Hard Rock Tag Archive

What’s up on Bandcamp? [luglio 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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Recensioni #22.2018 – Rinunci a Satana? / Alessio Bondì / Medicine Boy

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Tagua – Sincronisia [STREAMING]

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Sincronisia è il titolo dell’esordio autoprodotto dei Tagua, in uscita il prossimo 13 gennaio, che da oggi potete ascoltare in anteprima esclusiva su Rockambula.

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #15.04.2016

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Hell in the Club – Shadow of the Monster

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Siamo giunti al terzo disco degli Hell in the Club, un gruppo che ha dimostrato di far parte di una solida realtà, un gruppo che può far sognare la scoperta di nuovi pilastri dell’ Hard Rock. La band trova una sua personalità, dunque, un proprio stile che si differenzia notevolmente dagli altri.  Shadow of the Monster è il loro terzo disco ed è una sorta di consacrazione per Davide Moras e soci. Parliamo di un disco genuino che si lascia ascoltare anche più di una volta consecutivamente. Questo platter ha la capacità di trascinarti, farti scuotere e ballare a suon di Rock’n’Roll. AC/DC, Hanoi Rocks, L. A. Guns, Mr. Big e Steel Panther, sono le icone che hanno influenzato i ragazzi; d’ altro canto, gli Hell in the Club hanno bene appreso la lezione di questi maestri. Il prodotto sfornato è invidiabile:  c’è una canzone per riflettere, un’altra per scatenarsi e un’altra ancora per darsi al libero sfogo, insomma un disco dalle svariate emozioni e sensazioni. Un aspetto che va evidenziato è la scelta di spingersi su fronti che strizzano l’ occhio al Southern; infatti, si nota facilmente che il suono delle chitarre è più pomposo, rude e a tratti roccioso. Shadow of the Monster è un disco che una volta per tutte delinea il marchio del gruppo, nel senso che si differenzia e si fa riconoscere tra migliaia di dischi Hard Rock. Gli Hell in the Club sono un gruppo che sta prendendo il volo, hanno le carte in regola per aver un discreto successo in ambito Hard Rock. Non solo buoni dischi ma anche ottime prestazioni live nonché sceniche. Insomma si tratta di una band che si impegna e ci mette veramente il cuore in quello che fa.

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TOP 3 ITALIA dei singoli redattori di Rockambula

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Danzig – Skeletons

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Glenn Danzig è un artista con un marchio di fabbrica ben delineato fatto di un personale Rock ruffiano, roccioso e a volte strampalato, e una voce inconfondibile sin dai tempi dei Misfits. Come tanti però, anche lui pare ultimamente aver trovato una nuova propria dimensione che non sembra voler più scrollarsi di dosso. Skeletons è il suo ultimo album e rappresenta la totale conferma di questa ritrovata nuova stabilità. Di certo ci sarà chi ne apprezzerà la nuova veste e chi storcerà il naso come qualcuno si accontenterà del suo solito sound e chi pretenderà qualcosa di più. Insomma è come la questione di Iron Maiden o dei Motorhead: restare cosi perché ormai gli anni lo permettono o tornare a stupire ancora una volta? Innegabilmente la prima ipotesi va un po a screditare gli artisti perché è  sinonimo di fermezza, di mancanza di idee e nel peggiore dei casi, sintomo di artisti finiti; nella seconda, invece, c’è il piacere e la curiosità di vedere se c’è ancora un’inventiva o magari un’ “anima”. Le leggi di mercato, i target e i contratti fanno la loro parte ma fino a che punto? Skeletons è un disco che ha davvero poco da dire in quest’ottica, è il classico lavoro di buona fattura di Danzig ma non aspettatevi assolutamente nulla di nuovo. Osservando in maniera pignola il disco, notiamo addirittura che certe melodie, che tanto avevano reso celebre l’ artista, sono diminuite e quasi tutte le tracce hanno una struttura simile. Il sound è sempre pulito, il lavoro in studio come al solito è ben fatto; non ci sono sbavature che compromettano l’ album. Il punto cruciale resta quello citato all’ inizio; di seguito non aspettatevi un platter diverso dagli altri. I fan più accaniti lo apprezzeranno ma gli intenditori del genere volteranno pagina e si dedicheranno sicuramente ad altro.

