Colonna Sonora Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #12.11.2018

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #08.10.2018

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #11.11.2016

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #30.09.2016

Written by Playlist

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #24.06.2016

Written by Playlist

Tim Hecker – Love Streams

Written by Recensioni

Scultore del suono, autore negli ultimi 15 anni di una serie di grandi dischi, Tim Hecker torna con questo Love Streams che segna il passaggio in casa 4AD, una delle novità riservateci dall’artista canadese. L’altra, come ormai tutti sapranno, è l’uso, per la prima volta, dell’elemento vocale (immerso in strutture molto più sintetiche di quelle fin qui costruite dal Nostro). La grande ammirazione di Tim Hecker per Josquin Desprez, compositore del 15° secolo famoso per le sue messe ed i suoi cori polifonici, ha portato il canadese a convertire (con la collaborazione di Kara-Lis Coverdale) parte di queste composizioni adattandole alla propria estetica, questi adattamenti sono poi stati consegnati ad un certo Johann Johannsson (vincitore lo scorso anno di un Golden Globe come miglior colonna sonora per La Teoria del Tutto) che ha prima guidato e poi manipolato l’Icelandic Choir Enesemble nelle parti cantate che incontreremo durante l’ascolto.
È dunque un Tim Hecker che continua a rinnovarsi, muovendosi nel tempo e nello spazio, con un disco che darà il suo meglio proprio nei passaggi contenenti gli interventi del coro islandese. In “Music in the Air” le voci, sempre manipolate magistralmente ed ottimamente incorporate nelle strutture che le accompagnano, si muovono misteriosamente ed in modo religioso fluttuando sopra un morbido tappeto sintetico qua e la scosso da qualche piccolo sobbalzo rumoristico. In “Violet Monumental I”, più scura e inquietante, i loops vocali si fanno più convulsi ed alieni creando una certa suspense, anche qui il tappeto sonoro risulta morbido muovendosi poco e sinistramente, a tratti palpita percussivamente o rumoreggia nell’amalgama con le voci. Nell’intensa e glaciale “Castrati Stack” il coro si fa più sacrale tra belle aperture Drone, intermittenze e synth che finiscono con l’assorbire tutto per portarci all’avvolgente “Voice Crack” dove angelico vola su chitarre Glitch, synth e clavicembalo che vanno a costruire una contrastante soluzione ambientale. Nella conclusiva “Black Phase” le voci del coro islandese pur risultando ancora arrangiate in modo etereo danno un esito diverso, una sensazione più forte di disperazione come di severità riuscendo così ad offrire non solo anima ma anche ulteriore corpo al lavoro distorto e minaccioso dei feedback chitarristici, dell’organo e dei synth.
Alle strutture impregnate di religiosità con risultati talvolta veramente suggestivi e capaci di mettere l’ascoltatore in contatto con le proprie profondità degli episodi in cui è presente il coro fanno da contraltare movimenti per macchine e strumenti che non sempre realizzano a pieno il loro potenziale o che risultano fin troppo frammentati e lopatinizzati (“Bijie Dream” e “Live Leak Instrumental”).

Il disco è sì coinvolgente, magistralmente sfocato (come la copertina ben descrive), celestiale, malinconico, come tutti i lavori del Nostro possiede una propria emotività ma risulta nel complesso meno incisivo di quanto ci si possa attendere da Hecker. È come se questa tavolozza sonora più ricca e aperta e capace di donare questo spazio così esteso per muovere l’esplorazione finisca per essere fin troppo ampia andando talvolta a nuocere sul flusso dell’opera. In ogni caso questa amorevole e malinconica riflessione sulla condizione umana ha dei grandi picchi d’intensità e narcotica, allucinata, umana e ultraterrena ci mostra un Tim Hecker che rinnovandosi senza snaturarsi (con buona pace di chi vedeva nel passaggio in 4AD la vendita dell’anima al diavolo) si tuffa definitivamente nell’infinito facendoci sin d’ora aspettare con grande curiosità il suo prossimo passo.

