Gli Interpol e il peso di un passato ingombrante

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Il nuovo album This Mirror Weighs a Ton non potrebbe avere titolo più appropriato.
[28.08.2026 | Partisan Records | post-punk revival]

Dopo essere stati tra i primi a dare nuova linfa al post-punk nella sua versione revival, arrivando con Turn On the Bright Lights a uno dei vertici assoluti del genere, gli Interpol non sono mai riusciti a trasformare quella vetta in una continuità artistica altrettanto convincente.

Ora, a ridosso del loro trentesimo anno di formazione, i newyorkesi si trovano davanti a un’altra sfida durissima. Competere con una nuova versione del post-punk non è esattamente una passeggiata. È una scena più moderna, a tratti meno cupa, a volte decisamente più cattiva e comunque molto diversa da quella a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila. Nel frattempo, il pubblico che ha adorato il loro debut ha virato verso nuove band: Fontaines D.C., Idles, Viagra Boys e tanti altri hanno preso quel linguaggio, lo hanno deformato, aggiornato e restituito a una generazione che non ha necessariamente bisogno di andare a pescare nei primi anni Duemila.

E allora viene da chiedersi: gli Interpol possono ancora essere ributtati nella mischia, dopo che li abbiamo tirati fuori con troppa fretta? La prima impressione è che Paul Banks non abbia affatto perso lo smalto che ha reso la sua voce una delle più iconiche e imitate della scena. Anzi, proprio il tempo sembra averle dato un peso diverso. Il tono profondo è sempre quello ma oggi porta con sé una certa ruvidezza che, invece di indebolirlo, lo rende ancora più adatto al mondo raccontato dal disco.

La voce più iconica del revival post-punk.

La consapevolezza di avere ancora un’arma del genere avrà probabilmente spinto la band a dare un ruolo primario proprio al suo leader, capace di restituire al disco quell’aura di eleganza oscura che da sempre caratterizza gli Interpol. Ed è una scelta azzeccata, perché questo non è un album nel quale la band cerca di adattarsi alle nuove coordinate del genere o ai tempi moderni.

Gli Interpol rimangono riconoscibilissimi ma è come se osservassero il proprio passato attraverso una lente deformante. Dal punto di vista sonoro, però, qualcosa è cambiato. Andrew Wyatt non si limita a produrre il disco: entra direttamente nella sua architettura con tastiere, organo e rhodes, mentre archi e fiati, chitarre acustiche, percussioni e una pedal steel ampliano un sound che per anni si è costruito tra chitarre, basso e batteria.

Il titolo non potrebbe essere più appropriato. Uno specchio che pesa una tonnellata. Sulla sua superficie riflette non soltanto la faccia che gli Interpol hanno oggi ma anche quella che avevano quando erano una delle band più importanti del pianeta. La title track è il punto in cui questa nuova prospettiva emerge con maggiore chiarezza. Lenta, oscura, granulosa, quasi sospesa. La batteria di Sam Fogarino suona lontana, le chitarre di Daniel Kessler sembrano galleggiare nel vuoto e la voce domina senza bisogno di alzare il volume. Già qui le chitarre sembrano arretrare per lasciare spazio a synth e sound design lasciando anche noi col dubbio su “che tipo di musica” stessero costruendo. Il risultato è un sound straniante che allontana il brano dalla consuetudine della band.

Poi, però, questa intuizione non viene sviluppata fino in fondo. See Out Loud e Wings On Fire riportano infatti gli Interpol verso territori più familiari: basso pulsante, batteria tesa, chitarre taglienti e quella voce che continua a sembrare perfettamente fuori posto in qualsiasi epoca diversa dalla propria.

Un limite che non è necessariamente un difetto.

Sono brani efficaci, ben costruiti, che ci ricordano perché gli Interpol siano diventati gli Interpol. Ma proprio per questo fanno emergere anche il limite dell’album: quando la band potrebbe spingersi oltre, spesso preferisce rientrare nella propria zona di comfort. Ma dopo quasi trent’anni, pretendere dagli Interpol una crisi d’identità potrebbe essere persino ridicolo da parte nostra.