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Valkyrie – Shadows

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Un rock inspirato quello dei Valkyrie, un Rock dalle tante sfumature e dai diversi riferimenti. La band sa bene come amalgamare Doom ed Hard Rock. Shadows è il loro terzo disco, quello che si è fatto apprezzare più di tutti. La band dei fratelli Adams si rifà ancora una volta a pilastri come i Deep Purple, Thin Lizzy e Mr. Big, questo per quanto riguarda il versante Hard Rock, mentre, sulla scia Doom, padroneggia un sound tanto caro ai Kyuss ed agli Spirit Caravan.  Questa terza fatica della band americana mette a fuoco, e questa volta veramente, le potenzialità dei ragazzi. E’ interessante lasciarsi andare ai loro giri di chitarra ed è magnifico lasciarsi trasportare dai loro assoli. Riescono ad alternare, in un pezzo, momenti tecnici e chiassosi dediti al più pungente Hard Rock a momenti oscuri e baritonali del Doom. La melodia è una costante del disco, si fa notare ed apprezzare; la banalità invece è inesistente. Nulla è dato per scontato in questo disco, ogni cosa è al suo posto in maniera artistica. Partendo dall’opener, troviamo una traccia maggiormente strumentale che presenta l’album alla grande; i musicisti partono con una canzone che è un vero e proprio macigno: riff, assoli ed una batteria strepitosa. In “Golden Age” si comincia a sentire la vena Doom; l’andazzo baritonale è molto evidente. La terza traccia, “Temple”, è quella che, con molta probabilità, amalgama al meglio i due stili; per il sottoscritto è la canzone più rappresentativa: chitarre possenti e taglienti allo stesso tempo, accompagnate da un pulsante basso che insieme alla batteria crea una base unica.  “Shadow Reality” è quasi una ballata con ottimi  giri di chitarra ed un cantato coinvolgente.  “Wintry Plains” invece è la traccia che più di tutte ha delle venature psichedeliche; il gioco delle chitarre conduce a quelle sonorità.  “Echoes” invece, la penultima canzone del platter, è tra quelle più belle e a far da padrone sono le chitarre coinvolgenti più che mai. La conclusiva “Carry On” chiude in bellezza attraverso affascinanti melodie create dalle onnipresenti chitarre. Insomma, Shadows è un album di ottima fattura; piacerà a persone di vario genere.

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Recensioni | agosto 2015

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Ben Miller Band – AWSOF (Country, 2014) 8/10

Un secondo album spettacolare per il trio Ben Miller, Doug Dicharry, Scott Leeper che unisce in dodici tracce dal sapore Country tutta la propria esperienza e classe, miscelando Bluegrass, Americana e Southern Rock in un sound estremamente tradizionale ma che riesce a non emanare mai lo sgradevole odore di anacronismo.

Gab de la Vega – Never Look Back (Cantautorato, Punk, 2015) 7,5/10

Il cantautore Punk Folk bresciano Gab de la Vega torna e stupisce tutti con dieci nuovi pezzi e un’interpretazione di “Never Talking to YouAgain”, un grande classico degli Hüsker Dü. Un po’ ricorda quanto fatto recentemente da Tv Smith, ma c’è anche tanto di Bob Dylan e Neil Young. Da non lasciarselo sfuggire!

Stearica – Fertile (Post Rock, Math Rock, 2015) 7,5/10

Essere scaraventati al muro dalla potenza del suono non è cosa che succede troppo spesso. Gli Stearica ci riescono, in versione digitale quanto in versione live, a botta di drumming energici, bassi e chitarre distorti.

Lydia Lunch/Retrovirus – Urge to Kill (No Wave, Post Punk, 2015) 7/10

Lydia Lunch scrive il capitolo del progetto Retrovirus, riunendo sul palco Weasel Walter alla chitarra, Tim Dahl al basso e Bob Bert (Sonic Youth) alla batteria. Nove tracce per ripercorrere la carriera della “big sexy noise queen” e una ciliegina sulla torta: la cover di “Frankie Teardrop” dei Suicide.

