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Àmor, il ritorno dell’etereo Sturm und Drang dei Klimt 1918

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Confermando il suo suono inconfondibile e spingendolo verso nuovi orizzonti, la band romana è tornata per ricordarci quello che siamo.
[ 12.06.2026 | Prophecy Productions | alternative rock, post-rock, shoegaze ]

Cosa cerchiamo, quando ci approcciamo ad un nuovo disco? Un’esperienza inedita, sorprendente e magari straniante, oppure il rassicurante rifugio nelle sonorità familiari e amate, che appartengono al nostro passato?

Si parla spesso, a proposito della generazione cresciuta a cavallo tra gli anni ’90 e i primi del nuovo secolo, di una scissione psicologica profonda: quella tra un’infanzia analogica, fatta di lentezza, esplorazione tangibile del mondo, e una adolescenza digitale, segnata dall’esplosione di internet e da una connettività social insieme performativa e pervasiva.

A posteriori, mi pare che la musica dei Klimt 1918 incarni bene questa contraddizione. Band di culto romana nata proprio sul finire degli anni ’90 dalle ceneri di una formazione metal della capitale, i Klimt costruiscono i loro brani su una solida struttura alternative rock di basso e batteria, fatta di suoni viscerali e concreti, dissolti poi attraverso distorsioni eteree e atmosfere dreamy, che rendono l’ascolto quanto più onirico. Una sorta di Rural Psychedelia nostrana, per rubare il termine ad una band affine nata qualche anno prima oltremanica. Non a caso l’intera loro produzione appare percorsa da un malinconico e nostalgico senso di abbandono e rimpianto. Cos’altro ci si può aspettare dagli autori di un brano intitolato Ghost of a Tape Listener?

Un atteso ritorno.

A dieci anni di distanza dall’ambizioso doppio Sentimentale Jugend, i Klimt 1918 tornano con l’attesa uscita di Àmor: un LP che è insieme omaggio alla loro città natale e riflessione universale sull’inquietudine della condizione umana.

L’apertura, con il singolo Dream Core, è folgorante. Le ventate chitarristiche e l’etereo lirismo formano un trait d’union con il caratteristico suono della band a cui eravamo abituati (Skygazer), ma il tutto viene declinato con spirito più contemporaneo. Un ibridazione di generi “alternativi” che non sfigurerebbe in un nuovo disco degli Slowdive. Meno ispirata la successiva Aventine, un “vorrei ma non posso” che non graffia, adagiandosi sulle proprie suggestioni timidamente shoegaze.

Tante influenze per un suono riconoscibile e vibrante.

Nihil Vltra ed Eros invertono la rotta e osano spingersi verso lidi ancora più dilatati e smaccatamente space rock. Un barocco oceano musicale tra Magnog e Flying Saucer Attack in cui è dolcissimo lasciarsi trasportare sospinti da fuzz chitarristici e fiati. In Un Ètè Invincible sono invece il groove di basso e le pulsazioni della batteria a fare da spina dorsale al brano, stavolta vicino al decadente romanticismo new wave dei Cure, punto di riferimento storico della band romana.

La nenia iniziale in Arcade, viene sovrastata dalla marea di riverberi chitarristici alla maniera dei primi Sigur Rós, prima di smorzarsi ancora in un chorus pop. Forse il brano che meglio viene rappresentato dalla copertina dell’album, tra solipsistica malinconia urbana e una fiamma che brucia viva di ardore e speranza collettiva. La title track dovrebbe fungere da intermezzo strumentale ma si rivela uno dei momenti più memorabili dell’intero album, per come i nostri, da navigati contemplatori di scarpe, intagliano con maestria artigiana un maestoso e struggente arabesco sonoro.

***

In Perticore le vibrazioni post-wave si arricchiscono di un enfatico cantato in italiano, con i modi cari ai romagnoli Cosmetic. È uno sbuffo di it-pop d’autore (Amor Fou e Perturbazione) che amplia ulteriormente la tavolozza di un album già ricco di colori. Aftersun riporta in auge il suono classico della band, in bilico tra tinte dark, alt-rock carnale di marca Dredg e post-rock sognante. Si avverte qui con massima chiarezza la coraggiosa scelta di mixaggio: dare risalto alla forza emotiva delle parti strumentali, anche a discapito delle linee vocali più catchy ed immediate. Chiude degnamente Mountain, con uno dei rari momenti di estasi contemplativa dell’album, una distensione lenta e necessaria, all’arrivo di questo splendido viaggio.

In fondo, forse, è proprio questo ciò che cerchiamo in ogni nuovo disco: una variazione sui temi sonori che abbiamo amato, capace di sorprenderci facendoci apprezzare le nuove sfaccettature di qualcosa che, nel profondo, avevamo già interiorizzato.

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