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VIAGGI MUSICALI | Intervista alle NANAI

Written by Interviste

Corde Oblique – I Maestri del Colore

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Chi suona stasera – Mini guida alla musica live | Luglio 2016

Written by Eventi

“Chi suona stasera?”. Sarà capitato ad ogni appassionato di musica live di rivolgere ad un amico o ricevere dallo stesso questa domanda. Eh già, chi suona stasera? Cosa c’è in giro? Se avete le idee poco chiare sugli eventi da non perdere non vi preoccupate, potete dare un’occhiata alla nostra mini guida. Sappiamo bene che non è una guida esaustiva, e che tanti concerti mancano all’appello. Ma quelli che vi abbiamo segnalato, secondo noi, potrebbero davvero farvi tornare a casa con quella sensazione di appagamento, soddisfazione e armonia col cosmo che si ha dopo un bel live. Ovviamente ci troverete dei nomi consolidati del panorama musicale italiano ed internazionale, ma anche tanti nomi di artisti emergenti che vale la pena seguire e supportare. Avete ancora qualche dubbio? Provate. Non dovete fare altro che esserci. Per tutto il resto, come sempre, ci penserà la musica.

ZU

02/07@Edoné, Bergamo per Never Fest

07/07@Ippodromo di Agnano (NA) per Cellar Festival

La band romana prosegue le date del tour di Cortar Todo col nuovo batterista, lo svedese Tomas Jarmyr. Ovviamente, come sempre per loro, non mancheranno durante il mese date all’estero.

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WILCO

04/07@Piazza Casello, Ferrara per Ferrara Sotto le Stelle

05/07@Villa Ada, Roma per Roma Incontra il Mondo

Saranno due le occasioni per poter gustare quella gran miscela di suoni e di libertà che pochissime band sanno offrire a certi livelli, livelli che la band di Jeff Tweedy e Nels Cline non ha mai abbandonato. A Ferrara Kurt Vile & The Violators in apertuta.

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JAMES SENESE & NAPOLI CENTRALE

05/07@Ippodromo delle Capannelle, Roma per Postepay Rock in Roma

08/07@Sagrato della Basilica di Capurso (BA) per Multiculturita Summer Festival

14/07@Via Sant’Antonio Abate, Pietramelara (CE) per Lara Fest

17/07@Piazza Medaglia d’Oro, Montefalcone di Val Fortore (BN)

18/07@Piazza San Nicola, Capri (NA) per Pizza Jazz Birra Capri

20/07@Corte delle Sculture, Prato per Festival delle Colline

25/07@Via della Vittoria, Alba Adriatica (TE)

Blues, Jazz, Funk e tanto, tantissimo, Mediterraneo. Il più nero a metà di tutti sarà questo mese in giro per la penisola con il suo sassofono e la sua storica band per far conoscere al pubblico O’ Sanghe, ultima fatica di una lunghissima carriera.

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BEN FROST & DANIEL BJARNASON

08/07@Teatro dei Rinnovati, Siena per Chigiana International Festival and Summer Academy

Accompagnati da un’orchestra di 26 elementi (24 archi e 2 percussioni) i due musicisti porteranno nel nostro paese per un’unica imperdibile data Music for Solaris da loro concepito nel 2011 per il 50° anniversario di Solari di Stainslaw Lem al quale il genio Tarkovskij si ispirò per il celebre film. Colonna sonora totalmente rivista dal duo, pellicola manipolata e rielaborata da Brian Eno e Nick Robertson.

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AFTERHOURS

08/07@Porto Antico – Arena del Mare, Genova per GoaBoa Festival

10/07@Centro Fieristico, Avezzano (AQ) per Kimera Rock Festival

14/07@Market Sound – Mercati Generali, Milano

15/07@Parco della Certosa, Collegno (TO) per Flowers Festival

16/07@Stadio Mirabello, Reggio Emilia per Mirabello Aria Aperta

19/07@Ippodromo delle Capannelle, Roma per Postepay Rock in Roma

La band capitanata da Manuel Agnelli presenterà il suo undicesimo lavoro Folfiri o Folfox, primo disco con la nuova formazione che vede gli ingressi di Fabio Rondanini alla batteria e Stefano Pilia alla chitarra, entrambi con la band milanese già dal precedente tour. Nella data di Collegno in apertura Sorge, il nuovo progetto del grande Emidio Clementi.

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HIROMI – THE TRIO PROJECT

08/07@Centro Commerciale Campania, Marcianise (CE) per Luglio in Jazz

15/07@Centro Commerciale Nave de Vero, Marghera (VE) per Nave de Vero in Jazz

16/07@Piazza Duomo, Tortona (AL) per Arena Derthona

La talentuosa e suggestiva pianista in Italia per 3 date col suo trio, dove la affiancano Anthony Jackson alla chitarra e Simon Phillips alla batteria, presenterà il quarto ed ultimo disco del progetto, Sparks uscito nell’Aprile di quest’anno.

