Il nuovo album della band di Chicago è un’esperienza sensoriale totalizzante, un ritorno monumentale che riconferma i tre musicisti come poeti assoluti del metal strumentale.
[28.08.2026 | Sargent House | post-metal, post-rock, sludge metal]
C’è un’urgenza viscerale nelle sette nuove tracce di Nine, una chimica quasi telepatica tra i musicisti che risalta ancora di più se si pensa allo stato attuale della band. Nonostante la distanza geografica che ormai separa i tre membri nella vita di tutti i giorni, i Russian Circles si muovono all’unisono come un solo organismo vivente. Questa lontananza fisica non ne ha frammentato la visione musicale: al contrario, sembra aver condensato il bisogno di comunicare in un album incredibilmente coeso, dove l’isolamento si trasforma in un abbraccio sonoro simbiotico, compatto e devastante.

Demoni interiori e violenza malinconica.
L’album si sviluppa come una vera e propria architettura di contrasti, muovendosi costantemente tra la staticità opprimente dell’abisso e il caos distruttivo della tempesta. Borehole lo apre con chitarre dissonanti e un basso martellante, che sembra lottare per non lasciar trapelare nessun raggio di luce.
La parte più malinconica, intima ed emotiva del disco trova la sua massima espressione in Eluvial. Qui si rallenta il passo, permettendo all’ascoltatore di respirare una tristezza palpabile. Il pezzo si apre con pulsazioni sintetiche ed elementi elettronici che sembrano stelle distanti riflesse sul ghiaccio, per poi evolversi in un crescendo di fredde e spietate chitarre. È un brano drammatico che traduce in musica temi come la vulnerabilità e l’abbandono, uno dei rari momenti del disco in cui la musica smette di aggredire e si trasforma in un pianto trattenuto, evocando l’immagine di un uomo che fluttua nel vuoto di un abisso interiore, intrappolato nei propri demoni ma alla disperata ricerca di purificazione.
Tempesta di suoni che stordisce.
La traccia finale Seventh Seal è il momento in cui quell’abisso si spalanca e rigurgita una tempesta di violenza cieca e primordiale. Articolata come un vero e proprio massacro sonoro di rara potenza, il pezzo di chiusura è anticipato da un ingannevole e breve ricamo acustico (la precedente Arletta), una quiete apparente che serve solo a rendere più traumatico l’impatto del gran finale.
Improvvisamente, il suono devia verso un assalto sludge spietato e fangoso, con strutture quasi thrash metal. Il basso di Brian Cook ringhia dal fondo dell’abisso, la batteria di Dave Turncrantz picchia con la precisione di un maglio industriale e la chitarra di Mike Sullivan squarcia l’aria con riff mai così furiosi. È una violenza catastrofica che non lascia scampo, un uragano di distorsioni che travolge ogni difesa emotiva e trascina al centro del collasso finale, lasciandoci così alla fine del disco completamente storditi e svuotati.
Nine richiede di essere ascoltato a volume rigorosamente alto, non per semplice amore del rumore, ma per lasciarsi attraversare dalla sua pesantezza fisica ed emotiva. I Russian Circles rifiutano di rimanere a guardare la catastrofe, e firmano un’opera che parla di sopravvivenza e di rinascita. Un album densissimo ed emotivamente sconvolgente, perfetto nella sua grandiosità: uno specchio in cui riflettere le proprie ombre più profonde.
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Last modified: 31 Agosto 2026