Read More

I Cani firmano la colonna sonora del film “La felicità è un sistema complesso”

Written by Senza categoria

Dopo il successo al Torino Film Festival, è uscito  nelle sale il 26 novembre “La felicità è un sistema complesso”, il nuovo film di Gianni Zanasi (“Non pensarci”) con Valerio Mastandrea, Beppe Battiston e Hadas Yaron. La colonna sonora originale è stata composta da Niccolò Contessa (I Cani), e contiene anche due brani già noti, “Come Vera Nabokov” e “Asperger”, più una nuova canzone scritta appositamente per il film e che non sarà contenuta nel nuovo album de I Cani, in uscita nei primi mesi del 2016.
Qui di seguito il trailer del film:

Read More

Luigi Porto – Scimmie

Written by Recensioni

Non sono poi tanto sicuro di riuscire a rimanere con la testa in questo mondo, non sono certo di affrontare tutto razionalmente, anzi, voglio spaccarmi di sensazioni contrastanti durante l’ascolto di Scimmie di Luigi Porto. Una colonna sonora per il film L’Apocalisse delle Scimmie del regista Romano Scavolini. Il compositore italiano Luigi Porto (Appleyard College, Maisie) mette subito in chiaro il fatto che Scimmie non è cosa facile da ingerire, ci vuole un’attitudine spensierata alla sperimentazione per lasciarsi trapassare l’intestino, tanta tanta roba dentro un concept capace di esprimere sonorità innovative che vanno dal canto popolare al Rap. Niente è scontato, niente è semplice, tutto il complesso risulta impeccabile nonostante il granitico approccio. Molteplici le collaborazioni da menzionare, il cantante di protesta Rudi Assuntino, il rapper Mr. Dead, il polifiatista Mirko Onofrio, il coro gospel Soul Sigh Gospel Choir, il soprano Carmen D’onofrio. Una varietà di genere da perderci la testa, una consapevolezza di sperimentazione che gioca sul filo della pazienza, siamo sinceri, ci vuole parecchia attenzione per ascoltare Scimmie. Il caos mentale causato dall’opener “Distante” sembra venire dalla penna di un ispirato Thom Yorke, palpitazioni incontrollate, scimmie che vengono dall’inferno, le atmosfere sono dannatamente affascinanti. Stessi ambienti scuri nella popolare “Cecilia o la Danza Spinata”, Rap proveniente dalla Brooklyn anni novanta in “Distante II”. Il filo conduttore rimane sempre melanconico ed infuocato, anime dannate in permanente pena, non si sorride quasi mai, in fondo la bellezza non si racchiude nella tristezza? Tutto le cose viste sotto una luce scura, non si gioca mai con i bagliori della rinascita, la speranza per Porto è sempre la prima a morire e razionalmente devo dargli ragione. Se cercate dei colori questo disco non è proprio nelle vostre intenzioni, se la vostra ricerca invece è culturalmente elevata ma dai contorni bui allora  Scimmie è proprio quello che stavate cercando. Il disco nel frattempo suona ossessivamente bene. Il cuore non riesce a pulsare come dovrebbe, ognuno di noi nasce, cresce e muore nelle note scritte da Porto, un concept che sembra seguire le fasi principali della vita fino alla morte. Una tecnica compositiva superlativa, riesci ad immaginare circostanze fantastiche, tutto sembra maledettamente reale e la differenza tra finzione e realtà viene collocata sopra una sottilissima corda. Questa corda inevitabilmente si spezza e la finzione prende il posto della realtà. Scimmie conquista prepotentemente posto tra i dischi migliori di questo 2014, un disco che sfiora la follia intellettuale, Luigi Porto non ha niente da invidiare ai colossi della grande musica d’autore. Prendete e mangiatene tutti, un dramma musicale da consumare con estrema attenzione e voracità.