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SIGUR ROS

09/07@Autodromo Nazionale, Monza per I-Days Festival

Unico appuntamento per poter farsi avvolgere dalle magiche e profonde atmosfere della band islandese, autrice di alcuni dei più grandi dischi che l’ultimo ventennio (e non solo) ci abbia regalato, per questo imperdibile appuntamento in trio. In apertura, tra i tanti, i gallesi Stereophonics.

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BE FOREST

16/07@Piazza Ombre, Chiaverano (TO) per A Night Like This Festival

La band Dream Pop-Shoegaze di Pesaro sarà presente al festival di Chiaverano dove nella stessa data, tra i tanti, troveremo sul palco anche Jacco Gardner, Birthhh e We Are Waves. Da segnalare la presenza della band nel cartellone di festival spagnoli e tedeschi durante questo mese.

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DAMIEN RICE

16/07@Piazza del Duomo, Pistoia per Pistoia Blues

L’intensità e l’emotività del songwrter irlandese al suo ritorno in Italia per una data unica,

sicuramente di altissimo livello, ad ormai due anni dalla sua ultima pubblicazione My Favourite Faded Fantasy al quele è seguito il brano “Hypnosis” inserito nella colonna sonora del film d’animazione The Prophets.

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SUZANNE VEGA

17/07@Teatro delle Rocce, Gavorrano (GR) per Festival Teatro delle Rocce

18/07@Porto Antico, Piazza delle Feste, Genova per Lilith Festival

19/07@ Area Universitaria di via Filippo Re, Bologna per BOtanique Festival

20/07@Villa Manin, Passariano di Codroipo (UD) per Folkest Festival

21/07@Giardini di Castel Trauttmansdorff, Merano (BZ) per World Music Festival

23/07@Mura di Treviso, Treviso per Suoni di Marca Festival

24/07@Parco Comunale, Pusiano (CO) per Buscadero Day

La splendida cantautrice californiana presenterà, oltre che ai suoi grandi classici, il nuovo lavoro Talks About Love, disco che si basa sulla vita della poetessa Carson McCullers.

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CRISTINA DONÀ

19/07@Centro Eventi Il Maggiore, Verbania per Stresa Festval-Midsummer Jazz Concerts

22/07@Teatro Romano, Fiesole (FI) per Estate Fiesolana

23/07@Casa del Jazz, Roma per I Concerti nel Parco

31/07@Corte degli Agostiniani, Rimini per Percuotere la Mente

La cantautrice di Rho proporrà, accompagnata da 6 grandi musicisti, un progetto- omaggio dedicato a Fabrizio De Andrè ed alla sua poetica andando ad evidenziare maggiormente i versi dedicati all’universo femminile.

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PIXIES

21/07@Parco della Certosa, Collegno (TO) per Flowers Festival

La band Alt Rock di Black Francis, tra le più influenti degli anni 80, sarà nel nostro paese per una data unica. I ragazzi di Boston, seppur orfani di Kim Deal, rappresentano sicuramente uno di quei live ai quali non si può rinunciare. In apertura i Ministri.

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A.R. KANE

22/07@Vasto per Siren Festival (location da definire)

24/07@Roma per Half Die Festival (location da definire)

Il mitico gruppo inglese tornato sulle scene lo scorso anno sarà in Italia per 2 concerti dove oltre che al meglio del loro repertorio verrà proposto nuovo materiale che finirà sul disco in uscita a 22 anni dalla loro ultima fatica. A Vasto lo stesso giorno sarà possibile ascoltare tra gli altri Editors, Adam Green e Tess Parks.

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KRAFTWERK

25/07@Arena, Verona

La fredda ed estremamente umana elettronica della centrale elettrica tedesca toccherà il nostro paese col suo progetto multimediale del 3D Concert per un’unica data impossibile da non consigliare.

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UZEDA

27/07@Pinetina del Centro Allende, La Spezia per Spazio BOSS

28/07@Parco della Gioventù, Cuneo per Nuvolari Libera Tribù

29/07@Campo Sportivo, Osio Sopra (BG) per Libera la Festa

La longeva band catanese, benedetta da Mr. Albini e dai suoi Shellac, dalla quale attendiamo un nuovo lavoro sarà questo mese su alcuni pachi del nord Italia e nella data di Osio a farle compagnia troveremo la Fuzz Orchestra.

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BLONDE REDHEAD

17/07@Teatro Romano, Fiesole (FI)

19/07@Spazio Aurum, Pescara per Onde Sonore Festival

20/07@CRT – Teatro dell’Arte, Milano
22/07
@Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera (BS)

23/07@Auditorium Parco della Musica, Roma
25/07
@Cortile degli Agostiniani, Rimini

Sarà Misery Is A Butterfly, disco prodotto da Guy Picciotto dei Fugazi, il protagonista del tour estivo che porterà nuovamente i Blonde Redhead in Italia per ben 6 date. Per la prima volta il trio newyorkese eseguirà il disco in tutte le sue tracce insieme a un quartetto d’archi. Nella seconda parte del concerto la band attraverserà poi la sua ormai ultraventennale carriera che arriva all’ultimo modernissimo Barragan del 2014.

