Il furore dionisiaco degli EarthBall

Written by Live Report

La recente data londinese della band canadese è stata un vero e proprio baccanale sonoro all’insegna di rumore e sperimentazione.
[25.08.2026 @ The Lexington, Londra]

Foto in copertina © Kristjanne Vosper

Arrivano alla fine di un’estate insolitamente calda, come trasportati dai mulinelli di polvere che si alzano dai parchi londinesi disidratati. Un’aria mefitica, perfetta per la fumosa coltre di suono che si alza sul palco del Lexington. Entrare in quel piccolo tempio è già di per sé un’esperienza. Palco, pareti, divani riverberano prima ancora che gli ampli si accendano. Vite incrociate, spartiti spariti tra le assi di legno. Un’alcova uterina.

Ad aprire le danze c’è quel vecchio volpone di Charles Hayward (This Heat, Massacre e tanto altro) che di estati, o meglio di primavere, ne ha viste più di quante la scioltezza con cui ancora copula con la sua batteria lascerebbe pensare. Ad accompagnarlo il bassista Nathan Greywater, un polpo che si barcamena tra band (Joe Plastic), l’organizzazione delle open mic impro nights targate Skronk e il lavoro di sound engineer. Insieme imbastiscono un dialogo aperto basso-batteria, asciutto, dinoccolato, ruvido, tagliato dai suoni che irrompono dalle radio: musica classica, voci, frammenti di talk show.

Hayward sembra armeggiare con la sua batteria come se stesse caricando carbone su una locomotiva in corsa, cambiando pattern ritmici con la stessa frequenza con cui facevo zapping notturno alla TV tra le repliche del Maurizio Costanzo Show, T.J. Hooker e le televendite sui canali regionali.

Un preludio sfizioso, lungo il giusto per non annoiare (la formula rischia di mostrare la corda velocemente), che lascia quell’acquolina in bocca che si prosciuga immediatamente quando la tempesta magnetica portata dagli EarthBall divampa sul palco del Lexington.

Musica che sembra generarsi da sola.

Nanaimo suona come Sol d’Oriente, ma è Canada terraqueo. Vancouver lì davanti che guarda con il sopracciglio alzato.

Nanaimo, dicevamo. La città da cui viene il nucleo primo degli EarthBall, composto da Isabel Ford (voce, basso), John Brennan (batteria, percussioni) e Jeremy Van Wyck (voce, chitarra, tromba). Un covo di lupi di mare consumati dalla salsedine, con le loro caffettiere di latta e il tabacco sfuso, di bohémien fuggiti dalla grande città che non perdona chi ha scelto di non inginocchiarsi a sua santità il denaro, e fantasmi di chi è rimasto sepolto nelle miniere, mutilato dai macchinari, o saltato in aria per un incidente nel deposito di esplosivi.
E tanti pensionati.
Posto strano.

Le loro strade si intrecciano negli Shearing Pinx e nei Behaviours, e da lì la loro avventura corre su nastri magnetici fino a incidere per la londinese Upset The Rhythm il primo vero LP a nome Earthball, It’s Yours, nel 2024. Avant-noise rock che flirta con il free jazz cosmico, in una notte senza stelle. Lungo la strada caricano su un branco di autostoppisti dell’apocalisse, John Brennan alla batteria, Kellan Maclaughlin alla chitarra e talkbox e Liam Murphy al sax. Nel 2025 escono il live Actual Earth Music – Vol. 1 & 2 e il disco in studio Outside Over There. Vengono notati da The Quietus, che dà loro la sua benedizione con il secondo posto nella classifica 2025.

Ma l’acqua santa evapora velocemente al contatto con il magma che sgorga dalla materia sonora imbastita dal quintetto. Iniziano in due, rannicchiati sul palco. Avresti potuto confonderli con qualcuno che scava in un negozio di antiquariato alla ricerca di tesori, con quel classico suono timidamente tintinnante di oggetti che si sfregano.

Poi entrano gli altri.
Ciò che viene dopo non può essere dissezionato con il coltello affilato del commento tecnico. Non gli renderebbe giustizia. Come nel furore dionisiaco delle Baccanti, la materia sonora viene fatta a brandelli e ricomposta in un unico corpo pulsante. Gli strumenti perdono la loro fisionomia, il loro suono viene trasfigurato e amalgamato in una lava densa e ribollente. Le traiettorie soniche si deformano, si addensano e si dissolvono come sospinte dalle correnti del vento solare.

Il basso di Isabel fa da spina dorsale. Tutto il resto si plasma attorno. I fiati sferragliano come in un vortice ascendente, sulfureo e febbrile. Le chitarre modulate dal talk box sono melassa che impasta la materia.
Tutto è improvvisato e niente lo è.
La musica sembra generarsi da sola.

Come un rito ancestrale.

C’è quasi un senso di ineluttabilità nell’alternarsi di fasi statiche ed e-statiche. È come ritrovare un antico libro sepolto, le cui pagine non sono mai state scritte perché lo sono sempre state.

Il senso del tempo inizia a sfaldarsi come in prossimità della superficie di un buco nero. L’orologio segna quaranta minuti quando il primo brano finisce. Potrebbero esserne passati cinque o un secolo. Non farebbe molta differenza.

Sale sul palco Nathan Greywater a suggellare il momento. Insieme sgusciano dentro una jam più liquida e snella, più apertamente improvvisata, che cavalcano per altri venti minuti abbondanti.

Si alzano le luci.
Il vaso di Pandora si ricompone al contrario, come un nastro riavvolto: il fluido si ritira, il coperchio torna al suo posto.

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Last modified: 29 Agosto 2026