led zeppelin Tag Archive

‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di ottobre 2018

Written by Eventi

William Basinski, Wire, Low, Ólafur Arnalds, Peter Broderick & Stargaze… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

Continue Reading

Read More

VIAGGI MUSICALI | Intervista ai Push Button Gently

Written by Interviste

VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Harmonic Pillow

Written by Interviste

ANDARE IN CASCETTA (un piccolo libro che parla di voi)

Written by Articoli

Torna dal 12 al 15 agosto il Rock Your Head festival

Written by Senza categoria

Riconquistare gli spazi e restituire loro nuova linfa e nuova vita. Creare punti di contatto tra le energie creative presenti sul territorio e sinergie con le forze artistiche che provengono da indefiniti altrove. Nato nel 2008 a Montebello di Bertona (PE) dalla forza di volontà e dalla passione di un gruppo di ragazzi sempre più consapevoli delle criticità e delle potenzialità del territorio, torna con tali intenti il Rock Your Head festival pronto a scuotere gli animi dal 12 al 15 agosto 2015. In attesa di svelare il programma completo, l’organizzazione rende note le attività e la line up delle prime due giornate e ne annuncia una gustosa anteprima prevista per sabato 4 luglio presso la libreria TIBO: a partire dalle 18 aperitivo in collaborazione con “Cignale – agriturismo & società agricola” che proporrà un menu con prodotti locali  e che sarà accompagnato da djset. Alle 22.00, il live della band Surf Garage romana John Canoe, formatasi nell’autunno del 2009 dall’unione di Jesse Gemano’ (voce e chitarra), Stefano Padoan (voce e batteria), da subito riconoscibili per le loro melodie disinvolte ma d’effetto che mischiano Surf al Garage Rock più Punk e alternativo.

Il 12 agosto il festival si prepara ad accogliere i partecipanti sin dal primo pomeriggio con l’apertura del Belomonte Social Bar, offrendo la possibilità di sistemarsi nell’area camping in piena tranquillità. Durante la serata la scelta delle due band che si esibitanno sul Camping Stage va a privilegiare la scena emergente. I Voina Hen sono infatti una band proveniente dall’amena Lanciano che ha da poco pubblicato il primo EP Finta di Niente, interamente autoprodotto e diretto artisticamente da menti malate di Manuele Fusaroli (Luci della Centrale Elettrica, Zen Circus, Nada, Nobraino, Management del Dolore Post-Operatorio ecc.) e Marco Di Nardo (Management Dolore Post-Operatorio). Nella primavera del 2014 iniziano le registrazioni del loro primo disco ufficiale, sempre al seguito della folle accoppiata Di Nardo-Fusaroli. Saranno inoltre protagonisti della serata i Bee Bee Sea, mantovani dall’attitudine Garage che puntano dritti al cuore, senza lasciare scampo, attaccando ritornelli che teletrasportano nel Big Sur californiano per poi, inconsciamente, scaraventarti a Manchester o Nashville. Se i Black Lips fossero nati in terra d’Albione forse suonerebbero così. Il loro omonimo disco d’esordio esplosivo e straordinariamente maturo per questi tre ragazzi cresciuti laddove la provincia mantovana si incunea nel bresciano, frutto di una lunga collaborazione con il T.U.P. Studio di Brescia dove, sotto la direzione di Bruno Barcella e Alessio Lonati, hanno cesellato e arrangiato il disco, nella romantica convinzione che ogni brano dovesse risultare un singolo.