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STREETAMBULA MUSIC FESTIVAL

30/07@Piazza Garibaldi, Pratola Peligna (AQ)

Torna il Festival Rock totalmente gratuito più importante della Valle Peligna con una Line Up da paura. Sul palco di Piazza Garibaldi si esibiranno i teramani Clowns From Other Space e Two Guys One Cup, lo strepitoso duo Industrial/Noise italo-francese Putan Club, i Voina Hen, la vera e propria “next big thing” della scena abruzzese, ed infine, un pezzo di storia del Rock Tricolore, giorgiocanali & rossofuoco, chiusura perfetta di un Festival che mai come quest’anno ha scelto di puntare sulla qualità e su un Rock aggressivo.
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La Band della Settimana: Blindur

Written by Novità

Blindur è un duo nato nella primavera del 2014 da Massimo De Vita (cantautore, polistrumentista e produttore) e Michelangelo Bencivenga (polistrumentista). Il duo napoletano nei primi 18 mesi circa di attività ha già collezionato più di 100 concerti tra Italia, Belgio, Islanda, Francia e Irlanda (prendendo parte ad importanti festival internazionali come ad esempio il Body and Soul a Westmeath), prodotto un Ep dal vivo “Casa Lavica live session”, vinto l’edizione 2014 del premio Donida, il premio Muovi la Musica 2014, il premio Nuova Musica Italiana 2015, il premio Pierangelo Bertoli 2015; il premio Fabrizio De Andrè 2015. Blindur è tra i 40 convocati per l’edizione 2016 di Musicultura. Ha aperto i concerti di numerosi artisti del panorama indipendente italiano come Tre Allegri Ragazzi Morti, Dellera, Dimartino, Giorgio Canali e Rossofuoco, Cristiano Godano, Il Disordine delle Cose, Iosonouncane, Dente.
Blindur ha collaborato in ambito internazionale con artisti irlandesi come Johnny Rayge con il quale ha realizzato un mini tour di 11 date in Italia nel novembre 2014, ha condiviso il palco con il poeta e cantautore canadese Barzin nella data napoletana del suo ultimo tour europeo, ha inoltre lavorato con Birgir Birgisson, storico fonico e produttore di Sigur Ros e non solo.
Il sound del duo si ispira alle atmosfere del Folk e del Post Rock, con un piede a Dublino e l’altro a Reykjavík.
Per quanto riguarda i testi invece, il riferimento è sicuramente la tradizione e la poetica del cantautorato italiano.
Nonostante siano solo 2 i musicisti in scena, il suono è ricco e articolato e l’ampio set up (chitarre acustiche ed elettriche, banjo, glockenspiel, effettistica ed elettronica minimale, cassa, rullante e tamburello, il tutto rigorosamente a pedale) contribuisce a dare la sensazione di stare ascoltando una band al completo.
Vincitori, lo scorso 5 marzo, del Premio Buscaglione 2016 e del Premio Tempesta Dischi sempre per “Sotto il cielo di Fred”, sono la Band della Settimana di Rockambula.

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Alt-J – This Is All Yours

Written by Recensioni

Sono in tre, sono inglesi e sanno bene cosa fanno. Gli Alt-J nascono nel 2007 e pubblicano il loro album di debutto (An Awesome Wave) nel 2012. Un disco che lascia la critica piuttosto spiazzata, considerata la massiccia mole innovativa che lo compone. A distanza di due anni, il 22 settembre corrente anno, pubblicano il loro secondo lavoro: This Is All Yours. Senza dubbio alcuno questo è stato uno degli album più attesi di questo 2014. Sarà che il precedente e pluripremiato (si veda il Mercury Prize) An Awesome Wave fu nel 2012 acclamato dalla critica come tra i migliori esordi di sempre, sarà perché, come diceva qualcuno, “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, sarà perché gli Alt-J sono riusciti a sfiorare le vette del mainstream internazionale con un sound talmente proprio e identitario da potersi dire tutt’altro che commerciale e sarà perché a gennaio di quest’anno hanno annunciato l’abbandono del bassista Gwil Sainsbury, tra lo scompiglio degli ormai già affezionatissimi fans e della band stessa.

