Ancora qualche uscita della prima parte dell’anno in corso che vi consigliamo di ascoltare.
In copertina: Death Cab for Cutie © Shervin Lainez
Mellowing – some things can’t be unsaid
[12.01.2026 | autoprodotto | post-rock, math rock, emo]
L’esordio degli australiani funziona perché non forza nulla, intrecciando Midwest emo e math rock con naturalezza, alternando voci e dinamiche senza mai farlo sembrare un esercizio di stile. C’è energia ma anche una vulnerabilità trattenuta, che emerge soprattutto nei testi sul cambiamento e sulle cose lasciate a metà (quel lapidario “ciò che voglio non è ciò che sei diventato” nella conclusiva Metathesio).
Un disco che suona compatto, vissuto, onesto per chi lo ha scritto e per chi lo ascolta. Non rivoluziona il genere – non sarebbe cosa semplice – ma lo tratta con personalità e sincerità.
(Silvio Don Pizzica)
Sunday Mourners – A-Rhythm Absolute
[19.01.2026 | Curation | art rock, post-punk]
Avete presente quei gruppi che al primo ascolto sapete già al 99% da dove provengono? Chitarre acide in jam continua con cantato sognante e vocali aperte? California tutta la vita. Parlato con accento inglesissimo, chitarre angolari e basso legnoso? Qualsivoglia città fra Londra e Manchester.
Ecco, i Sunday Mourners sono qui per rendere giustizia al vecchio adagio secondo cui l’abito non fa il monaco, incasinando la suddetta capacità di geolocalizzazione musicale che dopo un tot di anni pensiamo tutti (chi più chi meno) di possedere.
Perché i quattro amici del college, pur venendo dall’assolata California, suonano come fossero appena usciti da un club inglese di fine ’70. A voler essere precisi – e quasi puntigliosi, aggiungerei – le influenze più manifeste nel suono della band sono i newyorchesi Television e quindi quell’intreccio magico di chitarre scarne, ritmi sincopati, cantato singhiozzante che semplifica la complessità della musica senza sacrificarne la perizia strumentale. E ovviamente anche dei britanni, ossia Wire su tutti e qualche ricordo del genio multiforme dei Soft Boys di Robyn Hitchcock (ma senza la parte prettamente psichedelica). Risultato: uno dei dischi art/post-punk più interessanti degli ultimi tempi per chi scrive, senza tracce deboli e che alterna magistralmente vuoti e pieni, permettendosi pure un pezzo di 12 minuti che parte pop e finisce in una terra di nessuno fra California, Germania Ovest dei ’70 e la NY dei Velvet Underground, altezza Sister Ray.
(Claudio Luconi)
Main Era – IV of Wands
[23.01.2026 | Disposable America | post-hardcore, post-rock]
Un bell’enigma, questo IV of Wands dei bostoniani Main Era, per quanto riesce a viaggiare in equilibrio tra calma e follia, tra contemplative riflessioni filosofiche e rumoristiche sfuriate hardcore. Il tentativo dichiarato dei nostri è infatti quello di rappresentare la complessità del loro vissuto recente, traendo ispirazione cinematografica dal centrifugo e onirico “Waking Life” del regista Richard Linklater.
Erasure apre l’album con sample, spoken word e droni chitarristici che ci fanno pensare agli apocalittici e angoscianti scenari post-rock di Slint e GY!BE. Sul finale il paludato incedere si accartoccia su se stesso, infiammandosi e sfogando una rabbia hardcore insospettabile. Segue You Must Be Patient: un’altra traccia mutaforma che rappresenta una schizzata e matematica antologia del post-punk/hardcore tra presente (Squid) e passato (Don Caballero, Rodan e Minutemen). La breve e catatonica ballad, quasi slowcore, di To Love Again è solo una parentesi prima che l’album sveli nuovamente la sua indecifrabile natura nella conclusiva Double Dragon: una suite in bilico tra rallentate architetture post e abrasive distorsioni rumoristiche, ereditate direttamente da Unwound e Sonic Youth.
