La commovente tenerezza dei King’s Evil

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Tra slacker rock e bedroom pop, l’EP di debutto del duo di Boston è un acquerello sonoro tanto fragile quanto prezioso.
[08.09.2026 | Worry Bead Records | bedroom pop, slacker rock, lo-fi]

“This is something that the stars refuse to fix 
But I ask them to”
(King’s Evil – Tsavt Tanem)

Il caldo di quest’estate che sta ormai per giungere al termine è stato davvero insostenibile, a maggior ragione per chi, come il sottoscritto, sarebbe abituato a temperature decisamente meno asfissianti.
Nei pomeriggi più roventi avevo preso l’abitudine di stendermi sul letto con le persiane socchiuse a lasciar filtrare soltanto qualche spiraglio di luce. Da qualche tempo – invogliato da una persona a me molto cara – ho anche iniziato a giocare a scacchi online, con alterne fortune ma con un discreto tasso di divertimento (e di sdegno quando perdo, ma questo fa parte del gioco).

Lo so che non si dovrebbe fare, negli scacchi la concentrazione è sacra, ma quando gioco mi piace mettere su un sottofondo musicale, possibilmente non troppo invadente e conciliante quanto basta. Per quel giorno avevo segnato nella mia sconfinata lista delle uscite in arrivo un EP di una band a me sconosciuta che però, a giudicare da come si presentava su Bandcamp, aveva tutto il potenziale per intrigarmi.

È bastato ascoltare i primi secondi della title track – che è poi anche un pezzo eponimo rispetto al nome del gruppo in questione – per distrarmi irrimediabilmente e permettere che l’avversario mi catturasse un alfiere, ma a quel punto poco importava, la sfida con il mio rivale brasiliano era divenuta a sua volta lo sfondo del mio ascolto pomeridiano. 

King’s Evil
Estremamente dolci ma tutt’altro che stucchevoli.

Un bedroom pop a tinte slacker, da un forte retrogusto lo-fi e impreziosito da melodie semplicemente commoventi: è così che definirei le sonorità dei King’s Evil, duo di Boston che esordisce con un EP che sa suonare estremamente dolce senza apparire stucchevole, cosa di non poco conto.

La già citata traccia d’apertura è un gioiellino fragile e prezioso che riporta alla mente l’Alex G più intimista, il tutto corroborato da linee melodiche irresistibili e metafore a dir poco incisive (“I wanna be your hope, your pig of the sounder / Something you can grow, something you can slaughter”). Il classico pezzo a cui non concedi nemmeno la possibilità di finire prima di rimetterlo su, tanto è perfetto nella sua disarmante semplicità.

Se Private Failure emana una gustosissima fragranza di Guided By Voices e Jerry si avventura in divertenti territori noise pop, sulla conclusiva Tsavt Tanem è francamente impossibile trattenere le lacrime. Il titolo, che in armeno significa più o meno “lascia che prenda il tuo dolore”, racchiude in sé tutto un universo fatto di cura dell’altro e tenerezza, che sono poi due tra i temi centrali di tutto l’EP. E, a livello squisitamente sonoro, il pezzo non è da meno: una ballad che sembra quasi una preghiera, premurosa ed emozionante come solo la ninna nanna di una nonna sa essere (“When I pray, I say let the people free / Take what you want from me, but let the children eat”).

Un vero colpo al cuore.

Come se tutto questo non fosse già sufficiente a farmi sussultare il cuore, il chiaro riferimento a una famosa strofa partorita dall’eterno David Berman nascosto tra le pieghe di Sneezed è il colpo di grazia definitivo per la mia precaria quiete emotiva. “All my favorite singers couldn’t sing / And I can’t do anything, but miss you”: io non mi sento molto bene, e voi?

Quella partita a scacchi alla fine l’ho vinta perché per l’avversario era scaduto il tempo. Forse si è fatto prendere dall’ansia, oppure ha cercato a lungo una strategia che non è mai riuscito a trovare. A me però piace pensare che anche lui abbia messo su l’EP di esordio dei King’s Evil, distraendosi e perdendosi tra le sue dolci melodie: dopotutto, i buoni sentimenti valgono bene uno scacco matto.

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Last modified: 14 Settembre 2026