Per capire dunque se la band sia riuscita a superare l’affannosa “prova del due” ci occorre premettere, per onestà intellettuale, un aspetto assai importante: This Is All Yours e An Awesome Wave sono dischi molto diversi tra loro. I ragazzi di Leeds con questo ultimo lavoro hanno certamente maturato un sound più introspettivo e spettrale, con chiari (e nemmeno troppo celati) richiami alla musica medievale (soprattutto dal punto di vista vocale, come si può notare in “Intro”) e alle sonorità soffuse alla Sigur Ròs (basti pensare a “Choice Kingdom”, settimo episodio della serie). Se cerchiamo singoli alla “Breezeblocks” o “Fitzpleasure”, per intenderci, rimarremo delusi. Non c’è traccia di quella brillante tensione metropolitana ben confusa con la furia della natura che caratterizzava le sonorità e le atmosfere dell’esordio. Da This Is All Yours traspaiono una cupezza disincantata e un’alienazione divertita. I bassi sintetizzati e le percussioni triggherate sono diventate assai meno invadenti e ci si sorprende un po’ quando con la bucolica “Warm Foothills” (decisamente l’episodio meno originale dell’opera) arriviamo ad essere cullati dolcemente, tra un fischio Folk e la delicatissima voce della gradita ospite Lianne La Havas. “Nara”, “Left Hand Free” e “Every Other Freckle” sono probabilmente i brani più significativi dell’intero disco. “Nara” è un inno alla libertà, dedica dichiarata alla città giapponese dove i cervi scorrazzano senza barriere o restrizioni di sorta, indicativa per capire il cambio introspettivo della band e che, insieme con il resto della trilogia (“Arrival in Nara”, “Leaving Nara”), sembra completare una preghiera pagana dai toni oscuri e processionali. “Left Hand Free”, capitolo numero cinque, è il brano più “radiofonico” e sembra volerci ricordare che questo “allontanamento dalla città” non è che un momento di passaggio, un po’ come lo è un secondo disco all’interno di una lunga carriera. “Every Other Freckle”, oltre ad essere una track dallo spessore non indifferente, è senza esitazioni un capitolo importante, rappresentando il legame diretto con le sonorità che valsero la fama del primo disco e quello che è il loro presente più contemporaneo. La traccia si presenta in piena dote di una grandissima coscienza d’arrangiamento e caratterizzata da una vena artistica naif ribelle e anarchica, che sfida la forma canzone classica e che punta dritto al futuro davanti a noi.

Niente più tempeste, dunque, niente onde imponenti in cui disperderci, ma un gradevolissimo viaggio lungo un’ora, che attraversa il tempo (sull’internet si vocifera che il disco sia stato registrato in una chiesa medievale) e che vuole superarlo, consapevole della maturità acquisita, capace ancora di sorprendere, pur se in maniera assai meno diretta. Per la seconda volta il giovane trio passa le selezioni e punta alla vetta, mantenendo le promesse fatte a suon di musica appena due anni fa. Tutte quelle promesse contenute in  un’opera impressa su disco, sotto il titolo di An Awesome Wave.

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Pertegò – Stations

Written by Recensioni

Credevo che la musica proposta dai Sigur Ròs fosse un prodotto puramente islandese, di quelli inimitabili ed inarrivabili. Credevo che fosse tutto frutto dell’atmosfera e dei paesaggi che lì Madre Natura è solita servire. Dell’aurora boreale, dei ghiacci che si sciolgono e del silenzio che li avvolge. E invece non è solo Reykjavik a fornire il contesto giusto per la nascita di una sonorità tanto idilliaca quanto misteriosa. Viaggiando verso sud, infatti, a circa 2900 km di distanza, è possibile imbattersi in un gruppo di ragazzi che sembra aver tutta l’intenzione e le carte in regola per dir la propria a colpi di Post Rock. Siamo a Piacenza ed è qui che nascono i Pertegò. Sono Khristian, Emanuele, Alessandro e Marco, uniti dalla passione per il northern-ambient sound. Il disco oggetto d’esame è il loro quarto lavoro, preceduto in ordine da Snow Behind the Enemy Lines, Hjarta Rad e Hjarta. Il titolo è Stations ed i nove capitoli che lo compongono sono tutti, senza eccezioni, degni di ripetuti ascolti.

Siamo innanzi ad un lavoro quasi pienamente strumentale. Un lavoro che sin dalle prime note di “Lula” mostra tutto il suo potenziale. La voce si fa sentire a tratti, incomprensibile ed indistinguibile, quasi a volersi dissolvere tra le composizioni e fondersi con la musica. Lo stile è esattamente quello adottato da Jònsi, ma molto più timido ed imbarazzato, introverso. Si staglia su ritmiche lente ed effimere, che un attimo dopo sembrano non esserci più. Le track successive sembrano conservare lo stesso ideale naturalista e la stessa indomabile determinazione. Ogni traccia sembra voler mostrare qualcosa, un paesaggio mozzafiato che dura soltanto un istante e che non si fa in tempo ad immortalare. Tutto intorno al disco un’aura di tristezza, malinconia e voglia di libertà. La title track fa da portavoce a tali considerazioni, ripescando sonorità Ethereal Wave degne di Enya e cori alla Lisa Gerrard e donando in chiusura tonalità più aggressive, riconducibili ad una spiccata vena Mogwai. 11’35’’(che non annoiano di certo) incuriosiscono attraverso sapienti cambi di stile e di personalità, passando in rassegna la scala delle emozioni e facendo vibrare tutte le corde fastidiosamente ed insistentemente. Ma lo stesso si potrebbe dire di episodi quali “A New Horizon”, “Wave Function Collapse”, “The Descendent”… Insomma, siamo innanzi ad un disco che va ascoltato tutto a luci spente e senza pausa, che ha in serbo colpi bassi e frustranti faccia a faccia con sé stessi. Vorrei riuscire a muover critica al lavoro svolto dai Pertegò, qualcosa di costruttivo, qualcosa in grado di spronarli a continuare a far musica. Potrei dire che sono un’emulazione dei Sigur Ròs, che sono un mix di tanta musica già masticata, che sono troppo introspettivi, che sono superati e che sono lenti. E tutte queste considerazioni sarebbero tutte quante sincere. Ma la verità è che sono esattamente ciò che avrei voluto ascoltare, ciò a cui avrei voluto lavorare. Credo che i Pertegò siano di quelle band consapevoli, senza pretese, ricche di difetti, ma che sappiano farsi amare concentrandosi sui loro pregi. Questo è come li descrivo io. Loro amano descriversi così: “Pertegò luogo di rara bellezza sperduto al culmine della valle, aria di altri tempi, luce forte a accecante, acqua di fonti pure, terra e paesaggio a tratti rigoglioso e altre volte crudo e desolato. Questo sono i Pertegò che raccontano storie su una natura ancora libera, raccontano il loro mondo fatto da cose semplici e dalla natura che li hanno creati”.

