Weekend Martyr e un’insensata voglia di disagio

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In Cruel House, la band livornese trasforma tensione, sporcizia e immediatezza in qualcosa di sorprendentemente piacevole.
[ 13.02.2026 | Cruel Records, Almost Halloween Time Records, Ciqala Records | post-punk ]

Cruel House dei livornesi Weekend Martyr è uno di quei dischi che ogni tanto, nel mio caso molto spesso, fa proprio piacere ascoltare. Dischi che sembrano arrivare dritti da una schifosa stanzetta senza finestre, più simile a una trappola per topi che a una sala prove. Luoghi non propriamente piacevoli, con le pareti ammuffite, amplificatori appoggiati sopra vecchi bauli scavati dai vermi, qualche cavo per terra e quella sensazione che, se qualcuno bussasse alla porta, probabilmente porterebbe solo guai o sei Peroni da 66 e qualche joint.

“Questo è tutto ciò di cui ho bisogno, non c’è più niente da vedere. Solo il puro desiderio di uccidere. Uccidi tutti i pensieri, prosciuga i ricordi”.

Ascoltarlo dà esattamente l’idea delle cattive intenzioni che ci sono alla base; questa musica non ha mai lontanamente pensato di diventare elegante ed è una cosa fantastica. Registrato in presa diretta con minime sovraincisioni, in analogico, su quattro tracce e in appena cinque giorni, il disco conserva addosso qualcosa di fisico e poco accomodante. È quasi impossibile separare completamente le canzoni dalla stanza in cui sono state suonate. Marco Fasolo, alla produzione e al mix, fa esattamente quel tipo di lavoro che finisco per adorare: non prova minimamente a ripulire questa sporcizia, non cerca di rendere presentabile qualcosa che nasce per essere sporco.

E allora Cruel House, pur sfruttando anche strumentazione accessoria come mandolino, banjo, synth, organo, vibrafono, contrabbasso e percussioni aggiuntive, parte proprio dalla sua materia prima e primordiale: chitarre, batteria, basso, voce e una quantità di ruggine sufficiente a far sembrare il tutto recuperato da qualche magazzino del porto di Livorno. Non è però il solito discorso “del facciamo casino perché siamo punk”. Qui di casino, in senso strettamente punk, ce n’è poco. Il suono che viene fuori è piuttosto la conseguenza naturale del modo in cui i Weekend Martyr costruiscono i pezzi.

Il blues c’è, invece. C’è eccome. Ma non quello modaiolo da copertina patinata, buono per raccontare quanto siamo profondi davanti a un bicchiere di whisky pagato troppo caro in un bar del centro. È un blues storto, consumato, ubriaco e sbagliato. Ci sono Tom Waits e Nick Cave, certamente. Ci sono i Gun Club, i Violent Femmes, Iggy e gli Stooges e una certa America immaginaria fatta di strade secondarie e locali mezzi vuoti, pieni di vita che lentamente muore. Dentro ci finisce anche il punk, è vero: quello più povero ma intelligente, quello che non aveva bisogno di mille canzoni da sessanta secondi per dire qualcosa, spesso sempre la stessa cosa. E soprattutto c’è Livorno. Non la Livorno da cartolina ma l’umore di una città in cui ogni giorno si vive e si muore.

La title-track avanza lenta e inesorabile. La batteria quasi non sembra voler accompagnare la chitarra ma piuttosto trascinarla in qualche guaio. Sopra ci sta la voce di Riccardo Prianti, con quella teatralità sfinita che, quando funziona, è molto più efficace di qualsiasi virtuosismo. Un’attitudine che guarda a diversi nomi della storia art e post-punk ma che richiama anche lo stile di alcuni più noti colleghi d’oltremanica di oggi (penso anche alla grande somiglianza con i dublinesi Stereotony). Moonground mostra un’altra faccia mantenendo la stessa essenzialità formale. Bastano una chitarra, una ritmica ostinata, una voce imponente e la capacità di lasciare che il pezzo si sviluppi senza la fretta di arrivare al ritornello. C’è una profondità che funziona soprattutto nella musica e che forse si perde un po’ nelle liriche, evocative sì ma talvolta troppo confuse.

