Hum of Hurt, la violenza sottopelle del nuovo album dei Converge

Written by Recensioni

Il secondo album della band di Jacob Bannon uscito quest’anno è meno irruente del precedente, ma anche stavolta tocca emozioni viscerali.
[05.06.2026 | Deathwish / Epitaph | metalcore, sludge metal, noise rock]

The Hum è un rumore basso e persistente che continua a pulsare in sottofondo, tra i 30 e i 40 Hz. Avvertito in diverse località negli Usa, in Canada e persino in Nuova Zelanda, The Hum è questa sorta di vibrazione sotterranea che il nostro cervello percepisce ancor prima di sentirlo. Un fenomeno misterioso, che gli scienziati non hanno ancora saputo spiegare.

La copertina di Hum of Hurt, secondo album in sei mesi dei Converge, è proprio la rappresentazione grafica di questo strano e affascinante mistero sonoro, una sorta di unione tra un ECG e una scossa tellurica. La band di Jacob Bannon ha reinterpretato questo “Hum” come manifestazione della sofferenza umana, come fosse un segnale generato dal dolore del mondo e diffuso in tutto l’universo.

Converge © Jason Zucco
Emozioni che si sedimentano.

Love Is Not Enough e Hum of Hurt sono due dischi strettamente legati, sia per il fatto che sono nati nello stesso periodo, sia per l’urgenza espressiva e le tematiche toccate. Ma, ascoltando il secondo lavoro di quest’anno dei Converge, si nota subito una differenza importante: questo nuovo disco trattiene la rabbia, rimugina sulle emozioni anziché sbatterle in faccia. Un album che lascia sedimentare le emozioni, che sviscera i suoi sentimenti in un flusso musicale più contorto.
Nei trenta minuti di durata si percepisce un’inquietudine che si sviluppa sottopelle ad ogni traccia. La rabbia c’è ancora ed è come al solito di forte impatto, ma qui i Converge hanno voluto esprimerla con una violenza meno brutale.

Se la traccia d’apertura Slip gthe Noose richiama i suoni puramente istintivi dell’album uscito a febbraio, il resto del disco invece rallenta, facendo risaltare il lato più noise e progressivo dei Converge. Detonator, ad esempio, mostra come la violenza possa venir espressa con meno irruenza ma con un impatto comunque devastante.
Kurt Ballou fa sempre un lavoro gigantesco con le sue chitarre abrasive e densissime, come nel singolo Doom in Bloom che fa del giro di chitarra il suo mantra, ma anche qui il metalcore si sviluppa e si contorce lentamente, si imprime nel cervello martellata dopo martellata.

Due centri su due.

Hum of Hurt è un album che viaggia a marce basse, senza il pedale dell’acceleratore a tavoletta. Riflette, rallenta, si prende il suo tempo. Dopo i sei minuti puramente sludge di Dream Debris, arriva la strumentale It Used To Matter, traccia post-rock meditativa e enigmatica, un momento di respiro e di riflessione prima dell’esplosione finale. Arriva a chiudere l’album la title-track, uscita anche come singolo, che esprime la sua furia metal con un riff inquietante, un groove contagioso, le pelli prese a mazzate da Ben Koller. E in fondo c’è Nothing Is Over, che fa di questo metal dilatato e rumoroso il vero simbolo dell’intero lavoro, con una lacerante coda post-metal.

Senza dubbio meno d’impatto rispetto al predecessore, Hum of Hurt prende però in mano il lato più riflessivo dei Converge: irruenza sì, ma sviscerata attraverso suoni più ampi, più aperti. Il metal fa spazio anche al noise, allo sludge e a momenti post-rock, portando avanti quella sperimentazione musicale intrapresa già nel 2021 con l’album collaborativo insieme a Chelsea Wolfe.

Il disco non colpisce per la potenza che arriva addosso e fa cadere a terra, ma per quella sua magnifica capacità di scorrere sottopelle; un lavoro sanguigno e più lento, ma che riesce comunque a mantenere altissimo il livello compositivo.
Due centri su due? Direi proprio di sì, con questi due album “fratelli” i Converge si confermano maestri assoluti del loro genere, incontrastati e ancora fondamentali.

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Last modified: 1 Luglio 2026