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Bombay Bicycle Club – So Long, See You Tomorrow

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Se So Long, See You Tomorrow fosse una città sarebbe Istanbul. Ho la sensazione che quella Bombay sia finita lì per caso, quando Jack Steadman e i suoi erano ancora quattro adolescenti che il pomeriggio dopo il liceo suonavano e sognavano mete radical chic e fama (e soldi) a sufficienza per raggiungerle. Poi Jack, cantante e leader della band, ha smesso di sognare e un giretto per il mondo è andato a farselo sul serio, ed è così che Bombay è diventata Istanbul. Il tragitto però è inverso: Istanbul è di schiatta innegabilmente orientale ma così bramosa di Europa; i BBC al contrario scalpitano (parliamo sempre di tardo-adolescenti) in cerca di ispirazione esotica ma,volutamente o no,restano pur sempre un sacco british. So Long, See You Tomorrow in effetti viene da un momento in cui i Bombay Bicycle Club non erano impegnati a fare i Bombay Bicycle Club, ma piuttosto a cazzeggiare tra l’Africa e l’Asia. Sarà per questo che lo hanno impacchettato con un artwork ispirato a Eadweard Muybridge, pioniere nel campo della fotografia in movimento.

Tre singoli hanno anticipato l’uscita dell’album, a mio parere col preciso intento di disorientare quanti si chiedevano dove sarebbero andati a parare stavolta questi ragazzini inglesi ormai non più tanto ragazzini. Loro nel frattempo, come (quasi) tutti gli ex teen, hanno capito che la chiave della sopravvivenza (non solo in musica)sta nel trovare il modo di far convivere le proprie pulsioni contrastanti. E se spesso le maturazioni improvvise sono imputabili allo spessore dei produttori non è questo il caso. Nel precedente A Different Kind of Fix, condotti per mano da Jim Abbiss e Ben Allen, i BBC tirano fuori un lavoro valido ma fatto di influenze prettamente Brit, ragionevolmente comparabile con i Talking Heads (come in “Lights Out, WordsGone”), ma anche cadendo in tentazioni Dance (“Shuffle”). Quando decidono, appena ventenni, di autoprodursi, i BBC scoprono invece quella che è forse la loro più naturale vocazione, un euforico Elettro Pop incurante dell’onda Indie Rock, che pure avevano cavalcato con discreti risultati ai tempi dell’esordio con I Had the Blues but I Shook Them Loose.

Corretta la scelta di “Overdone” in apertura del disco. Parte dall’India per poi tornare a strizzare l’occhio al più classico dei Rock, dichiarando così fin dall’inzio che questa è caleidoscopica Pop Music per cittadini del mondo. Il mood si mantiene intatto con il primo singolo, “It’s Alright Now”, fatto di percussioni da banda in marcia e di cori nettamente Sigur Rós, ancora più vicini all’entusiasmo di Jónsi nel suo esperimento solista. Poi “Carry Me”, lunatica e sperimentale, e la marimba di “Luna”. Come saltare dagli Animal Collective ai Friendly Fires. È questo ciò che accade. Bambinoni inglesi saltellano felici da un universo sonoro a un altro. Si è ormai conclusa anche l’era acustica e malinconica del secondo album, Flaws, nonostante permanga la stessa costante inclinazione folk. Quando cercano di nuovo quel mood tardo-adolescenziale (come in “Eyes Off You”) non arrivano al punto. Folk in maniera forse esasperata anche “Feel”, ma piacevolmente su quella linea psichedelica e sfaccettata che percorre tutto l’album. Il pezzo che porta il nome dell’album chiude il disco rubandosi un paio di minuti in più rispetto agli altri. Ancora-due-minuti-mamma-ti prego-non-ora-ci-stiamo-divertendo-così-tanto. Confesso che anch’io vorrei un paio di tracce in più. È ancora tutto sospeso in aria e potrebbe accadere qualsiasi cosa, semmai questo susseguirsi rutilante non vi fosse bastato.