(Gabriele Sottocornola)
Marta del Grandi – Dream Life
[30.01.2026 | Fire | chamber pop, folk, kraut]
Con l’avanzare dell’età anagrafica e, di seguito, quella di ascoltatore di musica, faccio sempre più fatica a muovermi fuori dalla mia comfort zone musicale. Purtroppo sono un ascoltatore che si potrebbe definire ‘settario’, certi generi e certe musiche le salto in maniera quasi aprioristica. E quindi fa specie, soprattutto a me stesso, quando riesco a trovare piacere nell’ascolto di qualcosa che non sarebbe la mia tazza da thè, riuscendo ad uscire dalla suddetta comfort zone musicale.
Nel 2026 il mio ascolto fuori comfort è il terzo disco della cantautrice milanese Marta del Grandi, il cui Dream Life è a mio avviso un piccolo gioiellino che definirei, in maniera alquanto scontata, “pop”. A volte strizzante l’occhio al folk in punta di dita, a volte avvicinandosi ad una musicalità proto elettronica tipica del kraut anni ’70, a volte abbeverandosi alla fonte perpetua del sentire musicale di Paul McCartney. Il tutto tenuto insieme da un gran perizia per quanto riguarda gli arrangiamenti e soprattutto un gusto invidiabile per la melodia cristallina e atemporale. Non praticando più di tanto la materia, faccio fatica a trovare rimandi che probabilmente ad altri salteranno più facilmente all’orecchio, ma. se devo citare un’artista che mi ha ricordato la Del Grandi, direi la britannica (e compagna di etichetta) Jane Weaver.
(Claudio Luconi)
My New Band Believe – My New Band Believe
[10.04.2026 | Rough Trade | chamber folk]
Lasciate stare i black midi più nervosi e schizofrenici: il nuovo progetto capitanato da Cameron Picton, già bassista e voce della formazione londinese, debutta con un disco che sembra una fiaba folk raccontata da un’orchestra ubriaca di malinconia.
Tra Richard Dawson, Elliott Smith, Van Dyke Parks e – ovviamente – il chamber pop degli ultimi Black Country, New Road, nell’omonimo album di esordio i My New Band Believe mettono in fila archi, corde acustiche e piccoli drammi quotidiani. Il risultato è teatrale senza risultare stucchevole, ambizioso ma non ad ogni costo. In qualche passaggio si smarriscono nei propri labirinti, ma quando centrano il bersaglio lasciano addosso quella rara sensazione di meraviglia. Quella che finisce inevitabilmente per trasformarsi in inquietudine.
(Silvio Don Pizzica)
Death Cab For Cutie – I Built You a Tower
[05.06.2026 | ANTI- | indie rock, Midwest emo, indie folk]
Ben Gibbard fondò la sua band dopo la prima grande delusione amorosa della sua vita, poco più che ventenne. Quasi trent’anni dopo, Ben è ancora qui a raccontarci della sua vita sentimentale e di un divorzio che gli ha stravolto la vita (quello dall’attrice Zooey Deschanel).
Nel brano d’apertura Full of Stars risalta quel suo timbro vocale che non è invecchiato di un giorno. Il riff di chitarra tagliente e aggressivo di Punching the Flowers è, senza compromessi, ciò che questa band vuole ancora suonare. Ben e soci vogliono aggredire quei sentimenti negativi, prenderli a pugni e affrontarli a muso duro.
Nonostante i tanti cambi di formazione nel corso degli anni, i Death Cab For Cutie hanno continuato a fare musica, che ha sempre fatto da collante, come Ben racconta in Pep Talk. L’iconico indie rock della band continua a brillare, grazie anche quelle sonorità Midwest emo che da sempre hanno segnato la loro discografia. I Built You a Tower è un album solido, grintoso e a tratti struggente di una band che appare rinvigorita e che non sente affatto il trascorrere del tempo.
(Federico Longoni)
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Last modified: 26 Luglio 2026