Il 13 agosto invece inizieranno le diverse attività permanenti parallele ai concerti: sin dalla mattina infatti sarà aperta l’area ozio letterario in collaborazione con la libreria Tibo che gestirà una libreria ambulante a cielo aperto durante tutte le giornate del festival, con presentazioni di libri e reading, e con un nuovo spazio dedicato alle streetarts,  ci saranno giochi ed intrattenimenti per il pubblico più giovane e si realizzerà la programmazione Rock Your Earth con produttori locali e workshop sulle pratiche del villaggio sostenibile. Dal primo pomeriggio aprirà anche l’area ludica adiacente al Social Bar con giochi ed intrattenimenti disparati. I concerti avranno inizio alle 17:30 con l’esibizione di The Blues Against the Youth, progetto solista di Gianni TBAY, che si esibisce da solo suonando simultaneamente chitarra, voce,  grancassa, hi-hat, kazoo e l'”invisibile rullante di ferro”. Nel 2008, dopo vari anni di esperienza nella scena Hardcore Metal internazionale con il suo gruppo The Orange Man Theory, il musicista romano fonda questa one man band per tributare alcuni ascolti di un tempo che non ha mai abbandonato. Inizialmente ispirato dai suoi eroi Country Hank Williams, Merle Haggard e David Allan Coe, The Blues Against Youth sincretizza varie influenze, passando dal riff rock ’70 dei Led Zeppelin, Lynyrd Skynyrd e Grand Funk  Railroad, attraverso il Blues primitivo dei padri del delta, andando verso qualcosa di fangoso e travolgente.  L’esibizione sarà seguita da un djset che preparerà il pubblico alla programmazione serale ed all’apertura del mainstage con tre band dall’approccio sperimentale e dalle profonde influenze Shoegaze, Darkwave e Psichedeliche: l’apertura sarà di Felpa, progetto solista nato dall’esigenza espressiva di Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax, che trae ispirazione tanto dall’Italia musicale di fine anni ’90 quanto dall’Inghilterra musicale di inizi anni ’90, ma volendo guarda ancora più indietro nel tempo. Infine sarà la volta degli headliner The KVB, duo inglese formato da Nicholas Wood & Kat Day: come un sogno ricordato in maniera confusa, si mescolano nella loro musica i riverberi tipicamente Shoegaze con una produzione elettronica minimale. Un progetto avviato con una serie di Ep in vinile e cassetta prima di giungere al primo full-length, Always Then del 2012. Altri due album arrivano l’anno successivo (Immaterial Visions e Minus One), il secondo dei quali rivisita materiale già edito in cassette ad edizione limitatissima. Nel 2014 il duo registra a Berlino le tracce del proprio Ep Out of body, collaborando per la prima volta con il batterista Hoe Silworth, meglio conosciuto per il suo lavoro con gli Stereolab. In chiusura i ritmi tribali, cerebrali ed ipnotici dei Warias, progetto che vede dietro la produzione artistica Matteo Salviato bassista di The Soft Moon, band capitanata dallo statunitense Vasquez.

Evento Facebook https://www.facebook.com/events/847436652007734/
Sito http://www.rockyourheadfestival.com/
Pagina Facebook https://www.facebook.com/rockyourheadfestival?fref=ts

Read More

Elli de Mon, il nuovo disco a Febbraio

Written by Senza categoria

Si intitola semplicemente II, due o secondo. Due come gli opposti: luce, ombra; giorno, notte; io, l’altro. Due come il secondo disco dei Led Zeppelin. Due come naturale prosecuzione del primo lavoro, a cui questo disco è legato. II è stato registrato la scorsa estate al T.U.P. Studio di Brescia, prodotto da Bruno Barcella e Alessio Lonati che hanno anche partecipato alle registrazioni. Il suono e la produzione diventa più minimale rispetto all’album d’esordio e allo stesso tempo l’atmosfera del disco si fa ancora più cupa e oscura: PJ Harvey, i Kyuss, John Fahey sono le influenze predominanti che si mescolano a Bessie Smith, Blind Willie Johnson e Son House. La musica modale indiana, con la quale Elli de Mon si è formata, si fa ancora più presente nel disco. II uscirà in LP e CD per Pitshark Records, etichetta francese che lavora con alcune leggende del Rock mondiale: dai Motorhead ai Radio Birdman, dai New Christs ai Nomads, dai Sewergrooves ai Cosmic Psychos. L’illustrazione della copertina, come per il disco precedente, è stata creata da Alberto Brunello.