È presto per dire se questo sia o meno un punto di arrivo, ed è difficile credere che un disco fatto di accostamenti ingenuamente audaci lo sia. Ma c’è gente che del non sapere esattamente cosa vuole – ma sapendo esattamente cosa non vuole – ha fatto la propria fortuna. È il volubile mondo del Pop, versatile e per questo intramontabile. Lo dice un ingegnere mentre scrive una recensione. Mi sembra prova sufficiente del fatto che del potere benefico della versatilità sono sinceramente convinta.

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Warpaint – Warpaint

Written by Recensioni

Ho visto le Warpaint dal vivo nel loro primo concerto in Italia, al Magnolia di Segrate, non mi ricordo l’anno (ricordo però che chiudevano la serata i Dinosaur Jr). Già all’epoca le quattro fanciulle California-based mi avevano saputo conquistare (dopo aver già conquistato gente tipo John Frusciante, che aveva mixato e masterizzato il loro EP d’esordio, Exquisite Corpse) con la loro miscela di Indie rarefatto e ossessività psichedelica vellutata, sospesa, da persiane chiuse su cappa di fumo da bong, con la luce a filtrare, gialla e pallida, tra le volute lente. Ecco, le Warpaint mi fanno salire l’espressionismo.

In quest’ultimo album self titled, che segue il già fortunato ma alquanto sfilacciato The Fool del 2010, la strada della nebbia Psico Indie è stata presa con ancora più forza e convinzione, trasformandola quasi in un labirinto purpureo di involuzioni fosfeniche, un palazzo escheriano in cui perdersi in saliscendi e false porte. Gli ingredienti del preparato psicotropo sono semplici e neanche troppo imprevedibili (vedere ultimi dischi dei Wild Beasts, per esempio): ritmiche quadrate e ossessionanti, con largo uso di drum machine e percussioni varie; un mare di synth, arpeggi di chitarra in delay, insomma, tutto quanto di più atmosferico ed etereo si possa innestare intorno a pattern ridondanti e riff dai tempi spezzati e rotolanti; e per finire, voci lontane, morbide, d’una femminilità impersonale, una sull’altra, come un coro di occhi lucidi a brillare nel buio.

Il disco (prodotto da Flood, già al lavoro con, tra gli altri, Smashing Pumpkins, Sigur Rós, Nick Cave And The Bad Seeds e mixato da Nigel Godrich di radioheadiana memoria) non ci rimane impresso per qualche canzone in particolare (anche se quelle riuscite per se ci sono: “Love Is to Die”, un instant classic, o “Disco//very”, col suo andamento danzereccio e strafottente, che farebbe la sua porca figura come colonna sonora in qualche episodio di Girls) ma è nel complesso che gira come deve, nella somma delle sue parti: una cavalcata mentale da strafatti californiani che può diventare il ballo ipnotico e lento di qualche sballata nei piccoli locali di LA (d’altronde, “love is to die, love is to not die, love is to dance […] why did you not die, why don’t you, why don’t you dance, and dance…”). Insomma, un buon prodotto in cui perdersi in occasioni rilassate da riempire di fumo e atmosfera. Astenersi cercatori di graffi ed oppositori delle droghe leggere.

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Diaframma 06/12/2013

Written by Live Report

Sempre pieno di grinta Federico Fiumani con i suoi Diaframma è tornato il 6 Dicembre a calcare un palco in terre abruzzesi, più precisamente quello del Tipografia di Pescara. Ad aprire la serata sono stati gli Edith Aufn, gruppo influenzato da Sigur Ròs, Kyuss, Nick Cave, Radiohead, Mark Lanegan (e chi più ne ha più ne metta) che ha già un discreto curriculum di esperienze alle spalle ma che non ancora riesce a sfondare nell’Olimpo del Rock italiano. La loro esibizione passa comunque veloce perché tutti erano lì per vedere il grande gruppo fiorentino che gira in lungo e in largo l’Italia da trentacinque anni attraversando stili che vanno dal Dark al Post New Wave, dal Punk al Rock.