Read More

Blunepal – Follow the Sherpa

Written by Recensioni

I Blunepal sono in tre ma spaccano il culo come fossero cinquanta. Atteso disco d’esordio Follow the Sherpa, attesissimo perché le precedenti produzioni facevamo sperare (giustamente) in qualcosa di veramente interessante. E non è la solita pappa noiosa e confezionata ad arte per inneggiare al nulla, le mode qui non c’entrano un cazzo e la musica finalmente assume un valore primario. Loro non fanno parte dei consueti venti gruppi osannati ingiustamente dagli ascolti del bel Paese, i Blunepal sono vergini e genuini come poca roba in Italia. Questo è Post Jazz strumentale caratterizzato ad esaltare le atmosfere crude e violente, nessun accenno alla tenerezza, le coccole non sono contemplate mai in questo disco. Lavoro dai coglioni quadrati punto e basta. Parliamo di un genere anni settanta modernizzato alla perfezione, per intenderci meglio viaggiano sulla stessa strada dei più noti Calibro 35, realizzando palpitanti colonne sonore di inseguimenti polizieschi all’ultimo respiro.

Follow The Sherpa non lascia mai pace all’ascoltatore, il ritmo è sempre super tirato e il volume non dovrebbe mai scendere sotto la distruzione dei timpani, “And There Were Three” rilassa il corpo per poi sperderlo lungo traversate Post Rock. “Rabbit” di cui esiste un video ufficiale devasta subito la mente con improvvise sterzate e colpi d’effetto. Energia da vendere fino alla particolare “Youzi”, adesso riesco a distendere i muscoli sotto il massaggio di riff pacatamente Jazz. La pace dei sensi non era ancora di mia conoscenza fino a questo momento. Ambient corrotto e minimalista nella concentrica “Fake”, il basso dirige lentamente tutti i miei movimenti portandomi esattamente dove vorrei essere in quel preciso momento. E quando prima parlavamo d’inseguimenti cinematografici non era per caso, prendete una serie d’azione degli anni ottanta e buttateci dentro “Into The Cinema”, è tutto quello che si potrebbe richiedere da una perfetta colonna sonora. E se pensate che tutto questo sia surreale non avete ancora centrato le potenzialità dei Blunepal. Non poteva mancare l’omaggio al re delle colonne sonore per eccellenza, un brano intitolato “Morricone” non ha bisogno di ulteriori spiegazioni e commenti, la dolcezza e la volgarità di una corposa colonna sonora. La chiusura del disco è affidata a “Tomorrow Never Knows” dei Beatles, ri-arrangiata ed eseguita per dare l’idea netta di un omaggio e non di una banale cover. Forse ho trovato qualcosa di veramente valido nella musica del trio genovese Blunepal, la stanchezza della solita musica sembra ormai un lontano ricordo, loro sanno accaparrarsi l’attenzione con brani quasi interamente strumentali, sembrano reggere alla grande il confronto con i mostri sacri del genere. Follow The Sherpa entra timido nel mio lettore ed esce raggiante come non mai, questa è musica forte, i Blunepal suonano cose d’avanguardia senza essere secondi a nessuno. Cercateli dal vivo dove sicuramente saranno fenomenali e comprate questo disco, il migliore del duemilaquattordici fino a questo momento. In queste poche situazioni sono fiero di essere italiano.

Read More

Stefano Bersola: esce il Best Of con le colonne sonore dell’infanzia

Written by Senza categoria

Anime Songs è l’album che raccoglie tutte le sigle TV scritte e interpretate da Stefano Bersola per i cartoons di Yamato Video con la speciale collaborazione di Nicolo’ Fragile ed Alberto Radius, musicisti di rilievo nel panorama musicale italiano. L’album, in uscita il 18 dicembre, comprende per la prima volta le versioni estese inedite completamente ridigitalizzate, le relative versioni strumentali e una speciale bonus track in inglese di Lamù. Una collezione creata per gli appassionati e gli amanti del genere.

