Una vita trascorsa ad aspettare di vedere Richard Butler con le braccia allargate girare su sé stesso.
[11.11.2025 @ Fabrique, Milano]
Questa è una fregatura, vi avviso subito. Questo non è il riassunto di un evento, è una piccola celebrazione di un sentimento che esiste enciclopedicamente solo sotto il nome: Psychedelic Furs.
Quando frequentavo l’Accademia di Belle Arti, il mio professore preferito era quello di Fotografia digitale, perché, oltre a essere un tipo che sfuggiva all’incarnazione del classico professore universitario che gli studenti identificano in uno spiantato finito a insegnare per ripiego, era l’unica persona con un’umanità speciale.
Vabbè, diciamolo, era il mio preferito anche perché con lui parlavo dei Jesus and Mary Chain, di Siouxsie and The Banshees e ovviamente degli Psychedelic Furs. L’eredità più utile da parte sua l’ho ricevuta dal consiglio di ascoltare l’album solista e omonimo di Richard Butler del 2006, un tipico lavoro dimenticato ma meritevole, che rimane per me un ricordo mistico associabile a quel periodo della vita; anche perché da quel momento in poi io sono stata identificata, per lui, nello stesso Butler, con mio massimo piacere per il miglior soprannome mai datomi.
Il giorno dell’esame della sua materia però, per la prima volta durante il mio percorso accademico (piuttosto secchiona), ho capito cosa si prova a sentirsi sprofondare nella sedia. Nel momento in cui iniziamo la procedura, il prof cerca la cartella con le mie foto nel computer, che già revisionate in precedenza, andavano solo ripescate per verbalizzare il voto.
La cartella non si trova. “Ecco”, penso, “ma proprio ora devono esserci degli intoppi?”
Lui si innervosisce, sostiene che io non gliele abbia mai inviate e che l’esame non si può fare. Ma io sono sicura al 100% che le foto ci siano, e così iniziamo un tira e molla di “sì, ma”, “ma io ve lo dico sempre!”, “eh ma io giuro…”. Ed è così mi fermo e gli chiedo “MA è sicuro di non aver salvato la mia cartella sotto il nome Richard Butler?”
Grazie al cielo ci facciamo una risata e tutto si sistema, e per lui per me rimarrà per sempre un grande, perché questa fu una mossa da pieno sentimento fursiano. Voto: 28.

Nessuna voglia di compiacere.
Per quanto riguarda il carisma di Richard Butler, comunque quello non è trasmissibile. La serata al Fabrique è stata uno di quei tipici eventi in cui chi si presenta sul palco può anche tacere che la gente è così emotivamente toccata che applaudirebbe comunque. Dopo una settimana che mi sento dire “ah ma vai a vedere delle cariatidi”, alle prime note di Heaven, “SONO finalmente dove voglio stare”. Quello dietro di me dice “Ma quanto l’ho cantata questa! Certo, la voce non è più quella di un tempo… ma che emozione”.
È vero, il nostro RB all’inizio si deve scaldare, ma già dalla seconda, President Gas, fino al momento di Heartbreak Beat, l’ultimo pezzo prima dell’encore, dimostra di esserci tutto quanto.
La scaletta è perfetta, le grandi famose non mancano all’appello, Love My Way e Pretty in Pink vengono cacciate con disinvoltura e non conservate per il gran finale. E qui devo fare un appunto di situazione, perché questa è una vera personalità che non si piega; non come Berlusconi che si fa un profilo TikTok prima di morire.
Vi ricordate quando Kate Bush è tornata prima in classifica grazie a Stranger Things? In maniera più “indie”, così era stato anche per gli Psychedelic dopo che in Call Me By Your Name, film di Luca Guadagnino, era stata usata Love My Way come sottofondo per la micidiale, italianissima, scena di ballo.
Come Kate Bush decise di non cavalcare l’onda, durante il concerto ho avuto la stessa sensazione nei confronti di Butler, che, nell’Anno Domini 2025 in cui Love My Way risulta il loro brano più streammato, non gliene frega nulla di compiacere.
Infatti India, la canzone che apre il loro album di debutto, tutt’oggi il più oscuro, è la chiusura che ci meritiamo.

Rigore e calore umano.
L’accusa di amare le cariatidi comunque, mi fa ridere, arriva sempre da principi di calvizie e colletti della polo alzati che sono più anagraficamente vicini ai Furs che a me. Eppure, quando a fine concerto mi sono fermata ad ascoltare i commenti degli stessi di cui sopra, mi sono ancora una volta resa conto che quello che in germe si è a tredici anni lo si rimane per tutta la vita. Kaputt. Basta dire, fare, elencare chi è vecchio, chi prestante, chi no.
C’è un sentimento che si chiama Psychedelic Furs che mescola rigore e calore umano. Quello non invecchia di un giorno.

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fabrique live report Milano new wave Post-Punk Richard Butler The Psychedelic Furs
Last modified: 17 Novembre 2025




