Giunta al decimo album in studio, la band di Sacramento riconferma il proprio inesauribile, sorprendente potenziale.
[22.08.2025 | Reprise, Warner | alternative rock, alternative metal]
ecdysis. La pelle consumata dall’inevitabile trascorrere del tempo si stacca interamente dal corpo lasciando spazio ad una nuova corazza, indispensabile per addentrarsi in un mondo che nel frattempo è inesorabilmente cambiato. Le antiche cicatrici sbiadiscono, i segni del passato sono meno visibili, anche l’anima rinasce insieme alle membra. Non avrei potuto trovare metafora più appropriata per celebrare l’uscita di private music, l’attesissimo ritorno dei Deftones, sancito da una copertina che in tal senso esprime molto più di mille aggettivi. Le scaglie lattiginose di quel lucido serpente albino, in contrasto con il punto di verde acido sullo sfondo, che non è solo l’indiscusso protagonista di uno splendido artwork. È l’emblema dell’ennesima muta che l’amato gruppo di Sacramento ha deciso di affrontare, il simbolo di una trasformazione necessaria a restare al passo con i tempi (qualcuno ha appena pronunciato le parole “shoegaze” e “TikTok” nella stessa frase?) dopo decenni di immacolata carriera.
Un’evoluzione spontanea, un meccanismo già innescato fra uno step e l’altro di un percorso arrivato ormai alla sua decima tappa, oltretutto contraddistinto da pochi, irrilevanti passi falsi (qui leggasi Gore – a parere di chi scrive – in ogni caso, lungi da me definirlo un flop). Quel cambiamento, quel divincolarsi da una forma ormai superata che non snatura la genetica del passato, bensì rinnova, ripulisce da ogni scoria, resetta per ripartire senza rinnegare. Non parliamo forse della stessa band che, all’apice del successo del nu metal – del quale fra l’altro anticipò i tempi – grattò via con foga quell’etichetta per non decadere in triste parodia di se stessa? La stessa band che si è sempre lasciata lusingare dalle proprie inclinazioni anziché dai trend del momento, resistendo così stoicamente a tutte le tempeste passeggere?

Uno sguardo al passato per plasmare il futuro.
Ve lo dirò subito, così da fugare ogni perplessità in partenza: private music è un disco che funziona, eccome. Perché non si tratta affatto del classico riciclo di idee che ci si aspetterebbe da una formazione di vecchia data, dalla creatività ormai esaurita. Perché nessuno degli elementi sul piatto della bilancia, che siano le sbandate più melodiche della voce di Chino Moreno o i riff più aggressivi della chitarra di Stephen Carpenter, ha un peso tale da far impazzire l’ago. L’equilibrio è perfetto, perfetta è la sintesi, altrettanto si può dire del risultato; una buona quota del merito è giustamente attribuibile alla produzione di Nick Raskulinecz, già firma distintiva su Diamond Eyes e Koi No Yokan, due ottimi esempi di quanto il raggiungimento delle dovute proporzioni fra energia e introspezione abbia giovato ai Nostri anche in tempi non sospetti.
In private music – sebbene sia ancora vivido anche l’influsso impetuoso del più recente Ohms – tutto è rimodulato per compiacere il passato, abbracciare il presente, aprirsi ad un plausibile futuro. Lo si percepisce dall’immediatezza di my mind is a mountain, singolo di traino che aveva lasciato pochi dubbi in tal senso: il vigore del sound è rimasto intatto, la voce continua a graffiare, la melodia a controbilanciare l’insieme raggiunge nuovi picchi d’intensità.
Continuano a bruciare ed emettere luce propria le seduzioni di quel sound che aveva reso tanto grande quella triade di capolavori consecutivi iniziata con Adrenaline: quale altra band, all’alba del 2025, potrebbe vantare di essere riuscita a svecchiare in maniera così efficace i propri stessi tratti distintivi da una matrice risalente a ben 30 anni fa? Eppure, un pezzo come cut hands, che non stonerebbe affatto come bonus track di Around The Fur, ne è la prova definitiva; o ancora, una micidiale cXz, che porta nel DNA la stessa saturazione e la stessa carica emotiva dei brani apice di White Pony. E che dire dell’incredibile propulsione del refrain di milk of the madonna, sicuramente uno degli obiettivi più centrati dell’intero album? Viene spontaneo innalzarla subito sul podio degli instant classics, probabilmente al pari di una Mein – con la quale condivide peraltro parecchie similitudini a livello di struttura.
Anche chi aveva un debole per il lato più gaze e sognante dei Deftones non resterà affatto a bocca asciutta. C’è innanzitutto la bellezza delle armoniose aperture melodiche di infinite source a compensare la potenza già espressa attraverso le prime tre tracce. A seguire, l’appeal onirico e liquido di i think about you all the time – brano elevabile a degno successore della splendida Sextape – si fonde ad un muro di suono, oltre il quale la voce di Moreno spicca il volo.
Una seconda giovinezza.
Siamo quindi al cospetto di una raccolta di brutte fotocopie estrapolate da un catalogo impolverato, vi chiederete ora? Assolutamente no, semmai è esattamente il contrario: una sintesi dei punti di forza della band californiana, moderna, accessibile, praticamente senza macchia. Se da una parte i fan di vecchia data esulteranno nel tornare a far ribollire un calderone di emozioni, dall’altra il punto d’ingresso per nuovi ascoltatori è più che mai accessibile e attraente (si spera possa diventare un ponte fra diverse generazioni? Ci si prova, sempre).
ecdysis. Non è una metamorfosi, bensì la muta saggezza di chi sa che trattenere ciò che è superato equivale a smettere di crescere. È sfilarsi da una pelle ormai troppo stretta con rispetto, mantenendo il proprio cuore pulsante, lasciando che le cose vi scorrano attraverso, levigando, aggiornando, rinnovando: non un semplice atto di sopravvivenza ma la genesi di una seconda giovinezza, una possibilità non affatto scontata.
Con una presa feroce, una stretta dopo l’altra in una morsa letale, verrete lentamente conquistati. Una lingua biforcuta che attira e affascina, i denti serrati che affondano brutalmente nella carne; quel veleno servirà solo a rendervi immortali, o meglio, eternamente giovani.
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Last modified: 30 Settembre 2025




