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Electric Indigo – Ferrum

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Il rimbombo di una mente in attesa della tortura imminente.
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Non si vive di soli Netflix e Pornhub Premium

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23 dischi per superare i giorni tristi.
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Recensioni #07.2018 – Suuns / Red Lines / Wemen / Afar Combo / Mèsico

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #26.02.2018

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #19.02.2018

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Recensioni #16.2017 – Hawaii Zombies / HÅN / Cumino

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What’s up on Bandcamp? || novembre 2017

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What’s up on Bandcamp? || ottobre 2017

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Sixty Drops – Turquoise

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The Use – What’s the Use?

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Si può prendere la complessa lezione IDM (Intelligent Dance Music), per definizione distante dal grande pubblico, dalle masse e spingerla a un livello tale che possa essere compresa anche da chi cerca nell’Electronic Music trame quanto più possibili semplici e immediate? Prova a rispondere a questo interrogativo Michael Durek, il nucleo della formazione di Jersey City nominata molto semplicemente The Use e la sentenza non sarà per niente così scontata. Come accennato, nella costruzione delle aggrovigliate e mutevoli armonie elettroniche, il punto di partenza è da ricercarsi nelle tortuosità e nelle ostentazioni ritmiche dell’IDM di Aphex Twin, Boards of Canada e Autechre eppure la musica di The Use, pare andare ad affondare le proprie radici ancor più lontano, nella musica classica di Bach e Chopin, i veri maestri del talentuoso Michael Durek e coloro che ne hanno forgiato i tratti distintivi. Da questi elementi, attraverso una serie di esibizioni live, si è sviluppato con naturalezza il suono che poi andrà a formare questo What’s the Use?, carico di rumore e totalmente, o quasi, privo di precise tempistiche e struttura, in chiave perfettamente Glitch Hop, come suggerisce anche la biografia che lo vede al lavoro su opere di Dre, Cypress Hill ed Eminem. A tutto questo, aggiunge un tocco Wonky in stile Flyng Lotus ed ecco pronto un debutto degno di ogni attenzione. Ciò che farà da ponte tra il primo Durek e quello odierno, sarà l’esperienza, soprattutto live, con i Pas Musique.

Fatta questa doverosa premessa, resta da buttare giù delle considerazioni sul disco e rispondere alla domanda iniziale. Di certo The Use riesce a semplificare materia multiforme con destrezza e prova ne sono l’opening “Hello Everybody” così come diversi brani successivi (“Aunt Joanne’s Metaphysics”, “Slim’s Pursuit”, “Ripe”), spesso sfruttando suoni particolarmente vintage e accattivanti (“Where Ya Been feat. Trinitron”, “Dying Breed”). C’è tuttavia da ammettere che i cambi di ritmo, le spregiudicatezze Noise, le volute e ricercate imperfezioni (“Time Burton”, Bird Song feat. Rachel Mason”) rendono particolarmente arduo un ascolto trascinante, quasi danzereccio e comunque agevole sulla lunga distanza. Ciò che riesce a The Use è produrre transitori ed effimeri varchi tra due mondi più lontani di quanto si possa immaginare, attraverso vibrazioni e ritmiche attraenti ed esaltanti dentro contesti di natura antitetica.

Ricordate la domanda iniziale? Si può prendere la complessa lezione IDM e spingerla a un livello tale che possa essere compresa anche da chi cerca nell’Electronic Music trame quanto più possibili semplici e immediate? Per ora la risposta è un secco no (si prendano le ultime due tracce, “And God Created Great Cephalopods” e Halo Alchemy” come esempio in tal senso) con un “ma” enorme però. Quello che si può fare, ciò che The Use nella persona di Michael Durek ha fatto in questo What’s the Use? è un tendere la mano, accompagnare un ascolto arduo attraverso l’uso di elementi e sonorità più semplici, gradevoli al primo ascolto, un modo per avvicinare e spingere a provare anche i più scettici, evitando di creare muri tra ascoltatore e artista. Questo è il grande merito di What’s the Use? che, per contro, difetta per brani veramente memorabili e suoni fuori dal comune. Un disco ordinario, con un intento straordinario e centrato solo a metà.

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Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

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Dopo un lungo silenzio, durato ben otto anni, tornano gli scozzesi Boards of Canada con i loro suoni liquidi e le atmosfere desertificate. Il 2013 sembra essere stato l’anno del ritorno dell’elettronica anni 90, che ha visto sulla cima il ritorno, e il mega successo, dei Daft Punk. Sempre più l’elettronica contamina il Rock scrollandosi di dosso la mera ritmica delle sale da ballo. I due fratelli Sandison, sulle orme del precedente album The Campfire Headphase, tirano fuori un altro concept album che diventa un trip imperdibile.

Tomorrow’s Harvest, questo il titolo, questa la prospettiva di tutta una generazione. Cosa ci spetterà del domani? Quali frutti potranno raccogliere i nostri figli? Un album provocatorio che mette a nudo l’umanità contemporanea appiattendo e schiacciandone la visone di un futuro florido e rigoglioso sull’attuale scia della crisi globale. I nomi dei brani parlano chiaro e lasciano all’ascoltatore l’interpretazione visto che di testi c’è poca traccia. La strumentazione è un misto di sintetizzatori,  vintage/analogici e anche più moderni,  programmi computerizzati ed un uso maniacale di campioni, con l’inclusione anche di suoni naturali che generalmente a caratterizzano le loro opere. Il risultato è fluido e atemporale: ci si sente dentro una bolla di vetro immersi in un mondo disgregato. Non a caso è stata scelta la copertina dell’album. Ogni brano, in continuità col precedente, contribuisce a creare quest’atmosfera da film. “Gemini” è l’intro ed è impossibile non riconoscere in essa sonorità propriamente cinematografiche tipiche dei film di fantascienza, percettibili in realtà in tutto l’album. In “Sundown” possiamo vivere l’esperienza di un tramonto vissuto come fosse l’ultimo e in “Collapse” ascoltare il fruscio del vento e della desertificazione che avanza. “Sick Time” non ha bisogno di spiegazioni e racchiude in se il senso dell’intero LP. Questo Tomorrow’s Harvest è un lavoro che ha bisogno di molti ascolti per comprenderne le sfumature (sembra che contenga anche messaggi subliminali) e forse non per tutti sarà facile superare lo scoglio del primo, ma date retta a me, le parole non bastano a descrivere la portata di questo disco: va ascoltato e riascoltato assolutamente.

Un album Minimal, Down Tempo, che ci proietta in un futuro apocalittico, quasi post-atomico, come se i Boards of Canada volessero metterci in guardia su quello che ci aspetta se continuiamo ad inquinare, a chiuderci in noi stessi e a fregarcene. Perché non riusciamo più a stare nel presente e guardare al futuro. Un album forte, provocatorio, che potrebbe apparire cupo ma che poi nella sua musicalità ci lascia un barlume di speranza.

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