Al settimo album, la band di Detroit ci consegna le chiavi di un hotel decadente, per fotografare il crollo dell’Occidente.
[25.09.2026 | Domino | post-punk, art rock, noise rock]
C’è il classico odore di moquette bagnata nei corridoi dell’Hotel Usona, polvere umidiccia e radiatori che fischiano come polmoni malati sotto il peso di un inverno che a Detroit sembra non finire mai. Chiunque abbia progettato questa topaia voleva che somigliasse a un monumento al sogno americano, ma ha finito per tirare su un labirinto claustrofobico per topi in gabbia. Le pareti trasudano di fallimento sistemico, di disillusione e depravazione.
Il portiere di notte si muove nell’ombra di questa struttura, cercando solo di arrivare a fine turno senza nessun casino. Sa che gli inquilini dell’hotel sono gentaglia, pazzi maniaci e gente poco raccomandabile. Di sicuro non vuole disturbarli, si mette le cuffiette mentre controlla i piani e si ascolta il nuovo disco dei Protomartyr.
Schermi accesi, vite spente.
Un ticchettio ossessivo proviene da una stanza al secondo piano. Nelle cuffie del portiere risuona Sounds We Cannot Hear. Se si accosta l’orecchio alla fessura, non si sente traccia di vita reale, ma da sotto alla porta si vede solo il riflesso bluastro di uno schermo. Nella camera buia c’è un uomo seduto sul letto, gambe molli allungate sul materasso sfondato e occhi cerchiati di rosso, che scrolla lo smartphone all’infinito in cerca dell’ennesima catastrofe globale con cui alimentare la propria ansia. Il basso di Scott Davidson pulsa saturo, gonfio, come un cuore tachicardico sotto l’effetto di ansiolitici, mentre la batteria di Alex Leonard viaggia su un tempo dritto, geometrico, che mima la paralisi generazionale. Le chitarre non esplodono, restano confinate in un angolo a grattare frequenze fastidiose, così come quell’uomo che sembra quasi ipnotizzato dal suo infinito scrolling.
La fabbrica dell’odio.
Salendo le scale di servizio, dove l’intonaco cade a pezzi rivelando tubature arrugginite, il portiere ascolta le parole durissime di Converts. Dietro ad una delle stanze occupate del terzo piano si consuma il ridicolo dramma della radicalizzazione da tastiera. L’ospite è un fallito di mezza età con lo sguardo vitreo, circondato da fogli di propaganda, un culto politico fai da te. Qui la band decide di accelerare, ma lo fa con un cinismo spietato: Leonard picchia sui piatti con una precisione chirurgica e nevrotica, mentre Greg Ahee infligge ferite sonore fatte di accordi dissonanti e raschiate noise che ricordano i Sonic Youth più spigolosi. Joe Casey canta con il piglio tossico di un predicatore di strada impazzito, sputando sentenze sulla facilità con cui le menti deboli si convertono all’odio pur di sentirsi parte di un gregge.

Bandiere e marce funebri.
Al quarto piano l’aria puzza di fumo stantio e ipocrisia. Mentre il portiere cammina nel corridoio deserto risuona Exalted Eagles. Qui il batterista prende la grancassa a calci e trasforma il brano in una marcia funebre industriale, distorta, talmente gonfia di basse frequenze da far tremare i vetri delle finestre. Dalla strada entrano echi di ottoni sinistri e wagneriani — arrangiati dal figlio del produttore dell’album Dave Fridmann — che sembrano provenire da una parata nazionalista andata a male sotto la pioggia grigia. In questo piano aleggia l’odore acre del patriottismo malato, l’orgoglio fascistoide americano che si morde la coda mentre il pavimento cede. La voce di Casey si fa sardonica, tagliente come una lametta usa e getta, sbeffeggia i miti di una nazione in putrefazione che continua a celebrare se stessa mentre affonda nel proprio vuoto.
Schiavi dell’algoritmo.
Al sesto piano i radiatori sono impazziti e sputano vapore bollente sui muri scrostati. Mentre Feed The Sewer devasta i timpani del portiere, da una delle stanze esce uno strano, incessante ronzio elettrico. L’ospite ha rinunciato alla sua stessa umanità, si è circondato di server, cavi aggrovigliati e intelligenze artificiali, felice di farsi sostituire da un algoritmo. È la traccia più abrasiva, violenta e post-punk del disco. La chitarra aggredisce con accenti sincopati e taglienti, mentre la sezione ritmica spinge un up-tempo che non lascia scampo. Casey urla alla fine del corridoio, ricordando con disprezzo che l’atto di “nutrire la macchina” sta consumando l’umanità viva per pura, pigra comodità algoritmica.
Luci spente, sipario calato.
Arrivati all’attico, la rissa interiore finalmente si placa. La porta di una stanza vuota è spalancata, oscilla pigramente sui cardini. Non c’è nessuno dentro. Solo le tende ingiallite che si muovono al vento gelido di Detroit, un letto sfatto e un conto non pagato sul comodino di finto legno. La traccia finale Checking Out è una ballata rallentata e spettrale, guidata da un giro di basso scheletrico. Qui gli ottoni non aggrediscono, ma piangono in lontananza, lasciando spazio a un senso di rassegnata, quasi poetica desolazione. L’ospite che occupava questa stanza ha scelto di arrendersi e scappare, piuttosto di combattere l’orrore circostante.
Con Hotel Usona, i Protomartyr firmano il loro manifesto definitivo. È l’opera che sancisce la loro totale transizione da araldi della rabbia post-punk operaia a cinici, sofisticati osservatori della fine dell’Occidente. La scrittura si è fatta meno istintiva e molto più geometrica, la tavolozza sonora si è arricchita di sfumature senza perdere un briciolo di quella spigolosità che li ha resi unici.
Hotel Usona è un disco immenso, cupo e necessario: il perfetto, disturbante manuale di sopravvivenza per il collasso della civiltà.
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Last modified: 28 Settembre 2026