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Tuttavia l’anima cantautorale di Fiumani si fa spesso viva in maniera onirica ed acida, con la sua timbrica inconfondibile, aiutato da una sezione ritmica (Luca Cantasano e Lorenzo Moretto rispettivamente al basso e alla batteria) e da una seconda chitarra, Edoardo Daidone, che non gli ruba mai lo spazio da leader assoluto e che anzi riesce a ritagliarsi anch’essa un ruolo di rilievo. La formazione a quattro è ormai una solida realtà, brevettata già in precedenti concerti, ma per il sottoscritto è stata la prima occasione per ammirarla live. Il locale è pieno di fan che lo seguono da sempre, che ripetono a squarciagola le liriche delle canzoni, che però rimangono fermi ed impassibili quasi in adorazione del proprio idolo musicale. Quando vai a un concerto dei Diaframma sei già sicuro di ciò che trovi, ma l’occasione di ascoltare le canzoni del nuovo album Preso nel Vortice  alternate alle grandi hit quali “L’Odore delle Rose” e “Blu Petrolio” che rispettivamente aprono e chiudono il concerto è davvero ghiotta. Trova spazio anche una graditissima sorpresa, “Venus” dei Television di Tom Verlaine, Fred Smith, Billy Ficca e Richard LLoyd, da sempre uno dei gruppi più apprezzati e stimati da Fiumani. Rimane quindi da chiedersi se ci sarà mai qualcuno in grado di raccogliere l’eredità musicale che la band fiorentina sta lasciando nel corso degli anni…

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Tuttavia i Diaframma sono ancora lì a deliziarci con i loro capolavori sonori e di fermarsi non ci pensano proprio! Anzi…

Di recente hanno persino pubblicato una versione in vinile con allegato cd del loro grande classico Siberia che nel lontano 1984 aprì le porte ad un’intera generazione di musicisti che da anni cercavano invano di imporre l’Indie Rock al grande pubblico. L’edizione è stata stampata in sole 999 copie e perciò negli anni diventerà sicuramente un prezioso oggetto da collezionismo da non farsi quindi sfuggire! A fine concerto da segnalare che Federico Fiumani si è prestato volentieri anche a firmare autografi (solo al sottoscritto almeno una ventina!) e a fare foto e a scambiare due chiacchiere con tutti coloro che lo hanno atteso. Grande conclusione di una serata perfetta passata in compagnia del nostro direttore Riccardo, della sua fidanzata, di due loro amici e del mio fido compagno di avventure (e disavventure) concertistiche Carlo. Ma questi sono solo fatti miei, per cui ora prendete il cd di Preso nel Vortice e lasciatevi deliziare dalle sue note!

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Margareth – Flowers

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Sono ormai lontane le sonorità Pop ed acustiche degli esordi di White Line e oggi i Margareth si ripresentano al pubblico dedicandosi maggiormente ad un Rock sempre più etereo ed elettronico, tra i Flaming Lips nei momenti più sperimentali, gli Archive di With Us Until You’re Dead in quelli più incazzati, e i Sigur Ros in quelli più acustici e Indie. Flowers si compone di quattro tracce, la prima, “Help You Out”, si apre con un ticchettio ritmico a mo di “lancetta di orologio” accompagnato da una batteria acustica ripetitiva, un basso-synth importante, una voce calma e accordi in stile Explosions in the Sky e gruppi affini. Lounge e percorsa dal suono di un pianoforte è “Flowers”, una di quelle canzoni che ascolteresti volentieri di notte tornando a casa su un autobus, mentre particolare e ben strutturata è “Asimov”, un canzone che si fa spazio tra momenti di pace prevalentemente acustici e sfoghi distorti e sintetici. Bisogna dare merito a questi ragazzi dell’ottima scelta di cambi di suono e ritmo in questa traccia: si passa da un inizio tipicamente Ambient-Rock che incorpora strane combinazioni di suoni, ad uno stacco con tanto di riproduzione virtuale del classico organo ed una batteria a modi Chillstep (Dubstep in versione Chill per intenderci meglio), ed un finale che ritorna ad essere incazzato. Chiude il tutto “Maze”, una canzone caratterizzata da parole, guitar-noise e strings che ti permettono di andare in un altra dimensione e fluttuare.

I Margareth sono strani ed il loro è un suono dove conta veramente e principalmente il timbro sonoro generale e le atmosfere invece che voce, ritmica e struttura. Ciò che si percepisce è la voglia di trasmettere un’idea non ben definita e soggettiva attraverso la loro musica ed i loro strumenti. Il difetto (se così si può chiamare) è quindi quello di non aver bisogno di un cantante che comunque non disturba ma nemmeno fortifica o aggiunge qualcosa al tutto, diventando dunque superfluo.

