DIIV – Frog In Boiling Water

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Il quarto album della band di Brooklyn è un inno alla disillusione, il suono (distorto) di un mondo che ha già perso.
[ 24.05.2024 | Fantasy Records | shoegaze, dream pop ]

Non lo sapevo, ma a quanto pare c’è chi ha fatto filosofia pure su questo: se prendete una rana e la gettate in una pentola di acqua bollente, quella povera crista riuscirà a saltare e a mettersi in salvo. Se prendete la stessa rana, la adagiate dolcemente nella pentola ma alzate la temperatura poco per volta, questa rana si adatterà al tepore crescente, finendo infine bollita (e immagino mangiata con gusto).
Non vi ho citato un qualsiasi ricettario padano, bensì il Principio della Rana Bollita di Noam Chomsky, da cui i DIIV hanno preso ispirazione per il loro quarto album, Frog In Boiling Water.

Il filo si riallaccia esattamente dove si era interrotto con Deceiver: da uno shoegaze limaccioso e oscuro che lascia ben poco spazio a brillanti squarci melodici à la Slowdive o a rivoluzioni della forma canzone come fatto dai My Bloody Valentine.

Dove Deceiver aveva degli hook luminosi a cui aggrapparsi (Blankenship, Like Before You Were Born, Horsehead), FIBW sceglie una via più omogenea, senza singoli di lancio particolarmente canticchiabili, o men che meno quei riff iconici a cui siamo stati ben abituati (Doused, Under The Sun, Dopamine, la già citata Blankenship). L’acqua è limacciosa da queste parti, lo sguardo è basso e quelle scarpe non sono mai state fissate così a lungo, e con tutta questa intensità.

© Sean Stout
***

In Amber setta subito il tono dell’album, con un mid-tempo inquietante e le chitarre che soffocano la voce di Zachary Cole Smith, mentre sciorina la sua disillusione per un futuro che sembra praticamente già scritto e si augura di fare la fine delle zanzare di Jurassic Park, imprigionate nell’ambra fino alla fine della storia.
La Brown Paper Bag che segue non è altro che lo stesso Zachary, ormai abituato da anni a cercare una pace interiore che metta in equilibrio sé stesso, il suo passato, l’immagine che gli altri hanno (ancora) di lui, la sua nuova vita da marito e padre, il mondo in cui viviamo oggi. Stuck on the ground, down, wasted.

La bellissima Everyone Out vive di una tensione che non esplode mai, ipnotizzando chi la ascolta con armonici e armonizzazioni, mentre il botto vero arriva con la successiva Reflected, che apre la seconda metà di FIBW con un muro di suono e l’ennesima invettiva  alla società che siamo diventati e alle bugie che ci raccontiamo per andare a letto sereni (“Keep that lump in your throat / Our lives are done / The good guys won / And everybody had fun”).

La tripletta che arriva dopo è probabilmente l’apice del disco: Somber The Drums ricorda Is the Is Are nelle melodie e Deceiver nei saliscendi delle chitarre e promette di diventare highlight dei prossimi live della band.
Little Birds riprende le atmosfere più sospese di Oshin e le stordisce con il cloroformio, ficcandole a forza all’interno di FIBW e… funziona?
Soul-net invece è il primo brano presentato dalla band, ai tempi ascoltabile solo da un sito web omonimo che ricalca teorie del complotto, internet 1.0, dark web e ogni tipo di psicosi o paranoia possa venirvi in mente: il pezzo si comporta di conseguenza, una Cura Ludovico in musica che cavalca docile, quasi con dolcezza, mentre le schermate del sito e il testo del brano ci accompagnano verso l’ovvia conclusione (“We were lost / Now we have something / They own our lives / And harvest our suffering”).

***

Lungo i dieci brani di Frog In Boiling Water, i DIIV si accertano di alzare la temperatura di distorsioni e messaggi poco per volta, facendoci acclimatare in questi 43 minuti di disillusione, critiche alla società, errori del passato e accettazione passiva di un futuro non più solo distopico. Si parte dall’individuo, si racconta una società, e poche band riescono a farlo con una mancanza di speranza così plateale da diventare per forza di cose autosabotaggio.

La rana invece siamo noi, incapaci di reagire anche quando le temperature iniziano a farsi insopportabili, infastiditi quando la politica si mischia con la musica, con i festival, con la cultura pop, ma altrettanto infastiditi quando le celebrities che ammiriamo non prendono posizione. Quando gli slogan non vanno bene, quando il messaggio è troppo semplice, quando pensiamo di salvarci la vita con il benaltrismo ma il suono è quello delle mani che scivolano sugli specchi. Quanto scalda tutta questa ipocrisia.

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Last modified: 30 Maggio 2024