Måneskin – Teatro d’ira – Vol.1

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Idee datate per conquistare i giovani a suon di rock per famiglie.
[ 19.03.2021 | RCA | hard rock, pop rock ]

Prima doverosa premessa: se siete arrivati a leggere questa recensione, suppongo siate persone interessate alla musica ben oltre la sua funzione di puro intrattenimento e sarete in grado di intuire che ciò che cercherò di fare sarà capire il disco dei romani ben oltre il “è brutto / è bello” o il “mi piace / non mi piace”.

Seconda doverosa premessa: perché tanto odio verso Damiano e soci? Da quanto ho capito, i motivi principali sono essenzialmente due. Innanzitutto vi è un elemento proprio della società italiana attuale: l’idea percepita dell’assenza di meritocrazia che l’italiano brama quando ne subisce la nefasta assenza, ma rifugge qualora sia lui stesso il beneficiario. Vedere arrivare i Måneskin tanto in alto ha alimentato sentimenti di rabbia da parte di chi non si capacita delle cause per cui tanta mediocrità possa avere enorme successo.

Sia chiaro, non stiamo parlando di una band di incompetenti, stupidi, nemici del rock ma di ragazzi con una passione, che non hanno quel qualcosa in più di tanti altri musicisti loro coetanei ma che sono riusciti a sfruttare le occasioni che gli si sono poste davanti, a volte anche rinunciando all’onestà intellettuale (emblematica la dichiarazione “siamo ribelli ma non siamo stupidi”). Agli occhi dei loro colleghi e degli addetti ai lavori, tutto questo suona come un’ingiustizia, allo stesso modo del vedere il vostro compagno d’università meno capace di voi, ex anti-tutto anarchico tutto cannette e rasta, ritrovarsi a fare il manager in una multinazionale.

Oltre a questo, nei Måneskin e in chi li spinge pare esserci una sorta di antipatica arroganza. La loro proclamazione a paladini del rock ribelle cozza terribilmente con i fatti (partecipazione a talent, a Sanremo, ecc.) e la cosa fa inorridire chi si è sempre posto dall’altra parte della barricata nella bonaria guerra contro il mainstream. Perché in fondo di questo parliamo, di mainstream e musica commerciale che vuole travestirsi da altro, proprio da quell’altro che alla fine s’incazza.

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Ultimo punto, la questione sanremese. Sanremo che, come un tiranno di un mondo distopico, in tempi di carestia in cui il popolo (i club, le piccole band, i piccoli studi, le piccole etichette) muore, si mostra lussureggiante a banchettare coi potenti (case discografiche, major, ecc). Come un tiranno, finto benevolo, lascia che siano in pochi a schierarsi dalla parte degli afflitti (Lo Stato Sociale, Willie Peyote), li fa parlare ma non dà loro risalto, li relega ad orari assurdi e mostra al popolo affamato il suo banchetto mentre la borghesia accecata ammira tanto splendore.

La vittoria dei Måneskin rappresenta l’ennesima beffa; dopo aver mostrato a tutti che il tiranno può, lo stesso vuole umiliare il mondo del rock alternativo e quale modo migliore se non eleggere a principe di facciata quello stesso rock che doveva essere salvezza dei piccoli? Ed è così che la vittoria dei quattro romani somiglia ad una inutile prova di forza di un universo che poco ha a che fare con la musica. Come se volesse ribadire che noi, coi nostri club, con le nostre piccole band, col sudore, con tutto quello che facciamo per salvare il rock in nome di una passione e degli ideali, in realtà non contiamo un cazzo. “Ragazzi, lasciate stare i localini. Non sarà suonando da loro che diventerete grandi”. È questo che urla la vittoria dei Måneskin cercando di dare il colpo di grazia ad una realtà già a pezzi.

I ragazzi sono diventati come i loro padri anziani; non sopportano chitarre e distorsioni, non vogliono il rock. Sono spariti dai piccoli concerti e noi nulla abbiamo potuto. Ma Sanremo e la gigantesca macchina commerciale possono. E ce lo sbattono in faccia, dimostrandoci come a loro basta poco per fare quello che noi non siamo riusciti a fare sudando. Il tiranno invita il ribelle al banchetto, mentre fuori si muore; lo corrompe, lo ammalia, ne fa un idolo per la borghesia mentre il popolo fa la fame. E alla fine hanno vinto. Il rock è un rivoluzionario paragonato al mainstream; se siede alla destra del potente di turno, si trasforma solo in un giullare. Un giullare che, vedrete, rischia di non diventare ricco e potente come spera perchè all’inizio c’è tanto da rimetterci anche in termini economici e le case discografiche vogliono solo fare soldi non facendosi molti scrupoli a scaricare gli artisti una volta consumato il loro potenziale commerciale.

