L’album di debutto della band canadese è un viaggio senza ritorno attraverso un groviglio di incubi ad occhi aperti e tremende sfuriate sonore.
[30.10.2026 | Sub Pop Records, Paper Bag Records | noise rock, post-hardcore, hardcore punk]
“’Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.‘
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male.
Dice: ‘Sì. Certe vite sono più tristi del più triste dei libri.‘
Dico: ‘Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita’.”
(Ágota Kristóf, Trilogia della città di K.)
Ci sono opere che sembrano avvolte da un alone di sofferenza tale da renderle fonte di soggezione, se non addirittura di timore o paura. È una sensazione difficile da descrivere: ne sei attratto e respinto allo stesso tempo, sai che addentrarti in quel mondo equivarrà a una discesa negli anfratti più spaventosi della propria psiche eppure non puoi farne a meno, come se l’abisso ti spingesse verso le sue spire in virtù di una qualche misteriosa e oscura forza centripeta.
È più o meno quello che mi successe anni fa quando decisi di leggere il desolante e opprimente capolavoro di Ágota Kristóf citato in apertura, ed è pressappoco quanto mi è accaduto mentre mi approcciavo a you made me / skin on linen, il chiacchierato album di debutto dei PISS che segue di due anni la demo promozionale che raccoglieva tre dei brani che sono poi confluiti nel disco.

Un approccio crudo e diretto.
Se dovessi utilizzare un solo aggettivo per descrivere il disco in questione, probabilmente opterei per un laconico disturbante: è raro trovarsi faccia a faccia con tanta violenza senza che ci sia un qualche tipo di schermo a filtrare la sofferenza, senza che il dolore e la nausea vengano in qualche modo compensati da un tentativo – magari maldestro, magari ingenuo o paternalistico – di blandimento.
È difficile – e probabilmente addirittura impossibile, oltre che ingiusto – scindere le tematiche trattate nell’album dalle sonorità in cui queste sono immerse. Per quanto possa apparire complesso da digerire, l’esordio della band canadese va preso nella sua interezza e senza aspettarsi un qualche tipo di indulgenza. Musica e parole (talvolta musica e registrazioni) sono saldamente e inequivocabilmente legate tra di loro e spezzare questo filo renderebbe l’ascolto un mero fatto estetico, un’azione atta a inserire una nuova voce sul proprio profilo su RateYourMusic e poco più.
Per tutta la durata dell’album, la cantante Taylor Zantingh – che, tra le altre cose, ha cucito a mano la trapunta raffigurata in copertina – vomita su di noi tutto il dolore, tutto l’odio, tutta la violenza, tutta l’introspettiva aggressività che ha covato dentro per anni. E lo fa senza mezzi termini, urlando come un profeta in mezzo al deserto alla ricerca di un senso ultimo a tutta la sofferenza del mondo.
Violenze, abusi, infanzie spezzate, traumi indicibili, odio verso di sé e verso gli altri, profondi stati depressivi: i testi indagano tutto lo spettro emotivo e psicologico che pertiene a una storia di sopraffazione fisica e mentale. E lo fanno in maniera cruda e diretta, con il solo scopo di sbattere in faccia all’ascoltatore tutto l’immenso disagio accumulato per anni ed anni.
La prospettiva ribaltata.
A livello lirico e compositivo, blocking a scene you can’t remember è forse il momento più intenso dell’album, e anche quello che meglio ne intercetta atmosfere e sonorità. Uno spoken word tremolante e agghiacciante introduce un pezzo che non avrebbe sfigurato nella discografia degli Slint, con l’unica differenza che ai nostri occhi Spiderland appariva come un lontano, informe e indefinito non luogo, mentre qui sembra di toccare con mano un impensabile abisso di sofferenza.
La voce esitante che prova a narrare in terza persona quanto le è accaduto – “At first, I thought I was only dreaming / You saying you’ve only ever known violence” – è il segnale di un tentativo di difendersi attraverso un meccanismo di spersonalizzazione e straniamento che fallisce miseramente ogni qualvolta essa viene rotta dall’emozione e si trova costretta a ricominciare dall’inizio, a riavvolgere il nastro della pena.
L’esplosione noise che all’improvviso sconquassa le ambientazioni post-rock delle strofe iniziali porta a una svolta sia semantica che emotiva: subentra un dialogo in prima persona che propone immagini tremendamente vivide – “I still feel the weight of all that skin”, “All I do is bleed” – vomitando fuori come lapilli incandescenti tutta la rabbia e l’odio che si sono stratificati nel corso del tempo (“I wanna give it all back to you”).