OoopopoiooO – OoopopoiooO (Sperimentale, Ambient, 2015) 7/10

Due maestri del theremin creano un nome impronunciabile, sintomo di un universo distorto, onirico, pazzoide. Quella pazzia sana, che fa andare oltre le spesse barriere del Pop e mischia strumenti, giocattoli, elettronica, parole e voci che sembrano arrivare dalle zone più nascoste del nostro cervello. Tredici brani che sembrano difficili al primo ascolto ma che alla fine ci sembreranno vicini alle orecchie come ronzii di insetti.

All About Kane – Seasons (Pop Rock, 2015) 7/10

Gli All About Kane alla loro seconda prova discografica intitolata Seasons, confermano l’ottimo esordio con Citizens e aggiungono alla loro dna british un pizzico di sperimentazione che si spinge verso il Pop e l’Alternative. Seasons è un interessante insieme di melodie leggere e mood movimentati; canzoni come “Old Photograph” e “Hurricane” si fanno amare fin da subito per piacevolezza e orecchiabilità. Nonostante spesso la voce del cantante ci ricordi molto Brian Molko dei Placebo, gli All About Kane riescono a mantenere viva la propria identità per tutto l’album, offrendo all’ascoltatore qualcosa di interessante e ben realizzato. Anche se uscito da qualche mese lo consigliamo per tutti i viaggiatori estivi che hanno voglia di una sferzata di aria fresca.

My Own Prison – Sleepers (Hard Core, 2015) 7/10

Cagliaritani, i My Own Prison, dimostrano con questo loro lavoro di conoscere decisamente bene l’hard core e di possedere tutta la tecnica per poterlo personalizzare. Tutto il disco è fondato sull’infuenza grind e su un cantato growl che muove su ritmi serratissimi di basso e batteria (al limite dell’agilità), che non si concedono tregua neppure in “Sleepers Eve”, caratterizzata da un timbro chitarristico dal sapore Indie-Pop, o nella più intima “Temper Tantrum”. Dieci tracce per un full lenght davvero pieno di energia, decisamente per gli appassionati del genere.

Solkiry – Sad Boys Club (Post Rock, 2015) 6,5/10

A due anni di distanza dall’album d’esordio, torna il quartetto australiano con il suo dinamico Rock strumentale di chiarissima ispirazione mogwaiana. Un disco potente e variegato, che riesce a cullare tutto lo spettro di emozioni che si accavallano nei sogni ad occhi aperti e che ha l’unico difetto di mostrarsi troppo incapace di osare davvero, risultando troppo banale e ripetitivo nella scelta pura dei suoni.

A Minute to Insanity – Velvet (Grunge, Stoner, 2014) 6,5/10

Il Grunge non è morto. Gli A Minute to Insanity da Cosenza lo dimostrano con orgoglio in questo ep. La chitarra e la voce “consumata” di Francesco Clarizio, insieme al basso di Antonio Trotta e alla batteria di Francesco Lavorato, ti riportano lì, in quegli anni Novanta che non sono ancora messi in archivio del tutto.

Attribution – Whynot (Rock’n’Roll, 2015) 6,5/10

Potente e autorevole questo Whynot dei bergamaschi Attribution, album che mescola un’attitudine classicamente Rock and Roll ad una commistione di generi che invece di risultare indigesta esalta le qualità di ogni singolo componente (prezioso l’uso dei fiati). Da ascoltare soprattutto il divertente Funk di “Scofunk” e la bella rivisitazione di “Cold Turkey” di John Lennon.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Ep (Stoner, Noise, Hard Rock, 2013) 6,5/10

Un vero e proprio calderone: fondete Stoner, Noise e Hard Rock e otterrete la giusta ricetta sonora; un sound che appartiene più all’America che all’Italia e forse in questo la lingua non aiuta molto (sarebbe stato più giusto cantare in inglese!). Nonostante ciò un lavoro maturo negli arrangiamenti e perfetto nella registrazione

Snow in Damascus – Dylar (Elettronica, Shoegaze) 6/10

Atmosfere cupe e sonorità che spaziano tra Elettronica e Shoegaze, per un disco d’esordio che nel complesso suona come un buon lavoro di tecnica, ma che non colpisce per la sua originalità.

