Il nuovo EP del duo diviso tra Calgary e Vancouver è un tripudio di riff roboanti, suoni taglienti e disagio espressivo.
[04.09.2026 | No List Records | noise rock, pigfuck, noise punk]
Decenni fa una fetta della famiglia del mio nonno paterno emigrò in Canada. Da allora innumerevoli volte è capitato che i discendenti di quella piccola ma significativa diaspora siano tornati a visitare il paese natale dei propri antenati, e la domanda che puntualmente rivolgo ai miei malcapitati parenti italo canadesi più giovani è “Ma voi li conoscete i METZ?!”.
Questo fatto apparentemente insignificante la dice lunga sul mio grado di dissociazione dalla realtà, ma forse è ancor più indicativo di quanto ami follemente il noise rock e lo tiri fuori anche in modi vagamente inappropriati. Alla luce di tutto questo, è probabilmente superfluo spendere parole su quanto mi entusiasmi scoprire band canadesi che fanno un sacco di rumore, e i Bat Leather rientrano a pieno titolo nella categoria.
Diviso a metà tra Calgary e Vancouver, il duo aveva esordito nel dicembre dello scorso anno con Pageantry, EP al fulmicotone dalla copertina bizzarra – non che quella di quest’ultimo sia da meno, anzi – con cui aveva messo plasticamente in mostra tutto il proprio arsenale sonoro.
Un’aggressione sonora.
Con il nuovo Dark Arts, se possibile, la formula del duo si fa ancora più violenta e abrasiva. Cinque brani per poco più di dieci minuti totali di durata, un tripudio di riff taglienti, voci sguaiate, ritmi serrati, suoni insostenibili e disagio a palate. In buona sostanza, tutti gli ingredienti necessari a rendere imperdibile un’uscita noise degna di questo nome.
Il singolo di lancio Dance Craze è la cartina tornasole di quanto detto poc’anzi. Un riff terremotante che riporta alla mente gli anni d’oro degli Unsane fa da impalcatura a un pezzo muscolare e robusto che apre l’EP come meglio non si potrebbe. Una bordata sonora che fa male come una pallonata in pieno volto mentre stavi guardando da tutt’altra parte, provare per credere.
Attraversando la roboante Misguided Projects e l’allucinata Then He Was Pulled Into a Machine con la stessa precarietà su cui si passerebbe su un ponte tibetano sospeso a centinaia di metri di altezza si giunge all’epilogo psicotico di Technical Aggression, un incubo a occhi aperti che prende a picconate le solite istanze noise al solo scopo di lasciare a terra un informe guazzabuglio fatto di frammenti sonori dalle reminiscenze pigfuck e sludge. Un vero e proprio Stige musicale.
Chissà se per l’estate prossima i parenti canadesi torneranno di nuovo a trovarci nel ridente Abruzzo. Se così sarà, ho già in canna il quesito socratico, la domanda esistenziale: “Ma voi li conoscete i Bat Leather?!”.
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Last modified: 8 Settembre 2026