Read More

Il Video della Settimana: The Scunned Guests – “Sogno e Son Desto”

Written by Senza categoria

Da Sassari arrivano The Scunned Guests, quartetto composto da Gianni Senes, potente voce della band, Paolo Vodret al basso, Pietro Marongiu a completare la sezione ritmica e Marco Calisai alla chitarra. Il loro sound spazia in tutto l’universo Alternative Rock, toccando note che richiamano alla mente Led Zeppelin, Faith No More, Nirvana, Pearl Jam, Beatles e tanti altri. Trovate The Scunned Guests – “Sogno e Son Desto” di seguito e in homepage per tutta la settimana.

Read More

Suntiago – Spop

Written by Recensioni

Il sound dei romani Suntiago è di quelli che quando li ascolti (magari per caso, mentre passano alla radio) non puoi evitare di battere a ritmo il piede destro, che tu sia in ufficio seduto alla scrivania in un piovoso pomeriggio primaverile, o a fine giornata, in fila alla cassa del supermercato. Pop Music come ripieno di giornate vuote di ogni ritmo, che alle ore 19 sei là in coda, assorta in considerazioni metafisiche quali la possibilità che sia finito il detersivo ma il grado di apatia è tale che piuttosto che tornare indietro a prenderlo consideri l’ipotesi di tornare a casa e fare del bucato sporco un bel falò. Se in quel momento la radio passa il pezzo giusto, che scioglie il torpore e ti concede persino un sorriso, collega desperate housewife, lasciatelo dire, hai avuto una gran botta di culo, che magari quel pezzo finisce per spedirti di buon grado a prendere il Dash salvandoti dall’avere l’indomani una giornata anche peggiore, che quelle che iniziano davanti ad un cassetto dei calzini vuoto non hanno possibilità di riscatto alcuna.

Delle tredici tracce che compongono Spop almeno cinque sono dotate di martellanti ritornelli, Pop “sporco” di quello che si insinua in chissà quale piega cerebrale e ci resta senza che tu abbia dato il consenso. Credo sia lo stesso luogo della memoria dove risiedono i testi dei Take That, che del detersivo non ti ricordi affatto ma invece quelli dopo una ventina di anni ce li hai ancora perfettamente limpidi. Non è un caso che io abbia citato i cinque bellocci di Manchester, perché il problema di fondo di un album pieno di ottimi intenti è un timbro vocale che a poco è valso sporcare di effetti per distogliere l’ascoltatore dall’idea che potrebbe trattarsi della voce di un componente di una qualsiasi boy band. Senza nulla togliere alle band per ragazzine, la questione mi appare un limite perché durante l’ascolto mi sembra di capire che gli intenti dei Suntiago fossero altri: “Seguimi” apre il disco con qualche chitarra dalle pretese Rock, “Nausea” e “Linea Sottile” sono piacevolmente Funk. Il ritmo è fresco, tendente al frivolo, ma è accompagnato da un cantautorato non privo di sostanza, con un paio di rimandi colti (come la scelta di intitolare un brano a John Bonham), come a sottolineare in ogni caso l’adesione a un universo sonoro in realtà lontano dagli esiti di Spop (quantomeno perché, se è chiamato in causa il batterista dei Led Zeppelin, uno si aspetta qualche virtuosismo tra le percussioni, ma invece loro al posto di una ricca sezione ritmica scelgono per l’occasione di sfoderare un organo).