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Detto tutto questo, perchè allora i Måneskin piacciono tanto? Innanzitutto perchè non sono dei completi incapaci, incompetenti, inascoltabili. Anche il più incallito critico potrebbe ritrovarsi ad orecchiare e apprezzare un loro brano e saper suonare è sempre una cosa utile, quando si fa musica. Secondo fattore, il fatto che i Måneskin abbiano ri-sdoganato le chitarre, facendo la gioia degli over quaranta che consumavano i loro vinili dei Led Zeppelin ed ora tornano a sentirsi giovani ascoltando proprio dei ventenni stilisticamente anacronistici. Inoltre, anche grazie alla loro estetica, i laziali hanno conquistato i coetanei grazie al fatto che il mercato sta frantumando il confine tra alternativo e commerciale e che l’atteggiamento passivo con cui ascoltano la musica non fa altro che portarli ad apprezzare ciò che Spotify e le altre piattaforme spingono in maniera ai limiti del tollerabile.

Detto questo, dobbiamo ora passare all’ascolto del disco, Teatro d’ira – Vol.1, che – a dispetto di quanto si potrebbe pensare – è un’opera fin troppo breve nei suoi otto brani. Otto brani che alternano ballate anni Settanta in stile Foreigner o New England a più potenti pezzi alt rock di fine millennio come il trionfatore a Sanremo. La principale materia prima è l’hard rock e i rimandi ai più leggeri Led Zeppelin spesso sfociano in veri e propri omaggi inaspettati solo per questioni anagrafiche mentre sono pochissime le variazioni sul tema che ricordano i Novanta dei DAG di Righteous.

Ma se ci pensate bene, cosa hanno davvero di più i Mane dagli NDM (altra band capitolina) di Elettroshock uscito da pochissimo? Niente, almeno sotto l’aspetto artistico. E di più dalle band pop rock di qualche anno fa? Fatevi questa domanda. Perché siete tanto gasati da Damiano ma non dagli NDM, nonostante uno stile molto vicino?

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Guardando invece al pop rock da classifica, la grande differenza tra i Måneskin e una qualsiasi band pop rock commerciale del passato come potevano essere Le Vibrazioni sta innanzitutto nel voler concentrarsi sul lato muscoloso ed energico della loro musica anche a dispetto della melodia e sulla voce di Damiano David, indubbiamente particolare e capace di creare e alternare con convinzione apparente momenti potenti ed altri più languidi.

Il problema principale è che questo volume uno non è nient’altro che il disco di una band che deve amare tanto il rock dei boomer, ma non quello più ricercato e particolare, e che ha finito per mettere insieme otto pezzi che si fa davvero fatica a non definire semplicemente brutti, ridondanti, patetici (non lo farò ma capisco chi dovesse liquidarlo in tal modo) e che rischiano di non diventare la base di nulla ed essere invece la pietra tombale della loro vita artistica pop. La stessa figura di Damiano, idolo delle mamme come delle ragazzine, da l’idea di poter essere a breve molto scomoda specie quando la necessità di business prenderà più nettamente il sopravvento sulla musica ma questa è un’altra storia.

A tutti i brani manca l’energia vera che ci si aspetterebbe da chi ha dichiarato il suo animo ribelle, manca la freschezza e l’originalità di chi ha solo vent’anni, manca la spavalderia ed una scrittura fuori dal comune che dovrebbe avere una band che ora è all’apice del rock italiano. Perché – cerchiamo di rendercene conto – oggi questo dovrebbe essere il meglio che il rock riesca ad offrire in Italia. La loro banalità espressiva, non necessariamente da tradursi con incompetenza, è la stessa di mille band che ci chiedono di suonare ogni giorno (quando si poteva) o che ci chiedono una recensione. Band con cui non vorremmo mai essere duri ma che, purtroppo, non possiamo e dobbiamo osannare più del dovuto. Il problema è che queste band continuano a suonare per passione mentre i nostri si sono ritrovati in una posizione ben più in alto del previsto.

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Per concludere, continuate ad ascoltare il disco e i loro brani, se davvero è qualcosa che apprezzate e di cui godete. Se ce la fate cercate di capire che ascoltandoli non fate altro che diventare parte di un sistema malato che non fa molto bene alla musica che ci piaceva quando Sanremo era una merdata buona per i nostri vecchi e soprattutto che state alimentando il più perverso music business. Se per una vita vi siete riempiti la bocca con le parole alternativo, underground, indie, sappiate che senza rendervene conto siete passati dall’altra parte del muro.

Una volta che lo sapete, magari, smettetela anche di rompere le palle: “zitti e buoni”, ascoltatevi i vostri Måneskin senza additare chi è giunto a conclusioni diverse dalle vostre e continua a sostenere l’estro creativo libero di chi è davvero alternativo al meccanismo commerciale che vede nella musica solo uno strumento per vendere altro e fare soldi. In fondo ci siamo rotti il cazzo sia di chi li distrugge perché fa snob che di chi li considera la salvezza del rock.

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Last modified: 2 Aprile 2021