Liriche depresse, screamo e tanto altro per la band di Brighton che prova a scandagliare i confini dell’animo umano.
[27.03.2026 | Dog Knights Productions | screamo, post-hardcore]
Sapete perché non sapevo che disco consigliarvi e alla fine ho scelto proprio The Line That Shapes the Coast of Us dei Chalk Hands?
Ci ho messo anni per innamorarmi di uno dei miei album preferiti. Secondi per capire quando non era roba per me. Poi ci sono dischi che non sai bene ma già al primo minuto capisci che devi sederti, fermarti e dargli retta. Anche quando quello screamo sai che potrebbe infastidirti, ti viene naturale prenderti il tempo di tradurre quelle parole.
Ed è così che mi ritrovo a consigliarvi questo secondo album dei britannici mentre mi chiedo: perché cazzo mi sento così? Screamo, post-hardcore, math rock, post-rock, shoegaze. Vi stanno sul cazzo le etichette, vero? E allora non facciamo neanche la solita lista di riferimenti per sentirci molto intelligenti. Stavolta tutto questo conta davvero poco rispetto a come le parole, a tratti incomprensibili, si sposano con il sound.

“What does it take to feel alive?”
Furia e malinconia. Precisione matematica e caos. Disperazione e, ogni tanto, quella piccola, ridicola voglia di credere che domani possa andare meglio.
“Cosa ci vuole per sentirsi vivi?”: Ember Lane prova a fotterci. Chitarre luminose, atmosfera sospesa, una specie di bellezza malinconica che per qualche secondo lascia pensare che, tutto sommato, potremmo concederci un ascolto spensierato. Ma poi arrivano le urla, la batteria, il muro di suono e capisci che no, probabilmente non è così che se ne andrà questa merdosa giornata di agosto. È questo il gioco dei Chalk Hands e con Pauvre de Moi e Day Glow lo senti che fa male.
“Quando te ne sei andato, è stato quando ho veramente sentito la tua compagnia”. Bite Marks è probabilmente il primo, vero cazzotto nello stomaco. La batteria di Gary Marsden spinge e i cambi di ritmo non sono esercizi di bravura, ma necessità espressive.
“I’m confined to the shade of another day lost.”
Poi succede una cosa strana. Dopo averci scaraventato abbastanza vicino al fondo, i Chalk Hands decidono che forse possiamo anche respirare e con Breaking Waves si apre una piccola parentesi luminosa, quasi sorprendente. A Comfort You Borrow prolunga questa sensazione anche se con una ritmica più nervosa e quasi gioiosa.
Ma avete presente quando stare male è così normale che un momento di tranquillità ti mette ancora più ansia? E infatti The Line That Shapes the Coast of Us non è un disco interessato a farvi felici. È interessato piuttosto a scandagliare l’abisso che esiste tra la voglia di stare bene e la consapevolezza che probabilmente non ci riusciremo mai del tutto.
E allora arriva Peregrine a dare la mazzata. Qui i Chalk Hands si palesano con uno dei momenti più pesanti dell’album. Un andamento quasi doom, una tensione che cresce lentamente e una massa sonora che sembra voler trasformare il post-rock in qualcosa che puoi toccare.
Ma è soprattutto nella parte finale che il disco raggiunge la sua forma migliore.
“Sono confinato all’ombra di un altro giorno perso”: A Sure Fire Way to Disappear è probabilmente il brano che più di tutti sintetizza l’estetica dell’album: shoegaze, post-rock, screamo e un testo che parla di ombre, solitudine, vuoto. Poi arriva Your Skin Is Gold, dove la band lascia ancora più spazio alla parte emotiva; e quando pensi che ormai sia finita, arriva Sleep Tapes. Una chitarra acustica, quasi niente. “Quale cielo incontrerò quando finalmente dormirò?”.
È un finale bellissimo proprio perché non sembra un vero finale. Niente esplosione conclusiva. Niente ultimo crescendo. Solo una domanda sul futuro, su cosa ci sarà dall’altra parte. Una specie di postilla esistenziale lasciata sul tavolo prima di spegnere la luce.
Celebrare la perdita per superarla.
I Chalk Hands non hanno inventato il math rock. Non hanno inventato lo screamo. Non hanno inventato il post-rock e nemmeno quella particolare maniera di cantare la depressione. Ma non serve inventare qualcosa per farlo bene. Serve avere qualcosa da dire.
“C’è un modo per superare l’essenza della perdita. Celebrarla. Prendila e soffri, ma guarda le stelle.”
E questi ragazzi da dire hanno tanto.
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Last modified: 17 Agosto 2026