Moira Diesel Orchestra – Moira Diesel Orchestra (Alternative, Post Grunge, 2014) 6/10

Orfani degli anni Novanta, i MDO ricercano costantemente sonorità a metà tra il Seattle sound e dei seminali Litfiba. Tra qualche errore di gioventù e troppi eccessi di imitazione emergono alcuni momenti interessanti come “Nostema di Posizionamento Globale” o “Ardore” che per qualche minuto cancellano i molti reminder. Rimandati.

The Moon Train Stop – EP (Rock, Alt Pop) 6/10

Echi sixties per il trio piemontese all’esordio. Un Pop alternativo luccicante, divertito, ritmato, senza eccessiva originalità ma competente. Quattro brani suonati bene, cantati così così. L’inglese non rende benissimo. Non lasciano (ancora) il segno.

La Sindrome della Morte Improvvisa – Di Blatta in Blatta (Stoner, Noise, Hard Rock, 2015) 5,5/10

Quando si incide un disco che ha il grave compito di succedere a quello d’esordio si pretende qualcosa di più; purtroppo in questo lavoro si mette in evidenza solo la bravura. Mancano i contenuti e le idee nuove. Un piccolo passo indietro quindi è stato fatto nonostante il gruppo si sia aperto ad un lato più “oscuro”.

Night Gaunt – Night Gaunt (Doom Metal, 2015) 5,5/10

I romani Night Gaunt fanno loro l’essenza dei Candlemass unendola alle cupe atmosfere dei Katatonia e alle accelerazioni di puro stampo Celtic Frost. Si resta sempre nell’ambito del Doom Metal, fedeli a un registro prestampato. Senza infamia né lode.

Marco Spiezia – Life in Flip-Flops (Cantautorato, Swing 2015) 5/10

Semplicità ed immediatezza sono le caratteristiche principali di questo disco che non fa ascoltare nulla di nuovo ma che diverte. Canzoni (quasi) sempre veloci ma dai ritmi abbastanza simili. Forse il cantautore sorrentino Marco Spiezia dovrebbe (e potrebbe) osare di più.

The Junction – Hardcore Summer Hits (Indie, Pop Punk) 5/10

Per i tre padovani, il secondo album è una nuova prova con pretese ridotte al minimo sindacale. Pezzi tirati quando basta per provare a non annoiare, qualche buona melodia, un inglese che si tradisce spesso e tantissime banalità, in una miscela di cliché Indie Rock e qualche incursione nei territori del Punk Rock (Pop meglio) da bermuda, occhiali da sole e infradito.

