The Sweet Goodbye è un funerale post-punk che diventa una festa irresistibilmente teatrale.
[31.07.2026 | SO Recordings | art punk, post-punk]
Gli Opus Kink arrivano da Brighton e, dopo anni di EP e singoli, decidono finalmente di mettere tutte le loro idee dentro un album vero. Era ora? The Sweet Goodbye è uno di quei dischi che, da un lato, non vuole essere ficcato in nessun calderone ma che dentro il calderone a cui avete pensato leggendo da dove arrivano (ammettetelo) ci sta benissimo.
Jazz-punk, no-wave, country, folk, cabaret, fiati, liriche gotiche, ritmi danzerecci, Bambara, Deadletter e Viagra Boys. Gli Opus Kink prendono tutto questo e ne tirano fuori qualcosa che farà innamorare i nostalgici di The Birthday Party, Pere Ubu e The Pop Group. Ma forse non solo loro.

Il tripudio del grottesco.
Come Over, Do Me Wrong parte come una tragedia che finisce in una festa clandestina. Fiati storti e Angus Rogers che canta come un predicatore (e già qui fa molto Nick Cave) creano un’atmosfera surreale che, in un modo alquanto perverso, ci fa muovere il culo. Will It Come For You? e I’m A Pretty Showboy insistono su questo sound assurdo, non nel senso classico del termine, con chitarre sporche, ritmi nervosi, tanta teatralità e testi scuri come un romanzo di Horace Walpole, che raccontano storie come fossero copioni da mettere in scena.
Quando le quinte prendono fuoco.
La title track è perfetta per mettere una firma allo stile dei britannici. Sembra uscita da un western malato, la classica canzone che vedresti nel finale di un film in cui il mondo fuori sta collassando e il protagonista continua a ubriacarsi al bancone. È probabilmente il brano che meglio riassume l’identità del gruppo: melodico ma non paraculo, teatrale senza diventare caricaturale. Peckham Nocturne si insinua come una collaborazione tra Calexico e 16 Horsepower, mentre I Have To Shine My Sunday Shoes parte scura per aprirsi presto verso una dimensione quasi disco, con cori e ritmiche che sembrano voler trascinare in pista anche i morti, quelli lasciati per terra dopo l’apocalisse di prima. The Head Tree, con la partecipazione delle The New Eves, aggiunge una componente quasi rituale e folk ma è forse il brano meno convincente insieme al successivo 448C (The Colour of Love) che, per come parte, delude molto.
Il lato oscuro della festa.
La cosa figa è che, sotto tutta questa apparente cazzonaggine, c’è una band che sa esattamente cosa sta facendo. Crucify!, con i suoi sei minuti abbondanti, è il pezzo che mi fa più simpatici gli Opus Kink: qui fanno praticamente il cazzo che gli pare e lo fanno da Dio. E mi inizio a innamorare davvero del disco. Proprio quando arrivo alla traccia finale. Lenta. Come deve essere. Per accompagnarci alla porta e salutarci.
Non è musica allegra, nonostante tutta questa componente dance e disco. Piuttosto, sembra usare l’allegria come una maschera per nascondere un profondo disagio esistenziale. Ed è una differenza enorme. Il problema, semmai, è che, nonostante sia notevole, il disco tende ogni tanto a sedersi un po’ sulle proprie formule. Alcuni brani funzionano più per atmosfera e personalità che per reale forza melodica e, in certi momenti, si avverte la sensazione di una band talmente innamorata del proprio universo da rischiare di girarci intorno senza trovare nuove vie di fuga.
E allora? Serviva davvero l’album?
Sì. È un esordio con una personalità enorme, suonato da musicisti che hanno capito una cosa fondamentale: il post-punk non deve necessariamente essere grigio, depresso, con la chitarra infilata nel culo e la corda attaccata a una trave. Può avere i fiati. Può far divertire. Può suonare come una banda di paese alla festa dei morti comandata da Nick Cave dopo tre bottiglie di vino. E può farlo persino facendoci ballare.
Gli Opus Kink hanno costruito un piccolo circo storto, decadente e magnificamente rumoroso. Vi consiglio di prendere un biglietto ed entrare. Che ne uscirete, non posso garantire.
LINK
Sito ufficiale
Bandcamp
Instagram
SEGUICI
Web • Instagram • Facebook • Qobuz • YouTube • Telegram • TikTok
album 2026 album review Art Punk opus kink Post-Punk so recordings UK
Last modified: 4 Settembre 2026




