Alcune uscite dei primi mesi di quest’anno che vi consigliamo di recuperare.
(in copertina: Nothing © Luke Ivanovich)
VÍBORA – Egin Ez Dugun Guztia
[20.02.2026 | Zegema Beach | screamo, post-hardcore, emocore]
Concedetemi un po’ di sano nazionalismo: lo screamo italiano, per rilevanza storica, non è secondo a nessun altro in Europa (“pooo-po-poo-po-po-pooo”). Negli ultimi anni, però, altre scene europee si stanno imponendo con grande decisione, e tra queste la Spagna è senza dubbio quella che sta offrendo il maggior numero di proposte valide dal punto di vista qualitativo. I pilastri della scena sono chiari e solidi: identità territoriale e culturale (il concept Territorios dei Tenue, per citarne uno) da un lato, esistenzialismo e lotta di classe (Crossed, Viva Belgrado) dall’altro.
I Víbora, punta di diamante della scena dei Paesi Baschi, che si erano già fatti notare per l’ottimo esordio, tornano con un album ancora migliore del precedente, con un titolo che in basco vuol dire “tutto quello che non abbiamo fatto”. Fedeli ai principi del genere, confezionano un lavoro con una forte componente identitaria (la lingua basca domina le lyrics) narrando però di sentimenti universali quali nostalgia e perdita. A livello sonoro il lancinante scream, quasi al pari di quello dei maestri Endless Inertia, viene accompagnato ora da possenti breakdown post-hc/sludge (Zerbait Ona Idatzi e Sentir Nostalgia de Cosas que Quizá Nunca Pasaron) ora da assalti noise (Nuevas Formas e Autoestima) senza rinunciare al più classico emocore (Blu). Un album eterodosso da godere come una nuova frontiera del genere.
(Gabriele Sottocornola)
deathcrash – Somersaults
[27.02.2026 | untitled (recs) | emo, post-rock, indie rock]
I londinesi firmano il loro lavoro più introspettivo, confermandosi maestri di un sound che rallenta il tempo per amplificare i sentimenti. Il nuovo album abbandona parzialmente le oscurità più pesanti del passato per abbracciare una malinconia limpida, dove chitarre cristalline e sussurri confessionali lasciano spazio a improvvisi momenti più distorti. Questo equilibrio stilistico emerge chiaramente in tracce come NYC, guidata da chitarre liquide e da un’inedita e accessibile impronta indie rock, e Triumph, che sorprende per la sua potenza quasi emo. A fare da contrappeso a queste aperture melodiche c’è la monumentale The Thing You Did, oltre sei minuti di devastante crescendo sonoro che si chiudono con una potentissima cosa post-rock. È un disco profondamente umano che parla di distanze e rotture, perfetto per chi cerca una musica che sappia essere contemporaneamente fragile e viscerale.
(Federico Longoni)
Nothing – a short history of decay
[27.02.2026 | Run For Cover | shoegaze, noise rock, indie rock]
In quello che è il capitolo più maturo e viscerale della band, Domenic Palermo abbandona la rabbia noise del passato per esplorare una malinconia più nuda e confidenziale, muovendosi continuamente tra arpeggi fragili e ballate spettrali guidate dagli archi, come nella splendida Purple Strings, e fiammate di pura violenza sonora, come nell’emozionante Toothless Coal. Il passaggio repentino da linee melodiche sognanti e sature di riverberi a muri di puro rumore shoegaze crea un contrasto magnetico e imprevedibile, come in Cannibal World, che colpisce proprio grazie alle voci dilatate e alle chitarre contorte e distorte. Un viaggio sonoro bellissimo, cupo e logorante, in cui la fragilità convive con una potenza strumentale devastante.
(Federico Longoni)
thistle. – backflip (EP)
[29.05.2026 | Rex Recs | noise pop, shoegaze, indie rock]
Sempre care mi furono queste distorsioni. Dopo quel gioiellino dell’EP di debutto dello scorso anno, il trio di Northampton torna con il suo delizioso mix di melodie accattivanti, cascate di fuzz, riverberi sognanti e ritagli emo, il tutto opportunamente incorniciato da un’estetica 100% lo-fi.
Se pylon è il singolo che condensa alla perfezione le velleità slacker e distorte della band, tied è una sveltina hardcoregaze che sa tanto di Ovlov, mentre la sorniona ma corposa city, name chiude alla perfezione tredici minuti di pura goduria sonora. La vera bevanda dissetante dell’estate.
(Vittoriano Capaldi)
Amy Rose Mills – i think we’ve met before
[26.06.2026 | Fiadh, Brutal Panda | sadcore, slowcore]
Musica da sospensione temporale per un album che fin dal titolo dimostra apertamente di farsi beffe del concetto di linearità del tempo. Al suo debutto da solista, la musicista di New York dimostra di avere una sensibilità artistica a tratti commovente, oltre a un eclettismo davvero insospettabile (passare dai riff taglienti e i ritmi sincopati di Couch Slut e Adult Human Females a sonorità tanto introspettive e rarefatte non è esattamente il percorso più immediato e scontato del mondo).
Abbassate le tapparelle, chiudete le finestre e cercate di stare al fresco, se potete. Lasciate solo un piccolo spiraglio per accogliere i sinistri lamenti di the mosquitos keep multiplying, i fragili arpeggi à la Grouper di i have a crush on you e le sideree distorsioni che increspano a little treat (che vede il contributo di more eaze, altra artista che di musica sospesa e introspettiva ne sa qualcosa): chissà, magari anche voi scoprirete di aver già incontrato questo album in una vita precedente.
(Vittoriano Capaldi)
Makeshift Art Bar – Marionette (EP)
[26.06.2026 | autoprodotto | post-punk, dance-punk, no wave]
Vi siete mai chiesti come sarebbe stato essere presenti ad inizio anni ‘90 in quello scantinato di Louisville mentre si compiva la storia della musica-con-la-emme-maiuscola, tramite un gruppetto di ragazzini a nome Slint? Bene, qui abbiamo la possibilità di avvicinarci a quella sensazione. Con tutti i distinguo del caso e nonostante siamo probabilmente lontani dalla portata rivoluzionaria dei sopraccitati padri putativi del post-rock, le similitudini tra la loro vicenda e quella potenziale dei Makeshift Art Bar sono palesi.
Anzitutto, si tratta di un quartetto giovane (li abbiamo visti dal vivo, sono davvero MOLTO giovani), e suonano un post-hc personale e fuori dagli schemi, già in maniera molto matura e consapevole. In questo nuovo EP proseguono coerentemente il discorso iniziato con Lackluster Writing Makes Fundamental Reading andando anche a limare alcuni “peccati di gioventù”. L’apertura affidata a Chocolate e l’ipnotica Discipline, sono facilmente ascrivibili alle dinamiche dance-punk, proprie dei conterranei Chalk e Yard, mantenendo però quel nocciolo di follia rumoristica e di scabroso istrionismo. L’iconoclastia e la capacità di danzare in equilibrio tra (o su) i generi li avvicina più alla no wave di Suicide e Teenage Jesus (si senta Crows) che a qualsiasi altra forma di “onda” più o meno in voga in questo periodo. Ve l’abbiamo già detto, Ve lo ripetiamo con ancora più forza: non perdete di vista ‘sti ragazzi.
(Gabriele Sottocornola)
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Last modified: 13 Luglio 2026




