Water From Your Eyes, cronache da un posto bellissimo

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Il sesto album del duo di Chicago è quello dell’apertura melodica, della riscoperta delle chitarre e di quella voglia di ottimismo mentre il mondo va a fuoco.
[22.08.2025 | Matador | art rock, indie rock, experimental rock]

That’s one small step for a man, one giant leap for mankind.” Queste le parole scelte da Neil Armstrong per suggellare il primo sbarco di un uomo sulla luna, il 21 luglio 1969, dopo aver poggiato il suo piede sinistro sulla superficie della Statio Tranquillitatis. Una frase iconica ancor prima di essere pronunciata, tanta era l’attesa per l’appuntamento con la storia, e di conseguenza una frase smembrata, fatta a pezzi, dissezionata come le rane nelle classi di scienze degli States.

Ci fu un vero e proprio “caso” attorno alla “a” prima di “man”, in quanto le registrazioni dell’epoca hanno del rumore bianco che impediva di capire se Armstrong avesse o meno saltato l’articolo, portando ad un piccolo errore grammaticale in uno dei più importanti eventi della storia umana. Oppure il dibattito attorno al concepimento della frase stessa, con il fratello di Armstrong che afferma di aver visto una bozza del testo “mesi prima della missione” e l’astronauta stesso che ha dichiarato di averla scritta durante il viaggio verso la Luna.

One Small Step è anche il modo in cui si apre It’s A Beautiful Place, il nuovo album dei Water From Your Eyes: 26 secondi di synth alieni interrotti dal feedback di una chitarra, un brusco ritorno alla realtà per una band abituata ad essere vista come quelli strani del villaggio. Rachel Brown e Nate Amos hanno una lunga storia di registrazioni in cameretta e dischi autoprodotti (incluso questo) dai suoni mutanti, che partono dal dance punk degli esordi fino ad arrivare ad una sintesi quasi noise e art pop con gli ultimi lavori, compreso quel Everyone’s Crushed che gli è valso la firma con Matador, le prime uscite fuori dalla bolla e uno slot d’apertura agli Interpol a Città del Messico, davanti a 160.000 persone. Un gigantesco balzo per i Water From Your Eyes, mi permetterete.

Water From Your Eyes press photo
Water From Your Eyes © Adam Powell
Melodie che brillano.

Abituati ad angoli taglienti e rasoiate quasi noise, la sorpresa di questo posto bellissimo che è il nuovo album è la (ri)scoperta della chitarra da parte di Nate, e di conseguenza il lavoro più accessibile del duo tout-court, 29 minuti che filano lisci come l’olio, con i quali potrete cantare (!) e addirittura pogare (!!!) ai loro concerti.

Che si tratti della sgasata Beck-iana di Life Signs, del mid-tempo di Nights In Armor, del proto-shoegaze di Born 2 o dell’orientaleggiante Spaceship, la musica dei Water From Your Eyes non è mai stata così piena di colori, bozze di melodie che brillano fugaci come lucciole prima di nascondersi nuovamente nell’oscurità, ma che insieme danno vita ad un prato stellato. Anche quando queste idee di indie rock sghembo vengono messe da parte, il risultato è accecante: Playing Classics è un inno dance in cassa dritta supportato da un pianoforte che zoppica, mentre Blood On The Dollar è una ballad lo-fi che avrebbe fatto un figurone in Box For Buddy, Box For Star, l’album di Nate a firma This Is Lorelei pubblicato lo scorso anno.

A questa rinnovata tavolozza musicale fa da contraltare la performance di Rachel Brown, come al solito perfetta nella sua interpretazione impassibile del dungeon master di questo Beautiful Place. I testi sono quasi sempre connessioni mentali e punti A e punti B che si uniscono solo dopo aver fatto 5-6 deviazioni, capaci però di scoccare la freccia giusta nel momento giusto (“I’m unfulfilled, I’m in a beautiful place / Yeah, it’s so sad in this beautiful place”) o di sganciare one-liner memorabili (“Look, I’m concerned as a matter of fact”). Nonostante le singole frasi e il tono in cui vengono pronunciate possano far pensare all’ennesimo disco depresso e pessimista in cui imbattersi nell’anno domini 2025, It’s A Beautiful Place nasce da una speranza di ottimismo e rivalutazione del messaggio rispetto a Everyone’s Crushed (“With this album I’m praying for optimism rather than I am being specifically optimisticha dichiarato Rachel Brown a The Fader).

Un nuovo passo per la band.

Anche se si tratta del loro lavoro più “accessibile”, It’s A Beautiful Place mette comunque sul tavolo un indie rock tutto fuorché convenzionale, con soluzioni melodiche controintuitive, ritornelli che ribaltano completamente la prospettiva della canzone, testi arzigogolati con metriche tutte loro e un approccio ancora una volta autarchico all’universo album (il momento in cui entrerà in gioco un produttore sarà “la fine della bandha dichiarato Nate). Ispirati ancora una volta da alieni, dinosauri e teorie del complotto, i Water From Your Eyes si sono reinventati nuovamente, indossando vestiti nuovi di zecca ma rimanendo perfettamente riconoscibili.

For Mankind chiude il disco con gli stessi synth extraterrestri che lo avevano aperto, e la crasi tra le due tracce in apertura e chiusura ci pone davanti a un dilemma: è un omaggio a Neil Armstrong, e di conseguenza a tutte le seghe mentali e mediatiche che sono seguite, oppure è proprio “One small step for mankind”, per stabilire per l’ennesima volta quanto futile ed insignificante sia tutto questo – io, tu, questo disco, questo mondo – all’interno di questo infinito mistero chiamato universo?

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Last modified: 27 Agosto 2025