La prospettiva si ribalta, il vaso di Pandora è definitivamente scoperchiato e, quando sul finale si torna sui ritmi inquietanti e rallentati con cui il pezzo si era aperto, si ha la netta sensazione di trovarsi esanimi e sgomenti al cospetto di tante, feroci emozioni.
La presa di coscienza definitiva.
La furente i wanted to be a singer è un’altra pietra angolare del disco: un efferato e tagliente post-hardcore fa da sfondo a un testo che, se all’inizio appare assorto e riflessivo (“I don’t know if writing about violence is helping me / Am I helping you?”), in pochi secondi diviene brutale e colmo di invettive verso la profonda e sistemica violenza che ha spezzato per sempre i sogni della narratrice. La strofa “I spent my life learning the right way to scream, so people would listen” è poi la dimostrazione plastica di una presa di coscienza definitiva, una decisione dalla quale non si torna più indietro.
Del resto, ogni parola e nota presenti nell’album assumono le sembianze di un punto di non ritorno, un contesto emotivo e personale in cui non sono previsti ripensamenti.
Le sfuriate hardcore punk irradiate da time loop at hot slit e a little girl’s horse craze betrays her e le feroci derive sonore che in there was a door arrivano a lambire territori sludge sono un altro tassello importante per cogliere lo spettro musicale del quartetto di Vancouver. Per tutta la sua durata, l’album è attraversato da tirate brutali e ferine – rabbia vera, che ti striscia addosso e ti stritola lentamente come un impassibile serpente – intervallate qua e là da registrazioni che tirano in ballo storie raggelanti come quella di Gisèle Pelicot, oppure rimandi all’attivista Andrea Dworkin.
Ed è impossibile tralasciare il riferimento esplicito a Rote Zora, organizzazione femminista e di guerriglia urbana attiva nella Germana Ovest tra gli anni ‘70 e ‘90 che sembra tornare a ruggire attraverso le urla belluine che accompagnano lo slogan urlato a pieni polmoni “Resistance is possible”, al cui altare Taylor Zantingh sacrifica senza indugi le proprie corde vocali.
Un barlume di speranza.
L’incubo noise ad occhi aperti in cui è ingabbiata la stridente how can you act opposite to the emotion? è un macigno scagliato contro le nostre coscienze, mentre self-blame with thorn necklace and hummingbird è un proiettile che prende la lezione riot di The Gits, L7 e Bikini Kill e la immerge in un magma di disagio incandescente.
La chiusura affidata a i keep trying to change the ending incarna quella che sembra essere la classica quiete dopo la tempesta, la calma apparente e surreale che segue una detonazione sconvolgente. C’è finalmente spazio per qualche melodia vagamente conciliante, così come per un barlume di speranza – “I won’t bleed forever” – tanto flebile quanto salvifico.
A terra sono rimasti i cocci delle nostre coscienze, adesso non resta altro da fare che provare a rimettere insieme qualcosa dopo aver assistito sgomenti ad una lotta tanto impari contro un tale ammasso di incubi.
Da qui non si torna indietro.
you made me / skin on linen non è un’opera semplice, né conciliante, né tantomeno facile da digerire. Se fosse un film, vi perseguiterebbe anche una volta uscitə dal cinema, e lo farebbe per settimane. Se fosse un libro, con ogni probabilità finirebbe in fondo alla vostra libreria, con la speranza di incontrare il meno possibile il suo sguardo raggelante.
È un album che in appena mezz’ora di durata prende a picconate una scena che sembrava fin troppo patinata e strumentalizzata rispetto a determinate tematiche: se si vuole davvero (ri)creare un movimento musicale e culturale che sappia fondere in maniera onesta e brutale punk e femminismo, noise e radicalizzazione, hardcore e antisessismo, i PISS – e in particolare la scioccante performance canora ed emotiva di Taylor Zantingh, messasi brutalmente a nudo come raramente capita nella musica contemporanea – dovranno necessariamente essere presi a modello a cui ispirarsi.
Un disco da cui non si torna indietro, come si diceva in apertura. E, con ogni probabilità, è giusto e necessario che sia così.
“‘Se uno ci pensa, non può amare la vita.’
Mio fratello, col bastone, mi alza il mento: ‘Non riflettere. Guarda! Hai mai visto un cielo così bello?’
Alzo gli occhi. Il sole sta tramontando sulla città.
Rispondo: ‘No, mai. Da nessun’altra parte.’”
(Ágota Kristóf, Trilogia della città di K.)
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Last modified: 3 Novembre 2026




