial, istanze noise/psych rock e musica mediorientale. Sarà che il loro primo – e finora unico- album Attempted Martyr ben incarna lo stato d’animo corrente sia a livello globale che personale.
L’occasione, si sa, fa l’uomo ladro e l’opportunità di trovarmi a Glasgow per motivi lavorativi mi consente di segnare in calendario questa succosa e irripetibile data in cui la band si esibirà in un club cittadino – tra l’altro ad un prezzo oltremodo popolare che da noi non viene applicato più nemmeno dal circoletto ARCI di provincia. E comunque non sono (ahimé) previste date italiane nell’immediato futuro della band.
L’uggiosa sera del concerto incombe, così come la funesta equazione che “molto hype = altrettanta delusione”, di fronte a band emergenti non all’altezza delle sempre crescenti aspettative. La venue, Mono, è uno di quei classici pub vegan-friendly e socialmente impegnati, molto carino anche se un poco gentrificato e vagamente radical chic. In occasione del live, tavoli e sedie sono stati rimossi e nel poco spazio del locale, tra palchetto, bancone e fusti di birre, ci sarà posto per qualcosa come un centinaio di persone.
Fin dall’apertura il pubblico si accalca nel poco spazio sotto il palco e dopo una mezz’ora scarsa attacca il gruppo di spalla, i Gout. Trattasi di ragazzotti locali che sfoggiano un solido e convincente incrocio tra noise rock anni ‘90 à la Unsane e doom/sludge metal. Esattamente my cup of tea, come si dice da queste parti. Il set ha la funzione di scaldare l’attento pubblico e di farmi prendere confidenza coi volumi della serata: dal primo rintocco di basso che riverbera nello sterno capisco che, onde evitare acufeni del giorno dopo, sarà strettamente necessario indossare i miei fidi ear plugs. Ottime premesse, dunque, per quello che succederà poi.
Permettetemi un ultimo appunto di colore. Noto con piacere la trasversalità anagrafica e di genere del pubblico in sala (sarà che il prezzo calmierato avvicina i giovani alla musica dal vivo, giusto Milano?), così come delle band sfoggiate sulle T-shirt – dagli idoli di casa Primal Scream agli immarcescibili Swans. Sembra di essere in un film di Jim Jarmusch quando, da sotto le casse, un power-noise-techno-bro brandizzato Ramleh si volta per venire a complimentarsi per la mia maglia dei Raein, che dice di apprezzare molto. “Thank you, man, I like yours too”, ci mancherebbe altro (🥲).
All Hail!
Ore 21 in punto e salgono sul palco i tanto attesi Prostitute. Un trio di ragazzotti all-American accompagnati da uno scugnizzo dai tratti mediorientali, al secolo Moe Kazra, che già salendo sul palco si presenta in tutto il suo magnetico istrionismo. Il frontman brandisce il microfono provocatoriamente, ansimando in maniera ritmata e via via più ansiosa, nel crescente imbarazzo in sala, per poi proclamare “I turn into you” e scatenare il primo assalto sonico della band con Body Meat. Trattasi di un Grand Guignol in salsa noise rock, violento ed esagerato, dove il Nostro danza convulsamente e teatralmente seguendo le possenti ondate rumoristiche.
Nemmeno il tempo di riprendersi dal violento warm-up che il gruppo si fa sotto con M. Dada. L’asticella della performance viene alzata ancora, andando ad aggiungere delle roboanti tastiere al baccanale collettivo in un brano che, pur non rinunciando all’impeto industrial, introduce i caratteristici elementi poliritmici arabeggianti (un plauso soprattutto al fenomenale batterista). Ancora una volta è però il cantante a calamitare l’attenzione, agitandosi tarantolato tra gesti parodistici e sguardo spiritato, una sorta di crasi tra Javier Bardem e Carmelo Bene sotto anfetamine.

Una trance collettiva.
La parte centrale del live è dedicata ai nuovi pezzi che speriamo di ascoltare presto all’interno del prossimo album. Il tutto viene introdotto dal frontman che annuncia “we are here to dance, so let’s dance” con il tono di un apocalittico e apatico Anton Chigurh (appunto). I brani mettono ancora una volta in primo piano le influenze della musica africana e mediorientale (Takamba) rilette in chiave EBM/dance-punk contemporanea (Chalk e Model/Actriz su tutti), tanto che le tastiere diventano le protagoniste del concerto. Ovviamente nulla di rasserenante, Moe ci si scaglia sopra con foga quasi erotica come un novello Mr. Self Destruct e continuando le situazioniste danze berbere.
La band ha ormai in mano tutto il pubblico che partecipa infervorato alla trance collettiva, che raggiunge il suo apice nell’uno-due finale composto dai singoli Judge e All Hail. Le bordate psichedeliche si fanno quasi insostenibili e il frontman, completamente madido di sudore nel suo bomber nero, si spende senza ritegno tra sguaiati vocalizzi ed enfatiche gestualità. Palese a questo punto la distanza del gruppo dai concilianti canoni del post-punk britannico attuale, mentre è evidente una certa vicinanza alle rappresentazioni eretiche dei Pop Group.

Una perfetta fotografia del mondo post-moderno.
Impietoso ma necessario il paragone con il recente concerto dei Maruja a Milano, dove la dinamicità nu metal e i proclami sociopolitici si scontrano con un’intensità non sempre all’altezza – più innocua presa di posizione che reale urgenza artistica – e gli episodi migliori restano le jam/suite maggiormente contemplative (perplessità che avevamo già sollevato sia nel report della data di Bologna che nella recensione del disco). Qui invece le provocazioni sono tanto esagerate quanto necessarie, oltre che profondamente incarnate dal leader: nessun accenno di autocompiacimento, in una folle parodia della dissonante realtà arabo-occidentale messa in scena con pressante autenticità.
L’encore conclusivo, con la ripresa del sample di Consume Red dei Ground Zero e la feroce replica di All Hail, sancisce il tripudio collettivo finale per un live che rimarrà per parecchio tempo nella mente dei presenti. Se mi si dovesse chiedere il gruppo che meglio rappresenta lo Zeitgeist di questi tempi così grotteschi, violenti e profondamente post-moderni, non avrei alcun dubbio nell’indicare i Prostitute.
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Last modified: 8 Maggio 2026




