King Tuff – Smalltown Stardust

Written by Recensioni

Abbandonate del tutto le sonorità garage degli esordi, il musicista americano si conferma un ottimo esempio di cantautore prestato alla psichedelia.
[ 27.01.2023 | Sub Pop Records | cantautorato, neo-psych ]

C’è bisogno di un certo coraggio per continuare a seguire la propria strada (per giunta da soli) nel mondo musicale odierno, che vive sull’onda di hype tanto totalizzanti quanto fugaci. E ci vuole una buona dose di audacia anche nel passare cinque anni nel quasi totale silenzio discografico.
Perché sì, tanto era passato dall’ultimo lavoro di King Tuff, al secolo Kyle Thomas: Smalltown Stardust è il sesto album in studio dell’artista del Vermont, il quarto consecutivo pubblicato per Sub Pop.

Se è vero che gli anni passano per tutti, è altrettanto innegabile che c’è modo e modo di farli passare. Col tempo, King Tuff ha accantonato la componente più abrasiva e graffiante del proprio sound (quello che lo accostava a totem della scena garage/psych contemporanea come Ty Segall e Thee Oh Sees) per dare maggior risalto alla sua vena cantautorale ricca di fascinazioni psichedeliche e pop. Il risultato che ne deriva richiama alla mente le sonorità di artisti come Kurt Vile e The War on Drugs, ma anche i Flaming Lips più sognanti e meno folli.

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Al di là della scelta stilistica (che può apparire più o meno scontata), il grande punto a favore del musicista di Brattleboro è il riuscire a far coesistere alla perfezione le nuove istanze più cantautorali con il suo modo istintivo e sincero di scrivere musica.
Non c’è nulla di forzato, costruito o fintamente impegnato nell’arte di King Tuff, e non a caso l’aggettivo che più mi tornava in mente mentre ascoltavo questo nuovo lavoro era “godibile”. Quaranta minuti di suoni rilassanti ma tutt’altro che noiosi o pedanti, il disco perfetto da mettere su dopo una giornata tremenda passata a navigare nel fiume delle cose, per dirla con Saramago.

Proprio per questo, non sorprendetevi se, mentre la melodia irresistibile della titletrack si insinua nella vostra mente minacciando (fortunatamente) di non andarsene per un bel po’, immaginate King Tuff muoversi su una zattera portato dalla corrente. Forse incurante, sì, ma assolutamente non disperato.

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Se in Rock River le urgenze garage degli anni che furono sembrano tornare per un nostalgico e timido cameo, la semiballad di Pebbles on the Stream è commovente nella sua intima delicatezza: ascoltarla mentre si contempla uno specchio d’acqua dev’essere un’esperienza quasi catartica.
Le venature psichedeliche cui si accennava in precedenza si prendono invece tutta la scena nella deliziosa How I Love, un gioiellino a metà tra cantautorato e psych folk che fa riemergere le atmosfere di gente come John Lennon e Marc Bolan.

King Tuff probabilmente non scriverà mai un capolavoro assoluto, né finirà mai in cima alle classifiche di fine anno di una rivista cool. E forse è giusto così, perché immagino che dopotutto sia molto più appagante navigare sereni nelle proprie acque che andare a caccia di successi e ribalte che evidentemente non ci appartengono.
E, quando si è in pace con sé stessi e la propria arte, si possono far passare anche cinque anni senza pubblicare nulla, per poi tornare più veri e sinceri che mai. Dopotutto, il fiume delle cose è sempre lì ad attenderci.

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Last modified: 10 Febbraio 2023