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Dalla Campania a Montreal – Intervista al produttore Roberto Forlano

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In occasione dell’uscita della compilation dedicata all’album capolavoro del 1999 The Fragile dei Nine Inch Nails, da lui prodotta, abbiamo incontrato il produttore, promoter e dj campano per parlare di scena emergente, estera, mercato discografico, litigate con Colapesce e tanto altro.
Ciao Roberto. Innanzitutto grazie per il tempo dedicatoci e complimenti per lo splendido lavoro che stai facendo.

Grazie a te, Silvio.

Come accennato in introduzione, tra le tante cose fatte e che fai sei direttore artistico di numerosi festival e live club. Qual è, a oggi, il ruolo del direttore artistico e cosa influenza maggiormente le scelte degli artisti? Tendenze, gusti personali, pubblico, cachet, booking che spingono l’uno o l’altro, o cosa?

Oggi i direttori artistici sono messi alle strette. I locali vogliono numeri o spesso mettono bocca nelle scelte. Sono rimasti in pochi ad avere “carta bianca”. I locali che funzionano sono quelli in cui si fa “squadra” e ci si divide i compiti e le competenze.

Nel 2014 nasce la tua agenzia di booking O’Live, con cui io stesso ho spesso modo di lavorare per il Garbage Live Club. Come si riesce a far funzionare il lavoro di booking in un periodo in cui l’offerta artistica sembra notevolmente superiore alla domanda?

Io personalmente cerco di migliorarmi, cerco proposte variegate e non mi lego a un solo genere. Ma è un lavoro sempre più difficile. I booking si moltiplicano e i locali diminuiscono. Alcuni locali sono legati a determinate agenzie e non si aprono ad altre. L’offerta poi va sempre di più verso l’acustico o band a formazione ridotta, perché i club non hanno sempre una strumentazione adatta o vogliono abbattere i costi. È molto difficile!

Spesso i gestori dei locali sono additati come responsabili principali della morte imminente o possibile della piccola scena alternativa e indipendente. Che tipo di rapporto hai con loro e quale credi sia il vero motivo per cui se da un lato aumenta il pubblico per i “più grandi” e i gestori cercano tanto le cover band, dall’altro gli ascoltatori sembrano meno interessati ai piccoli concerti?

I proprietari dei locali hanno le loro colpe indubbiamente. Molti non capiscono che il pubblico non deve scegliere la programmazione, ma il club con la sua programmazione sceglie e crea il suo pubblico ma ci vuole tempo e perseveranza. È anche vero che gli ascoltatori sono sempre meno attenti. Non ascoltano musica nuova manco a casa. Ma si può resistere. Club come il Garbage, il Marla, il Mishima ne sono l’esempio.

A proposito di organizzazione concerti, qual è stata la tua più grande soddisfazione e l’episodio invece di cui non saresti mai voluto essere protagonista o testimone?

Di soddisfazioni ne ho avute tante. Potrei dire di quando in un bar di provincia come il Rifrullo ho fatto suonare Calibro 35, Bud Spencer Blues Explosion, Dente, Diaframma. Oppure il sold out dei Wire l’anno scorso ad Avellino, prima di Roma e Bologna. Il fatto di cui non avrei voluto essere protagonista è indubbiamente “l’affare Colapesce“. Qualche anno fa lui mi distrusse con un post su Facebook additandomi colpe anche non mie. Mi sono assunto responsabilità totale anche per cose che non dipendevano da me. Ne sono uscito come il mostro nonostante oltre 500 concerti organizzati. Il suo “esposto” penso abbia rovinato la mia carriera, nel senso che mi ha sbarrato molte porte. Ma dagli errori s’impara e si va avanti.

So che sei anche dj producer col nome Buuble Gun. Sei ancora in attività? Che tipo di dj sei? Com’è cambiato nel tempo il ruolo del dj?

I dj oggi vivono lo stesso problema delle band. Molti miei colleghi alla fine hanno all’interno sempre il momento trash e revival. Solo così si campa. Io invece preferisco fare dj set e selezioni a tema. Se mi chiamano prima o dopo una band scelgo musica adatta.Oppure mi piace selezionare musica dello stesso anno. Ovviamente vengo preferito spesso da altri dj, ma la banalità è dilagante e lo so.

Oltre ad O’Live sei anche fondatore di O’Disc, etichetta di Floor5, Frankie Selector, ecc… A cosa serve, oggi, avere una piccola etichetta e in che modo queste riesono a reggere il peso di un calo drastico delle vendite?

L’etichetta per me è uno sfizio, un lusso. Produco cose che mi piacciono e stop. Non bado al mercato. Non mi piacciono i prodotti precostituiti a tavolino in stile itpop, trap etc.Mi piace aiutare artisti che mi piacciono e che credo abbiano talento come ho fatto con A fragile tribute.

In concreto, cosa fa e può fare una piccola etichetta per una piccola band?