Il disco procede accumulando canzoni che contribuiscono a definire lo stile dei toscani senza cercare vere e proprie esplosioni. Cambiano le tensioni, cambiano le proporzioni tra melodia e rumore, cambia il modo in cui la voce si appoggia sulla musica ma resta sempre qualcosa di preciso a tenere insieme tutto.
È con Burn prima ed Edge poi che questa sensazione di sicurezza stilistica comincia a incrinarsi. La seconda, in particolare, è uno dei momenti in cui Cruel House riesce davvero a prendersi la nostra attenzione. Quel blues-punk lo-fi si dilata, si incattivisce lentamente e porta voce e strumenti verso un punto in cui non è più chiarissimo cosa sia arrangiamento e cosa sia decadimento sonoro. Forse il disco diventa davvero interessante proprio quando sembra sul punto di perdere il controllo senza perderlo mai completamente.

Estetica dell’imperfezione.

Ed è in fondo questo dualismo tra un suono tenuto sotto controllo e lo stesso suono che prova continuamente a sfuggire al controllo ad avermi fatto apprezzare il disco. Un disco costruito con pochi elementi (non pochi strumenti, attenzione) e senza mezzi da élite che non suona per nulla come un disco povero. Suona poveramente. Che è molto diverso. E in questa distinzione c’è buona parte della sua forza.

La produzione analogica su quattro tracce e la registrazione in presa diretta non sono soltanto informazioni da inserire nella scheda tecnica. Si sentono. Si sentono lungo i bordi, nelle imperfezioni, negli avvallamenti degli strumenti, nel modo in cui la voce sembra stare dentro la stanza invece che dentro un computer. Non è un’estetica costruita a posteriori: è la conseguenza diretta del modo in cui il disco è stato registrato.

Il disco si chiude con Sea Seed e Look Up, due pezzi che sono anche i più lunghi: sei minuti il primo, più di sette il secondo. Nel finale si arriva quasi alla rinuncia del formato canzone. La ripetizione diventa ipnosi, il rumore smette di essere soltanto una superficie e comincia a diventare l’ambiente nel quale tutto si muove.

È probabilmente qui che Cruel House trova la sua vera identità anche se la traccia di chiusura è tra i brani meno apprezzabili se non altro per ridondanze noiose. Se ci fermiamo alle etichette stavolta possiamo divertirci parecchio: blues, punk, folk, psichedelia, garage, americana, cowpunk, post-punk. Praticamente mezza musica che amiamo. Ma nessuna di queste definizioni, presa singolarmente, racconta davvero il disco.

Ruvido, ostinato e sinceramente underground.

I Weekend Martyr suonano come una band che ha passato abbastanza tempo nelle cantine da sapere che la perfezione è spesso il modo più rapido per uccidere una canzone. E soprattutto suonano come una band che, probabilmente, dal vivo può diventare ancora più convincente che su disco. Che si dice a tutti, lo so. Ma a volte è più vero di altre.

Non è un album facile e non credo debba esserlo. Piacerà a chi è arrivato a leggere fino a qui. La sua compattezza può anche diventare un limite: c’è un suono molto preciso, che tende a ripetersi e a mostrare qua e là i propri cliché. Mancano forse quei momenti capaci di portare il discorso davvero oltre la formula che la band ha costruito. Ma è anche il classico disco da far ascoltare a chi continua a lamentarsi della musica italiana senza avere la minima intenzione di andare a cercare quella che esiste fuori dai soliti circuiti.

E se hai ancora voglia di ascoltarlo dopo il primo giro, allora forse hai già capito tutto. Che ti piaccia il loro blues sporco, il punk acustico, la psichedelia malata o quel rock che racconta un mondo là fuori abbastanza schifoso, Cruel House è un disco di cui potresti avere bisogno. Ruvido, ostinato e sinceramente underground.

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Last modified: 10 Settembre 2026