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Múm – Smilewound

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Il panorama musicale islandese, mai come negli ultimi anni, ha attirato così tanto l’attenzione su di sé. Sulla scia dei successi internazionali di Björk prima e di Sigur Rós dopo, sono emersi band della forza di Amiina, Agent Fresco, FM Belfast, Of Monsters And Men e i Múm. Pur con declinazioni molto diverse in ogni esito, la formula che sta alla base delle composizioni di questi artisti sembra essere sempre la medesima: una commistione di Pop, musica colta, folklore, elettronica, ciascuna in percentuale diversa a creare un panorama musicale variegatissimo ma anche immediatamente collocabile sul piano culturale-geografico.
Uscito il 6 settembre scorso, Smilewound, l’ultimo disco dei Múm, sembra essere una summa di tutte le precedenti esperienze della band. Il disco si apre col singolo “Tootwheels”, un brano dal sapore particolarmente trip-hop, con un contrappunto di archi pizzicati e pianoforte che lascia lo spazio a sonorità elettroniche da carillon. “Underwater Snow” è una ballad con un’introduzione pianistica alla Yann Tiersen e il cantanto alla Julia Stone (o Emiliana Torrini, se vogliamo pescare fra i connazionali della band). Una rivisitazione degli artifici elettronici anni 80 sembra essere la base di “When Girls Collide” (come della successiva “Candlestick”, in fondo), con un motivetto in loop ipnotico e quasi fastidioso, che però ben si amalgama con le voci spesso in deelay. “Slow Down” ricorda particolarmente Björk ed è forse la traccia più studiata e costruita, con un continuo slittamento di accenti ritmici e l’uso massiccio di rumori coloristici. “One Smile” è il brano che più si discosta dall’omogeneità stilistica del disco: la melodia principale, affidata a un metallofono, rimanda all’estremo oriente e la freddezza del timbro di questo strumento viene subito scaldata dalle chitarre e dagli archi, in un crescendo ritmico-dinamico che diventa una specie di cavalcata nervale frenata solo dalla delicatezza vocale. Per “Eternity Is the Wait Between Breaths” sembra che i Múm si siano rivolti nuovamente a Tiersen: il brano sarebbe perfetto per una sonorizzazione cinematografica, con il mix di rumori sintetici e patina vintage con cui è costruito. “The Colorful Stabwound” è probabilmente la traccia più Pop di tutte, sia per la linea melodica, ben più lineare e convenzionale, sostenuta solo dal basso che scandisce l’incalzante ritmo della batteria, sia per la costruzione strofica.

“Sweet Impression” sottolinea moltissimo la precedente impressione sulla parentela fra la voce dei Múm e le rese canore di Emiliana Torrini e Julia Stone. La mia traccia preferita, comunque, è “Time to Scream and Shout”,  meravigliosamente ossimorica, visto che invece di essere urlata, l’esecuzione è placida, greve, con atmosfere trasognanti alla Himogen Heap. Piccola chicca del disco è la collaborazione per “Whistle” con Kylie Minogue che, chi l’avrebbe detto, si amalgama perfettamente col sound della band e non solo non disturba, ma conferisce addirittura un certo tocco di grazia al brano. Smilewound è un album veramente da ascoltare, un bello spaccato della produzione di una band e un gradevolissimo susseguirsi di ispirazioni e suggestioni.

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Good Morning Finch – Cosmonaut

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Aria timida fuori dalla finestra, il cielo che sembra gettare a forza su di noi i suoi rantoli, spuntando fuori i polmoni per soffiare l’ultimo vento caldo. E in un panorama così apparentemente banale abbino casualmente il romanzo che in un’estate troppo movimentata non sono riuscito a finire e un disco da recensire, pescato dagli arretrati di questo frenetico anno.

Murakami “Kafka Sulla Spiaggia” incontra i Good Morning Finch, band siciliana attiva dal 2010 che abbatte dalle prime note tutte le barriere spazio-temporali. Le visioni oniriche e magiche dei personaggi del romanzo si mischiano alla perfezione ai delay, alle poche chitarre ben incastrate tra beat carnali (questo è un album suonato e si sente) e ritmiche soffici. Sensazioni di calma, ma anche di angoscia e di tremenda lentezza e imprevedibilità invadono l’atmosfera. La dinamica non esplode mai, anche quando potrebbe permettersi più violenza come in “Last Rocket From Moskow to Neptune” è tenuta volutamente soffusa, calibrata quasi alla perfezione. Non ci abbandona l’alone di mistero e la sensazione di stare a mezz’aria pur avendo ben cosciente ed impresso il ricordo del nostro mondo terreno. Pink Floyd e Sigur Ròs trovano un facile accordo e mischiano le loro deviazioni. I Good Morning Finch però tralasciano spesso le efficaci venature pop. Qui nulla è cantato, anche la poca voce presente è un incredibile veicolo tra spazio e terra.Ci sentiamo astronauti più vicini alle stelle ma mai troppo distanti dal suolo. Non lo perdiamo mai di vista, lo osserviamo attentamente per vivere più intensamente il sogno. Proprio come in Murakami, dove mai perdiamo la sensazione del tatto. Anche quando si parla di fantasmi perduti nello spazio in “Alexis Graciov is Gone” (Alexis Graciov è un cosmonauta che pare essere scomparso nel 1960 in una missione spaziale russa, leggenda o complotto?) la chitarra acustica ci riporta in una spiaggia con un falò, resa surreale da una voce femminile lontana, che echeggia tra le onde.

Qualcosa combina romanzo e disco in uno strepitoso vortice in cui le sensazioni visive, le parole e le note si combinano chimicamente. Conoscendo i miei gusti questo EP (sebbene prodotto al meglio) non si sarebbe mai insediato nelle mie orecchie in assenza di “Kafka Sulla Spiaggia” e dei suoi bizzarri soggetti. Fatemi pensare che sia nulla più che una piacevole coincidenza.

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