In mezzo si piazza Iron City, uno degli episodi nei quali la band trova l’equilibrio più riuscito tra passato e presente, costruendo una New York urbana e artificiale. Pianoforte, tastiere e la consueta struttura di chitarre, basso e batteria convivono senza che nessun elemento sembri davvero estraneo al linguaggio della band. Ascoltarla dà la sensazione di camminare dentro una metropoli che continua a esistere mentre tutto intorno sembra andare in pezzi. Ritmiche dominanti in Wounded Soldier, ipnotismo sonico in Wake Up, nervosismo danzereccio in Bird and the Serpent ci accompagnano verso una seconda parte e un finale in cui le strutture abituali della band sembrano lentamente disarticolarsi.

E poi c’è Enemy, che probabilmente troverò citata come il miglior brano del disco tanto quanto esattamente il contrario. Il pianoforte sembra galleggiare, Banks canta con una vulnerabilità che non gli appartiene sempre e l’ingresso delle percussioni trasforma lentamente quella che sembrava una ballata dimessa in qualcosa di lisergico a modo suo. È uno dei casi in cui l’età della band diventa un vantaggio. Manca la malinconia fresca di chi non sa ancora dare peso alle proprie ferite. C’è invece una malinconia consapevole delle proprie cause che, resa in musica, produce un effetto molto particolare.

Il finale che non ti aspetti.

Sudden chiude il disco in modo quasi straniante, con una produzione volutamente più grezza. Anche qui la presenza della pedal steel, del pianoforte e di una componente percussiva più libera contribuisce a spostare leggermente il baricentro del brano senza trasformarlo in qualcosa che non riconosceremmo come Interpol. È un finale assurdo perché proprio quando ti aspetti il colpo di teatro che stravolga l’ascoltatore, arriva tutt’altro. Ed è proprio questo che poi resta. Oltre alla produzione, anche il basso di Brad Truax, ormai parte ufficiale della formazione, contribuisce a dare continuità a quella componente fisica e ritmica che rimane uno dei pilastri del loro suono. Ma bisogna evitare di confondere l’aggiunta con una vera trasformazione.

Gli Interpol non hanno provato a essere altro per gareggiare con il presente. E forse nemmeno vogliono farlo. È un disco che mi ha dato una sensazione molto diversa rispetto agli ultimi capitoli della loro discografia. Non mi ha infastidito per aspettative disattese come fece Our Love to Admire. Non è deludente come l’omonimo. Non è mediocre come il loro anagramma e non si fa ignorare come gli ultimi due, mi si perdoni il sano pregiudizio. Ha un suo perché. E proprio per questo credo meriti di essere giudicato senza il bisogno di trasformarlo immediatamente nel “grande ritorno” che una parte della critica sembra desiderare. Perché sono convinto che tante sperticate lodi derivino anche dal recondito desiderio dell’ascoltatore di trovare qualche certezza in tempi non proprio facili per la musica alternativa.

Gli Interpol, in fondo e che vi piaccia o no, sono una certezza. Ascoltarli è rassicurante e la mia generazione ha voglia di essere rassicurata. Ma proprio per questo il disco rischia di essere celebrato più di quanto realmente meriti. Quando This Mirror Weighs a Ton osa anche soltanto un po’, diventa interessante. Quando invece si limita a ricordarci quanto siano bravi gli Interpol a fare gli Interpol, diventa semplicemente un buon disco degli Interpol. Che non è poco, ma nemmeno abbastanza per parlare di rinascita.

Convivere con il passato.

La vera domanda, del resto, non è se siano ancora quelli dell’album di esordio. Non lo sono e non possono esserlo. La domanda è se abbiano ancora qualcosa da dire senza limitarsi a ripetere la formula che li ha resi celebri. Qui la risposta è parzialmente sì. This Mirror Weighs a Ton non aiuterà gli Interpol a far innamorare una nuova generazione. Non prova a cancellare le rughe né a nascondere le esitazioni che hanno fatto parte della loro vita artistica. E soprattutto non pretende di competere con il proprio fantasma più giovane, né con i nuovi protagonisti del genere. Semplicemente, prova a convivere con quel passato. E, in un’epoca in cui anche la musica alternativa sembra avere sempre più bisogno di nuove etichette, nuovi salvatori e nuovi fenomeni da consumare in fretta, forse non è poi così male.

Questa volta vale la pena guardare nello specchio, perché in quello specchio pesante una tonnellata possiamo guardare anche i noi di oggi, sovrapposti a quelli che eravamo trent’anni fa, quando abbiamo ascoltato per la prima volta uno dei dischi più clamorosi della nostra vita.

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Last modified: 4 Settembre 2026