L’album è ricco di tentativi di contaminazione da World Music, chitarra flamenca spolverata senza lesinare e un amore per l’Africa che è più nelle parole che nel sound. Poi in “Viola” compare una tromba, è la chiave giusta per uscire dal tracciato Pop e intraprendere la strada del Funk un tantino più audace, che però non ha seguito in altri brani. “Funk Off” è invece il caso più lampante in cui un timbro più caldo (o più semplicemente tonalità meno alte, meno effettate e forse anche un po’ meno ostentate) avrebbe condotto – a dispetto del titolo – verso un buon Rock dal sapore vagamente 70’s. Trattandosi di un esordio, c’è da dire che nel complesso l’album appare un lavoro decisamente organico, anche se per la cura del dettaglio sembra ci voglia ancora un po’ di tempo.  Nella track di chiusura, in buona parte strumentale, tornano le chitarre gitane a ritmo sostenuto e pochi versi efficacemente in loop. Torna indietro a prenderti ogni rinuncia. Signorsì. Grazie per la piacevole compagnia. Prendo il resto, imbusto e vado.

Read More

Elevators to the Grateful Sky – Cloud Eye

Written by Recensioni

Primo full length per i siciliani Elevators to the Grateful Sky, dall’artwork splendido e assai azzeccato: Cloud Eye è infatti un piacevole e duro album di Stoner veloce che si miscela alla passione per la Psichedelia anni 70 (come d’altronde faceva in parte anche l’originale scena del Palm Desert ad inizio 90). Gli ETTGS hanno studiato bene la storia, e il loro tornare sulla scena del delitto è competente e preciso, con qualche aggiunta ben ponderata che sposta il baricentro (e meno male, a più di vent’anni di distanza fare la stessa, identica cosa non avrebbe nessun senso). Abbiamo quindi l’intro di armonica di “Ridernaut”, le chitarre Grunge e brillanti di “Turn in My Head”, o i fiati di “Red Mud”, che ci teletrasportano via dal deserto, verso un finale Soul/Blues sui generis che spiazza e soddisfa. Abbiamo le spruzzate Garage di “Handful of Sands”, inframmezzate da succulenti e grassissimi riff di chitarra fuzz, il mezzo Reggae dell’intro di “Upside Up” che in pochi secondi si trasforma in Punk californiano, poi si rallenta verso voci più pulite in “The Moon Digger”, dal sapore Led Zeppelin, un sapore che rimane in bocca anche dopo i pochi secondi dell’autocitazione di “Xandergroove”. Si finisce tra gli spazi di finto Reggae della title track, che una volta partita poi non torna più indietro, e ci si spiaggia sulla sabbia desertica nella definitiva “Stonewall”, lenta e vibrante, come da scuola Kyuss.

Un disco da ascoltare per tutti gli amanti del genere: Cloud Eye rielabora e prosegue il discorso del Desert Rock con competenza e gusto, senza aggiungere troppo ma funzionando alla perfezione, ottimo discepolo di una scuola che, ne sono certo, ci regalerà ancora numerose cavalcate tra le sabbie torride di ritmiche ipnotiche e distorsioni profonde.

Read More

Sun Kil Moon – Benji

Written by Recensioni

Sesto lavoro di Mark Kozelek con il moniker Sun Kil Moon. Lo Slowcore dei suoi storici Red House Painters è lontano anni luce. Il prolifico Kozelek ama sperimentare – ben tre progetti nel 2013, nati da interessanti sodalizi e usciti per la sua etichetta, Caldo Verde Records – ma sembra sfoderare il moniker solo quando sceglie di tornare al Cantautorato incontaminato. Lasciate stare, non riuscirete a godere di Benji se lo scegliete come sottofondo ad una qualsiasi altra attività. Vi è concesso l’ascolto in macchina, ma senza meta. D’altronde trovo profondamente ingiusto non dedicare ad un cantatore il tempo necessario. Un’altra cosa ingiusta sarebbe tacere il fatto che in Benji muoiono tutti. Senza giri di parole. Che la morte fosse ricorrente motivo di riflessione per Kozelek era chiaro da tempo, ma non sono più i pugili adolescenti di Ghosts of the Great Highway a turbarlo. Molte delle scomparse premature di cui parla sono quelle di persone a lui vicine, e ce lo dice tutto d’un fiato. Mark è un cantastorie dei nostri tempi. Brani densi e lunghissimi, prosa schietta che si srotola urgente quasi senza alcuna attenzione a metrica e ritmo. Kozelek è sconvolgentemente diretto nel suo intimo rimuginare sull’assurdità della scomparsa di chi se ne va troppo presto. Le numerose collaborazioni (tra cui l’ex batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley) passano forse un po’  inosservate.Il testo è tutto e non si affida ad alcuna metafora, le melodie ridotte all’acustico minimo sindacale, senza tregue strumentali.