Tracklist “Anime Songs” Album:

1. CITY HUNTER (Edit TV)
2. MI HAI RAPITO IL CUORE (Edit TV)
3. PATLABOR (Edit TV)
4. SUN COLLEGE (Edit TV)
5. MAGIC KNIGHT RAYEARTH (Edit TV)
6. CITY HUNTER (Extended Version)
7. MI HAI RAPITO IL CUORE (Extended Version)
8. PATLABOR (Extended Version)
9. SUN COLLEGE (Extended Version)
10. MAGIC KNIGHT RAYEARTH (Extended Version)
11. CITY HUNTER (Karaoke Version)
12. MI HAI RAPITO IL CUORE (Karaoke Version)
13. PATLABOR (Karaoke Version)
14. SUN COLLEGE (Karaoke Version)
15. MAGIC KNIGHT RAYEARTH (Karaoke Version)

Bonus Tracks:

16. MI HAI RAPITO IL CUORE (English Version)
17. SUN COLLEGE (Acappella)
18. MI HAI RAPITO IL CUORE (Instrumental)

Read More

M83 – Oblivion OST

Written by Recensioni

L’ultimo disco dei francesi M83, ex-duo (ora più che altro nom de plume del frontman Anthony Gonzalez)di musica elettronica sui generis, è in realtà la colonna sonora del film Oblivion, diretto da Joseph Kosinski (anche co-sceneggiatore e produttore), con Tom Cruise e Morgan Freeman.

Non ho ancora avuto modo di vedere il film, quindi non posso dirvi se la colonna sonora funzioni come accompagnamento drammatico, né quanto sia azzeccata come atmosfere o scelte di mood. È un disco interessante, però: gli M83 creano una colonna sonora “classica”, piena di archi e atmosfere retrò, dove lunghi crescendo elettronici sospesi si aprono in cavalcate orchestrali ritmiche e aperte (il finale di “Tech 49”), in pieno stile hollywoodiano, senza inventare granché ma rendendo epica ogni risoluzione, ogni svolta nel discorso intrapreso. D’altronde lo stesso regista ha commentato la scelta degli M83 in questo modo: “la musica degli M83 mi è sembrata fresca e originale, e grande ed epica, ma allo stesso tempo emotiva, e questo è un film molto emotivo, e mi è sembrata un’ottima scelta”.
Ecco quindi che sintetizzatori e archi si mischiano in soundscapes intriganti (“StarwWaves”), arpeggiatori e ritmiche elettroniche montano cupi qua e là (“Odyssey Rescue”, “Canyon Battle”), misteri s’infittiscono nelle rapide movenze degli alti e nelle esplosioni dei bassi (“Radiation Zone”). E poi terzine d’archi che s’alzano e scorrono incalzanti (“Ashes of Our Fathers”) e cupezze e cori angelici da un altro universo (“Temple of Our Gods”), o firme Ambient in calce, interrotte da poche, parche note di piano (la sospesa “Undimmed by Time, Unbound by Death”).

L’impressione generale è che, come colonna sonora, la musica degli M83 possa funzionare bene, così sospesa tra passato recente e contemporaneità, soprattutto per un film di SF che pare si ispiri ai classici degli anni ’70. Certo, non inventa niente, non c’è un approccio originale al materiale, e nemmeno il gancio che li farà passare alla storia (un tema alla Mission: Impossible, o alla Pirati Dei Caraibi, per fare solo due – piccoli – esempi). Anche la traccia conclusiva, la title track, l’unica cantata (da  Susanne Sundfør, che in alcuni momenti pare Florence Welch), non si muove tanto dal già sentito (anche se è decisamente scritta bene per una colonna sonora, e immagino sia servita per i titoli di coda, che scommetto abbia accompagnato alla perfezione). Sono soundscapes che sembrano spacescapes, quando riescono meglio; quando riescono peggio, invece, assomigliano ad una qualsiasi colonna sonora “di mestiere” fatta da un professionista qualunque di un qualche studio di Hollywood.
Come disco a sé stante non regala molto: forse è troppo “colonna sonora” per funzionare da solo, troppo pieno di ambienti sonori, di tappeti svuotati e poi riempiti, ma con una lentezza parsimoniosa, che così bene s’adatta al grande schermo, ma meno ad un ascolto dedicato. Non mi resta che vedere Oblivion e vedere quanto, di tutto questo, rimane durante il film.

Read More