Il debutto su lunga distanza della band di Manchester era uno dei dischi più attesi dell’anno: noi proviamo a dirvi la nostra attraverso una doppia recensione.
[12.09.2025 | Music For Nations | post-rock, jazz rock, rap rock]
Il parere di Francesca Prevettoni.
Tír Na Nóg è sicuramente fra i miei EP preferiti del 2025, ma lui ancora non lo sa – perché siamo a metà settembre ed è ancora presto per tirare le somme stilando classifiche a più non posso.
Con questa premessa, mi approccio alla prima prova su LP consegnataci dai mancuniani Maruja, già cosparsi di aspettative oltre misura che già inneggiano ad una papabile next big thing dell’attuale scena d’Oltremanica. Aspettative che, a parere di chi scrive, appaiono quasi in toto giustificate e soddisfatte.
Accantoniamo quindi (anche se con molto dispiacere) ciò che appartiene al passato: che a Pain to Power sia stata affidata la piena responsabilità di aprire una nuova fase non è cosa nuova. I Nostri non avevano fatto segreto, già ai tempi dei primi comunicati stampa che annunciavano l’album d’esordio, di voler porre la parola fine al percorso intrapreso con il trittico Knocknarea/Connla’s Well/Tír Na Nóg.
Ciò che davvero sorprende è invece una tavolozza di influenze non affatto scontata, rinnovata nel suono e nel processo di composizione: a post-rock e free jazz si aggiungono la tesa violenza del noise e del rap, energiche sferzate anni ’90, un tocco di mordente in più ai disegni tracciati dal sax. L’album si snoda fra brani dall’impatto più incisivo ma anche di momenti in cui la tensione si scioglie in correnti più placide e riflessive.
Tra ruvidezza e dolcezza.
La vena più libera e improvvisata concede spazio ad un deliberato ricorso ad una forma canzone più canonica e strutturata, aspetto maggiormente percepibile ascoltando i pezzi più immediati e potenti del lotto: la scarica di proiettili dell’opener Bloodsport ne è un efficace esempio. La voce del frontman Harry Wilkinson, qui più versatile che mai (anche se forse non sempre convincente come vorremmo), valica nuove frontiere con l’introduzione dell’aggressività di un cantato più rap, persino inacidito dall’asprezza di un accento che fino ad ora era stato quasi mascherato.
Un assetto vocale che combacia alla perfezione con l’intento di replicare talvolta sonorità più ruvide (à la Rage Against The Machine, per intenderci), ascoltare per credere la coda strumentale di Born to Die o le atmosfere di Trenches, che riportano addirittura alla memoria certi Korn (e chi sono io per dire che il ritorno del nu metal sia necessariamente un male?).
A bilanciare il quadro, la ricercatezza di atmosfere più pacate: ad esempio la dolcezza della melodia di Saoirse, o la ferita aperta che sanguina post-rock e disperazione in Zaytoun (unica vera reminiscenza dell’ultimo EP della band) – entrambe dediche aperte al popolo palestinese.
Un riparo sicuro.
Pain to Power è la colonna sonora di un mondo che assiste inerme all’avverarsi di tutte le sue più infauste profezie, e al tempo stesso terapia per chi vuole trovare un riparo sicuro. Arrivato in un momento decisamente propizio, in cui sembrava essere giunta la fatidica pietra tombale a posarsi sul nuovo post-punk e i suoi derivati, la speranza di chi scrive è che possa fungere da gancio di traino a scardinare le più recenti e scialbe tendenze baroque/pop folk comuni alle nuove leve UK, a favore di una deriva verso sonorità più abrasive.
La sua forza più grande sta però nel messaggio: un grido di disperazione contro tutto ciò che è ingiusto e ben ci rappresenta nell’utopico desiderio di vivere in una realtà in cui “sono le nostre differenze a renderci belli”.

Il parere di Gianluca Marian.
Pain to Power è senza dubbio un disco forte, carico di rabbia, temi politici, speranza e tecnicismi impressionanti. Tuttavia, sotto la sua apparenza potente si nasconde un cambiamento significativo rispetto alle loro uscite pregresse: una tendenza a spostarsi verso forme più riconoscibili e melodiche, meno legate al rischio sonoro e alla libertà improvvisativa.
La produzione è sicuramente muscolare: il lavoro di Samuel W. Jones, già presente nei tre EP della band, cerca di conferire coerenza, suoni carichi e avvolgenti, e un deciso impatto nei singoli che funzionano bene anche isolati. Brani come Look Down On Us e Break the Tension ne sono la piena conferma.
Lo spostamento dal jazz al nu metal come elemento caratteristico, mantenendo comunque quella base post-rock che li ha sempre contraddistinti, è notevole.
Anche nei momenti più quieti, come Saoirse, c’è l’intenzione di ingabbiare la libertà compositiva, di dare respiro all’ascoltatore medio, forse perso nel faso miasma prog dei lavori precedenti. Avevamo già trovato prodromi di questo cambio in brani come Thunder da Knocknarea e Zeitgeist e One Hand Behind the Devil da Connla’s Well.
Negli ultimi lavori, invece, l’atmosfera costruita tramite jam, improvvisazioni, dilatazioni e sospensioni era il nocciolo di una succosa nettarina.
La destrutturazione perduta.
Pain to Power sembra invece spinto verso la conformazione: lunghezze controllate, strutture più nette nei versi/ritornelli, momenti di transizione convenzionali. Questo attenua pesantemente l’effetto di immersione che le jam permettevano, e rende il disco meno radicale. L’improvvisazione diventa un soprammobile per mostrare la nuova, lucente e geometrica madia.
I momenti per “sgasare” ci sarebbero, come la sezione finale di Born to Die e l’incompiutezza di Zaytoun. Apro parentesi: io i Maruja li ho sempre riconosciuti come una forma contemporanea dei Pink Floyd, tra il periodo barrettiano e quello delle suite. La suddetta Zaytoun aveva un potenziale incredibile: il sogno era ovviamente una suite coraggiosa, magmatica, astratta. E invece si esaurisce tutto in un pigro interludio.
Si nota anche il sax, molto più centrale e forse invadente nell’economia del disco, vorticare in soliti pattern autoreferenziali che alla lunga stancano. Così come certe dinamiche di crescendo ed esplosioni, che finiscono per rimarcare dei cliché. Se penso a Kakistocracy, Aon o Resisting Resistance, mi domando dove sia finita quella spinta alla destrutturazione.
Una eccessiva standardizzazione?
In definitiva, Pain to Power è un lavoro ambizioso, poderoso e a tratti riuscito. Ma per chi, come me, apprezza nei Maruja soprattutto la dimensione della jam, dell’atmosfera e della sorpresa, c’è qui una delusione: la sensazione che il gruppo abbia scelto di normalizzarsi per rendersi più digeribile, più gargantuesco che pantagruelico.
Questo, soprattutto se si osserva l’evoluzione avvenuta con The Vault e Tír Na Nóg, che non abbiamo trattato nel sito, ma che di fatto sono indicati come quattro pezzi mentre costituiscono una incredibile lunga suite di ventidue minuti.
Non è necessariamente un male: l’accessibilità può ampliare il pubblico, aprire nuove vie e dare maggiore forza al loro messaggio. Il compromesso è però reale e ha minato la loro forza musicale.
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Last modified: 12 Aprile 2026