Se ne esce spiazzati. Resto ancora un po’ in attesa di un tocco di Folk Rock – “Carry me, Ohio”, please – che però non arriva. Me ne faccio una ragione e vado avanti. Con “I Love my Dad”, fresca e Country e coi cori mutuati al Gospel, ho la sensazione che sia finalmente giunta una boccata d’aria dopo la tensione emotiva dei trenta minuti appena trascorsi. Salvo poi scoprire che il testo è uno dei più struggenti. Per dirne una, immaginate Mark bambino che torna a casa in lacrime per essere stato costretto a scuola a sedersi accanto a un compagno albino, e suo padre decide di spiegargli le meraviglie della diversità facendogli ascoltare un disco. Nella fattispecie They Only Come Out at Night, del rocker albino Edgar Winter. E se non fosse tutto così autobiografico come Kozelek vuole far crederci? Non importa, perché mi piace pensare che storie come questa accadano e inizio a considerarela possibilità che se tutti i padri si armassero di dischi per educare i propri bambini il mondo forse sarebbe un posto più carino.

È questo che farà sì che la cerchia di quelli che venerano Kozelek da sempre amerà Benji in modo particolare. Ogni storia è permeata di coinvolgenti dettagli del suo vissuto, e se la tradizione Folk americana da Woody Guthrie a Bob Dylan è vissuta di temi sociali e politici, Kozelek assume un’accezione decadente nella sua inclinazione autoreferenziale, in cui anche le tragedie collettive – in “Pray for Newtown”, quella Newtown del massacro alla Sandy Hook Elementary School del 2012 – sono osservate dal suo personalissimo punto di vista (le lettere che riceve da un fan che gli chiede di pregare per loro). Mi lascio trasportare da “I Watched The Film the Song Remains the Same”. Oh sì, sono di nuovo in Ohio. È la cronaca del percorso artistico di Mark, che inizia in un pomeriggio della sua infanzia passato a vedere il celebre film sui Led Zeppelin. Nel mentre, unico ma travolgente accompagnamento alla sua voce calda, una chitarra di ispirazione gitana. Sono grata per il fluire strumentale della mandola in chiusura che mi lascia il tempo di metabolizzare. È una concessione che pochi dei pezzi di quest’album fanno. “Micheline” corre in mio aiuto con un timido pianoforte e “Ben’s a Friend of Mine” (il suo amico di vecchia data è proprio quel Benjamin Gibbard dei Death Cab for Cuties) azzarda un sax, tornano le atmosfere a cui ci Kozelek ci ha abituati e scioglie in parte la tensione ma è un po’ tardi.

Forse è questo il limite di Benji. Non c’è spazio melodico per digerire. L’anima del songwriter ha prevalso su quella del compositore. Timore che sonorità più invadenti ci avrebbero distratto? Noi ti prendiamo sempre un sacco sul serio, caro Mark, anche quando concedi qualche incursione a suoni che ti appartengono forse meno. Perils from the Sea (dello scorso anno, con Jimmy LaValle) è stato un’intima poesia, e lo è stato anche perché sapientemente condito di elettronica minimale.  Ok, l’ho detto. Ma che ti frega? Gira voce che quei tiratissimi di Pitchfork ti abbiano dato un 9.

Quanto a me…Pitchfork, nun te temo.