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New Babylon – My New Baby

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Prendete cinque ragazzi romani che hanno il Rock nelle vene, in presenza maggiore persino del sangue. Ecco a voi materializzarsi i New Babylon, gruppo con quasi un decennio di musica alle spalle che dopo essere tornati con una nuova line up nel 2012 dopo un breve periodo di pausa arrivano finalmente alla prima prova discografica dopo circa due anni. Cinque brani per l’ep My New Baby interamente registrato, mixato e masterizzato da Danilo Silvestri e Daniele Scaramella al Green Mountain Audio presso lo Stex Sound di Roma. Puro Hard Rock tipico degli anni Ottanta concentrato in soli diciotto minuti di assoluto piacere sonoro! Ecco come si potrebbe sintetizzare questo lavoro in appena una riga… Del resto se queste canzoni fossero state pubblicate in un disco dei Gund N’ Roses o degli EnuffZ’nuff non avrebbero certo fatto cattiva figura…
Davvero strano se si considera le origini musicali di Matt e Pane che fecero parte dei thrashers Enemynside… Ma Wolf (voce), Matt (chitarra e cori), Jonna (chitarra e cori), Pane (basso e cori) e Sergente (batteria e cori) ce la mettono davvero tutta e dimostrano infatti il loro valore sin dalle prime note di “Can’t Stop”, in cui il gruppo scarica tutta la sua energia sonora.
“Any Given Day (Big Brother)” inizia con una splendida apertura (davvero azzeccata!) di batteria che scandisce il tempo e dà il La al resto del gruppo ed è sinceramente un peccato che duri solo poco più di tre minuti. La titletrack è certamente l’episodio migliore del disco, sia per il suo sound grezzo sia per le sue liriche e per i riuscitissimi backingvocals; in “The Big House of Love” invece colpisce subito il grande lavoro effettuato dalle chitarre soprattutto negli assoli, semplici ma mai banali e sempre duri ed incisivi. La favola giunge purtroppo al termine con “One Step Further” in cui ci sono persino rimembranze di Iggy Pop and Stooges.
Probabilmente i New Babylon non avranno inventato nulla di nuovo con questo disco ma come dicevano i Rolling Stones: “It’s only Rock ‘n Roll but i like it!”. E piacerà pure a voi (statene certi!). PS: Le ultime notizie sulla band riportano un nuovo cambio di formazione con l’entrata alla voce della nuova cantante Cris che ha già esordito col gruppo dal vivo e che sarà al microfono anche per la prima trasferta in Inghilterra al The Iron Road di Evesham il prossimo 11 aprile.

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Lykaion – Heavy Lullabies

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Quanti cambiamenti in casa Lykaion. Conosco questa band da quando esordirono, ebbi modo di ascoltarli live e d’intervistarli. In quegli anni alla voce c’era Tiziana Palmieri e i Lykaion erano un quintetto appena nato dedito ad un Gothic Rock simil HIM, Katatonia e Sentenced. Nell’ arco di dieci anni la band si è rivoluzionata, ha abbandonato le vecchie e decadenti sonorità per innescarsi in un roccioso Hard Rock capace di miscelare lo stile dei Crashdiet, dei Negative, degli Airbourn e dei Poisonblack. La vena triste e malinconica è rimasta, infatti, come già detto prima i Lykaion si accostano musicalmente ai Poisonblack, attuale band di Ville Laihiala (ex Sentenced). Parlando della cosiddetta “vena malinconica” troviamo un abissale differenza tra i Lykaion di dieci anni fa e quelli di adesso. Il disco che andremo a trattare si intitola Heavy Lullabies, già da qui dunque ci si può fare un idea su dove si andrà a finire, questo non vuol dire che bisogna essere banali e scontati perchè in un modo o nell’ altro il disco ha le sue chicche interessanti. Si tratta di un album che equilibra quasi tutto: melodia e aggressività, sound pulito con quello più distorto. La maggior parte delle tracce, anche per come ha fatto intendere il titolo del disco sono delle ballate studiate (non fraintendiamo il termine) nei minimi dettagli. “For Love” è il primo effettivo brano dopo un dolce intro, la titletrack appunto, e racchiude tutte le peculiarità di questo disco (è stato girato un video per questa canzone). La successiva “Anthem” gioca molto sul piano-forte e su dei cori che si faranno ricordare facilmente. “I Dont’ Love You Anymore” è la classica canzone strappalacrime, calma e con il ritornello che non si scolla più dalla mente. Altri pezzi forti di Heavy Lullabies sono ancora: “End Of Time” che vanta ancora una volta di un eccellente melodia e musicalità e “Accept Yourself” che almeno personalmente considero uno dei cavalli di battaglia del disco con i suoi assoli ed i suoi giri di chitarra. I Lykaion hanno subito una trasformazione evidente, già il cambio di voce dal maschile al femminile mescola in un certo senso le carte in regola, in più, metteteci il sound che parte Doom per poi sfociare in un massiccio Hard Rock. Con molta onestà apprezzo tantissimo i Lykaion di ora, chiaramente hanno ancora da dimostrare questa svolta è sostanzialmente un nuovo punto di partenza, ma parliamo di ragazzi che hanno la musica nell’ animo e che difficilmente steccheranno. Sono fiducioso.

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