Oggi le band non sanno cosa sia un manager. Io cerco di aiutarli anche in questo e non è poco. Bisogna guidarli. Il mercato è complesso mentre internet lo fa sembrare facile. Gli artisti ci cascano e poi rimangono delusi. Una piccola etichetta deve aiutare i suoi artisti a muovere tutti i passi giusti. Spesso mi chiedono quanti concerti faranno. Io gli dico sempre che all’inizio devono suonare su ogni palco a disposizione, i cachet sono un punto di arrivo. Solo così si costruisce hype, calcando palchi in lungo e in largo. Se non ti va di fare questo devi solo andare a un talent.

A dei giovani musicisti consiglieresti di trovarsi un’etichetta o una booking? o entrambe? E’ davvero utile e fruttuoso non essere totalmente indipendenti o ci sono delle condizioni necessarie?

Oggi consiglio di trovarsi un manager e di affidarsi completamente a lui. Ovviamente deve essere una persona competente. Il musicista che fa da solo spesso sbaglia perché non ha la visione giusta di quello che vuole e deve fare. Il manager saprà scegliere booking, promozione, etc.

Tra le tue band, ho visto che ce ne sono tantissime straniere: molte canadesi francofone o russe. Perché tanti canadesi?

È un canale che mi sono costruito negli anni, quello coi canadesi. Personalmente poi ritengo Montreal una vera e propria miniera di artisti. Il Canada poi ha una vera e propria industria musicale, finanziata dallo stato. Anche i tour all’estero vengono finanziati. In Italia l’industria musicale è improvvisata, e quindi anche gli artisti a volte si “improvvisano”. Per lo stato poi non esiste un’industria discografica. La Puglia ci ha provato a creare una cosa simile al sistema di fondi e aiuti che esiste in Canada e in molti altri paesi, sopratutto francofono, ma i fondi sono pochi e “copiano” anche male.

Lavorando con te, ho notato che spesso gli stranieri mostrano una disponibilità e una professionalità superiore alla media. Cosa spinge un’eccelsa band canadese a venire a suonare in Italia spesso per piccoli cachet? Cosa li differenzia dalle band italiane? E hai capito cosa differenzia la scena canadese da quella italiana?

Tornando a una delle domande precendenti in cui dicevo di “suonare ovunque”, ecco, questo vale per le band canadesi e che vengono dall’estero in generale. Se ti fai migliaia di chilometri, non lo fai per soldi, almeno che tu non sia gli Arcade Fire o un’altra band che fa grandi club o palazzetti. Quando ti spari una transoceanica, o semplicemente migliaia di chilometri lo fai per conquistare qualche “mi piace” sulla pagina Facebook, vendere qualche disco, fidelizzare un pubblico facendosi lasciare la mail degli accorrenti al concerto. Per le band italiane, quasi sempre, la musica è un hobby e paradossalmente badano prima al cachet che allo show. All’estero è di solito un lavoro, e proprio per questo un investimento. Se le band non arrivano a capire questo, come già detto, non gli resta che il talent di turno. Hai notato una cosa giusta. Una band che viene dall’altra parte dell’oceano viene qui per suonare il più possibile. Il loro obiettivo è conquistare pubblico, follower, visualizzazioni. Molte band italiane suonano solo per il cachet o per la serata fine a se stessa.

Parliamo finalmente della compilation, motivo di questa chiacchierata. Hai carta bianca. Spiegaci di cosa si tratta.

È nata quasi per caso. Pensavo alla compilation tributo a Rino Gaetano che ha fatto conoscere a tutta italia gli Afterhours. O a quella dei Consorzio Produttori Indipendenti dedicata a Robert Wyatt che fece conoscere a molti altri Max Gazzè. Mi piaceva anche l’idea di fare un po’ di “collettivo”. Volevo fare qualcosa che un po’ tributasse gli anni 90, che sono gli anni fondamentali per la mia generazione, ma anche vedere cosa succedeva a mettere le mani su un disco così importante. L’esperimento può portarci critiche feroci oppure farci “emergere”. Di sicuro desta curiosità. Io faccio anche promozione ad artisti sconosciuti, per lavoro, e oggi promozionarsi significa andare a un talent o fare trap o canzonette che ricordano Umberto Tozzi. Vediamo cosa succede!

Un sogno per il futuro, un obiettivo concreto e un progetto imminente?

Vorrei organizzare un bel festival con nomi dall’estero, tipo TOdays Festival, per intenderci. Poi mi piacerebbe entrare in qualche grossa produzione e lavorare per organizzare in Italia i tour di grandi band estere. Ma parliamo di sogni, giusto?

Ultima domanda. Puoi esprimere un solo desiderio per riportare la musica italiana ad alti livelli, per qualità, pubblico, interesse, popolarità internazionale. Quale sarebbe?

Forse basterebbe eliminare i talent e far scrivere e parlare di musica chi è veramente competente.

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