Read More

Bologna Violenta – Uno Bianca

Written by Recensioni

Con l’uscita, nel 2012, di Utopie e Piccole Soddisfazioni, Nicola Manzan, in arte Bologna Violenta, ha fissato per sempre i paletti della sua espressione stilistica, permettendoci di distinguerlo al primo ascolto, anche in assenza quasi totale della voce, sua o di chi altri. Con quel terzo disco, il polistrumentista già collaboratore di Teatro Degli Orrori, Non Voglio Che Clara, Baustelle, sembrava gridare all’Italia la sua ingombrante presenza, divenendo poi uno dei punti fermi (grazie anche alla sua etichetta, Dischi Bervisti) di tutta la scena (ultra) alternativa che non si nasconde ma si offre in pasto a ogni sorta di ascoltatore, dai più incalliti cantautorofili, fino agli inguaribili metallari. Nicola Manzan non colloca alcuna transenna tra la sua arte e i possibili beneficiari e allo stesso modo non pone freno alla sua creatività, fosse anche spinto dal solo gusto per il gioco e l’esperimento divertente magari senza pensare troppo al valore per la cultura musicale propriamente detta. Arriva perfino a costruire una specie di storia della musica, riletta attraverso quaranta brani che sono rispettivamente somma di tutti i pezzi composti da quaranta differenti musicisti. Dagli Abba ad Alice in Chains passando per Art of Noise, Barry White, Bathory, Bee Gees, Black Flag, Black Sabbath, Bob Marley, Boston, Carcass, Charles Bronson, Dead Kennedys, Death, Donna Summer, Eagles, Faith No More, Genesis, Jefferson Airplane, Kansas, Kyuss, Led Zeppelin, Michael Jackson, Negazione, Nirvana, Os Mutantes, Pantera, Pink Floyd, Queen, Ramones, Siouxsie and the Banshees, T. Rex, The Beatles, The Clash, The Doors, The Police, The Velvet Underground, The Who, Thin Lizzy e Whitney Houston. Ogni traccia è il suono di tutti i frammenti che compongono la cronaca musicale di quell’artista. Poco più di una divertente sperimentazione che però racconta bene il soggetto che c’è dietro.

Dopo questo esperimento sonico per Bologna Violenta è giunta finalmente l’ora di far capire a tutti che non è il caso di scherzare troppo con la sua musica e quindi ecco edito per Woodworm, Wallace Records e Dischi Bervisti ovviamente, il suo quarto lavoro, Uno Bianca.  Se già nelle prime cose, Manzan ci aveva aperto le porte della esclusiva visione cinematografica delle sue note caricando l’opera di storicità, grazie a liriche minimali, ambientazioni e grafiche ad hoc, con quest’album si palesa ancora più la valenza fortemente storico/evocativa della sua musica, in contrapposizione ai cliché del genere Grind che lo vedono stile violento e aggressivo anche se concretamente legato a temi pertinenti politica e società. La grandezza di Uno Bianca sta proprio nella sua attitudine a evocare un periodo storico e le vicende drammatiche che l’hanno caratterizzato, attraverso uno stile che non appartiene realmente all’Italia “televisiva” di fine Ottanta e inizio Novanta. Il quarto album di Manzan è proprio un concept sulle vicende della famigerata banda emiliana guidata dai fratelli Roberto e Fabio Savi in attività tra 1987 e 1994, che ha lasciato in eredità ventiquattro morti, centinaia di feriti e strascichi polemici sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti nelle operazioni criminali. Un concept che vuole commemorare e omaggiare la città di Bologna attraverso il racconto di una delle sue pagine più oscure, inquietante sia perché i membri erano appartenenti alla polizia e sia perché proferisce di una ferocia inaudita. Il disco ha una struttura categorica che non lascia spazio a possibili errori interpretativi e suggerisce la lettura già con i titoli dei brani i quali riportano fedelmente data e luogo dei vari accadimenti. Per tale motivo, il modo migliore di centellinare questo lavoro è non solo di rivivere con la memoria quei giorni ma di sviscerare a fondo le sue straordinarie sfaccettature, magari ripassando con cura le pagine dei quotidiani nei giorni prossimi a quelli individuati dalla tracklist, perché ogni momento del disco aumenterà o diminuirà d’intensità e avrà un’enigmaticità più o meno marcata secondo il lasso di tempo narrato o altrimenti attraverso la guida all’ascolto contenuta nel libretto.

