Sub Pop Tag Archive

La playlist del lunedì #06.05.2019 | Stereolab, L7, Pile, Caterina Barbieri…

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… Vampire Weekend, Wrongonyou, Flamingods e tante altre novità per sopravvivere al lunedì.
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Stelle & Dischi – l’oroscopo di Aprile 2019

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Rockambula ti guida tra i presagi astrali e le nuove uscite discografiche.
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Sono i Metz i secondi headliner del Lars Rock Fest 2019

Written by Eventi

Il power trio canadese sarà in Toscana il 5 luglio per un’unica data italiana.
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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di novembre 2018

Written by Eventi

Iceage, Beach House, Mamuthones, Any Other, The Flaming Lips… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

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Recensioni #08.2017 – Benjamin Clementine / Iron & Wine / Metz / Kaufman / Torres

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #01.09.2017

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #17.02.2017

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #16.12.2016

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La nuova promessa della Sub Pop in Italia

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Lyla Foy è la più recente aggiunta al roster della Sub Pop Records. Una giovane londinese, che è riuscita ad impressionare l’etichetta di Seattle con la sua musica: lanciata da “No Secrets” è diventata in fretta una beniamina della radio inglese, spinta da Steve Lamacq che ha dichiarato la sua “Magazine”, migliore canzone del 2012. Da lì, l’arrivo in America, sulle pagine online di Pitchfork che apprezza moltissimo la sua cover di “Something on Your Mind” di Karen Dalton. Il 2013 segna l’arrivo del suo EP d’esordio, Shoestring e la firma per Sub Pop. Lyla sarà in Italia per presentare il suo full lenght, Mirrors the Sky, il 13 maggio al Circolo Magnolia di Segrate in provincia di Milano. Non mancate!

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Mogwai – Rave Tapes

Written by Recensioni

Ascolto: un album dei Mogwai lo devi sempre ascoltare lontano dalla luce; immaginate un posto piacevole al buio, non in solitudine. Ecco, l’ho ascoltato là.

Umore: un po’ confuso e sudato.

Dovunque si trovino i non più giovanissimi e talentuosi scozzesi sono sicuro che stanno già tremando all’idea che una mia recensione possa stroncargli per sempre la carriera. Scherzi a parte, per spiegare meglio quello che sto per scrivere vorrei partire dal mio ricordo live dei Mogwai: li ho visti due anni fa al Perfect Day di Verona e oltre che guardare un ottimo live ho avuto un’esperienza sonora nuova che tutti i mille e mille live che ho visto mi avevano mai garantito. A metà concerto mi giro per commentare con un mio amico quello che stavo vedendo, scelgo accuratamente quel momento perché la dinamica del pezzo che stavano suonando (non ricordo quale) era scesa di molto. Era uno di quei pezzi lenti, che ad un certo punto riduce al minimo le note, che si fa flebile e pensoso. Scelgo quel momento per dire una frase, una sola frase. Mi giro verso il mio amico e dopo non più di due o tre parole dalle casse mi arriva tra capo e collo un cartone sonoro talmente forte che indietreggio fisicamente di due o tre passi, come se davvero avessi preso un ceffone in uno dei peggiori bar di Caracas. Mai sentita prima una pressione sonora così forte, mai sentita prima un passaggio dal piano al forte così esagerato e così improvviso. Sono rimasto sconcertato e mi sono gasato come un bambino che comincia a capire di non esserlo più. Quei cinque secondi di musica hanno condizionato il mio parere su Rave Tapes. Secondo me, e con questo non voglio essere presuntuoso o tantomeno irrispettoso nei confronti di un gruppo che ammiro sinceramente, non è un gran disco. Più che altro sono convinto che sia interlocutorio. La loro esperienza di scrivere la colonna sonora di Revenants forse ha determinato questo strascico un po’ sbilenco che dichiara una via nuova ma al tempo stesso non la spiega bene. Complessivamente, ed è una tendenza che ho notato in svariati dischi non propriamente mainstream usciti nel 2013, in Raves Tapes c’è poco spazio per i chiaroscuri, per il dialogo tra silenzio e musica. Il fluire di questa assomiglia più ad un rubinetto lasciato aperto a metà nel bagno piuttosto che alla sciacquio ritmico e ristoratore delle onde che modellano la costa. Più un ruscello sotto casa che una cascata nella foresta.

Analizzando qualche pezzo, “Heard About Your Last Night” inizia con scampanellii molto Post Rock e ti fa immaginare uno sviluppo del disco molto diverso, “Simon Ferocius“ è un ipnotico crescendo che incalza lentamente ma alla fine non esplode mai. “Remurdered” invece mi sembra fare eco alla colonna sonora di Escape from New York di Carpenter e questo mi è piaciuto molto: un bass synth dallo spiccato sapore anni 80 fa da perno a tutto il pezzo e detta il crescendo senza segni distintivi melodici che arriva dalle basse frequenze come un terremoto che poi (mi passino la metafora forte) però non devasta. “Blues Hour” , pezzo cantato come un mantra, dà più il senso di autentico Post Rock d’annata, un pezzo lento come se si stessero scaricando le pile all’ipod ed invece energica come se ti stesse ricaricando dentro. In questo pezzo, le onde le senti tutte e ti lavano a meraviglia. Purtroppo in questo disco un episodio piuttosto isolato.

Ricapitolando, un disco dei Mogwai non può prendersi da Angelo Violante un’insufficienza; per definizione e rispetto. Ma il disco mi ha lasciato con un senso di insoddisfazione fastidiosa. Quello che mi è mancato è il dialogo tra il silenzio e il rumore, tra il pieno e il vuoto. Anzi no, mi è mancato proprio il silenzio. Il silenzio è la nota non suonata più bella, quella che ti rende meravigliose le note suonate, quello che ti permette di essere colpito al cuore.

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