Sotto l’aspetto musicale, Manzan non concede nessuna voluminosa novità, salvo mollare definitivamente ogni legame con la forma canzone che nel precedente lavoro era ancora udibile in minima parte ad esempio nella cover dei Cccp; i brani sono ridotti all’osso e vanno dai ventuno secondi fino al minuto e trentuno, con soli due casi in cui si toccano gli oltre quattro minuti. Il primo è “4 gennaio 1991 – Bologna: attacco pattuglia Carabinieri” che racconta l’episodio più feroce e drammatico di tutta la storia dell’ organizzazione criminale; la vicenda delle vittime, tre carabinieri, del quartiere Pilastro. La banda era diretta a San Lazzaro di Savena per rubare un’auto. In via Casini, la loro macchina fu sorpassata dalla pattuglia e i banditi pensarono che stessero prendendo il loro numero di targa. Li affiancarono e aprirono il fuoco. Alla fine tutti e tre i carabinieri furono trucidati e finiti con un colpo alla nuca. L’assassinio fu rivendicato dal gruppo terroristico “Falange Armata” e nonostante l’attestata inattendibilità della cosa, per circa quattro anni non ci furono responsabili. Il secondo brano che supera i quattro minuti è “29 marzo 1998 – Rimini: suicidio Giuliano Savi”, certamente il più profondo, il più tragico, il più emotivamente violento, nel quale è abbandonata la musica Grind per una Neoclassica più adatta a rendere l’idea di una fine disperata, remissiva e da brividi. L’episodio che chiude l’opera è, infatti, il suicidio del padre dei fratelli Savi, avvenuto dentro una Uno Bianca, grazie a forti dosi di tranquillanti e lasciando numerose righe confuse e struggenti.

Come ormai abitudine di Manzan, alla parte musicale Grind si aggiunge quella orchestrale e a questa diversi inserti sonori (a metà di “18 agosto 1991 – San Mauro a Mare (Fc): agguato auto senegalesi” sembra di ascoltare l’inizio di “You’ve Got the Love” di Frankie Knuckles ma io non sono l’uomo gatto) che possono essere campane funebri, esplosioni, stralci radiotelevisivi, rumori di sottofondo, e quant’altro. Tutto serve a Bologna Violenta per ricreare artificialmente quel clima di tensione che si respirava nell’aria, quella paura di una inafferrabile violenza. Ora che ho più volte ascoltato i trentuno minuti di Uno Bianca, ora che ho riletto alcune pagine rosso sangue di quei giorni, comincio anche a ricordare meglio. Avevo circa dieci anni quando cominciai ad avere percezione della banda della Uno bianca e ricordo nitidamente nascere in me una paura che mai avevo avuto fino a quel momento. Il terrore che potesse succedere proprio a me, anche a me, inquietudine di non essere immortale, ansia di poter incontrare qualcuno che, invece di difendermi giacché poliziotto, senza pensarci troppo, avrebbe potuto uccidere me e la mia famiglia non perché folle ma perché uccidermi sarebbe servito loro a raggiungere lo scopo con più efficacia e minor tempo. Ricordo che in quei tempi, anche solo andare in autostrada per raggiungere il mare era un’esperienza terrificante, perché l’autostrada è dove tutto cominciò. “19 giugno 1987 – Pesaro: rapina casello A-14”, qui tutto ha inizio; una delle storie più scioccanti d’Italia e uno degli album più lancinanti che ascolteremo quest’anno.

Read More

White Mosquito – Il Potere e la sua Signora

Written by Recensioni

La seconda prova dei genovesi White Mosquito si apre (“Candido”) con esigue note spirituali, tenui, estatiche che lasciano presagire ambientazioni cosmiche e psichedeliche molto retrò, ma già con l’ingresso autoritario (“Solite Parole”) di sezione ritmica, voce e taglienti sferzate elettriche sono messi sul piatto ingredienti acidi e possenti anch’essi molto stagionati ma con uno spirito certo più battagliero di una semplice lisergia introspettiva. Sia nei testi, sia in timbrica e impostazione la voce di Sergio Antonazzo si mostra in tutta la sua aitante bellezza che permette di varcare confini dell’irriverenza beffarda, molto teatralmente Progressive, ma anche di sterzare insolentemente verso territori più aspri, indemoniati e rabbiosi. L’opening track, esclusa l’intro, è un sensazionale manifesto per la band, che racchiude in poco più di cinque minuti tutta una serie di prerogative e caratteristiche che poi contraddistingueranno tutta l’opera.

L’ascolto di questo Il Potere e la sua Signora è anche la chiave di lettura per comprendere pienamente il perché, dopo l’Ep d’esordio 20 Grammi, i White Mosquito abbiano potuto aprire una delle date live dei Deep Purple. Proprio la band di Ian Gillan pare uno dei punti di riferimento più evidenti ma non mancano certo paragoni sia con l’Hard Rock tendente al Folk/Blues con sottigliezze in stile Led Zeppelin (“Dimmi”) e sia con quello più robusto alla maniera degli australiani Ac/Dc (“Demone”). Eppure anche la tradizione italiana più datata di scuola Litfiba (“Forme”, “Non Smetto”) come la più attuale aperta dagli Afterhours (“Stato Confusionale”) è omaggiata in quanto a stile e forma espressiva e la stessa scelta di accompagnare con la lingua nostrana un sound tanto anglosassone è sintomo della necessità per i liguri di legarsi alla propria terra, in qualche modo cantandone le contaminazioni, la storia e il presente.

Quella lisergia e quelle ritmiche ripetitive che paiono elevare un muro sonico nello stile dei Pink Floyd più istrionici si ripresentano con la traccia numero quattro (“Manifesto”) nella quale, oltretutto, la vocalità di Antonazzo può sbizzarrirsi scivolando di volta in volta in meandri poetici e colleriche sfuriate che si chiudono con un inquietante fischiettio che richiama un noto motivo che non vi svelo, anzi vi sfido a riconoscere. Un intermezzo giocoso (“Anche Qst è Rocchenroll”) dalla difficile interpretazione apre la parte finale del disco che talvolta (“In Faccia”) nasconde delle miscele tra un moderno Alt Rock e un più classico Progressive, racchiudendo delle infinite possibilità per un genere forse messo nel cassetto con troppa solerzia. Se “Le Solite Parole” suona come un programma che evidenzi le qualità di Il Potere e la sua Signora, al contrario “Nuvola” ne mostra i limiti. I White Mosquito azzardano un testo aggressivo che sfocia nell’inverosimile, propongono un’effettistica e cenni di sperimentazione che restano solo degli abbozzi di qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non è. Caricano le materie di veleno ma non riescono a suonare con la stessa veemenza, forse troppo attenti a non oltrepassare i limiti.

Un album di pregevole fattura quanto ad esecuzione e pieno anche di buone idee. Un disco che, per quanto peschi a piene mani dal passato, riesce a non suonare vecchio lasciando intravedere alcuni spunti potenzialmente affascinanti. I White Mosquito scelgono la strada più difficile per non apparire obsoleti, la strada più difficile per suonare originali e per farsi apprezzare dai più giovani ma dimostrano anche di avere i mezzi per scavare nuove vie di fuga dagli anni andati. Magari iniziando dalla stupefacente, per versatilità, voce di Sergio Antonazzo. Per quanto di pregio palese non avremmo avuto bisogno di un album come Il Potere e la sua Signora ma potremmo avere bisogno di band come i White Mosquito.

Read More