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Cose dell’altro mondo || FantaSanremo 2018

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E se si volesse fantasticare su chi questa sera potrebbe calcare il palco dell’Ariston insieme ai venti ‘big’ in gara?

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Cass McCombs @ Monk Club, Roma | 09.02.2017

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Giovedì sera. Mentre percorro Via di Portonaccio rivolgo un pensiero a quella fetta di connazionali (grandicella, ad onor di cronaca) piazzati già da un’ora davanti alla tv, a sciropparsi la terza serata del Festival di Sanremo, quella in cui i cantanti in gara tralasciano i propri brani per farne a pezzi alcuni altrui.

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Tra le righe di Sanremo: i dieci brani che (forse) non ricordate più

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Il Video della Settimana: Blastema – “Orso Bianco”

Written by Senza categoria

Ecco il nuovo disco dei Blastema. Si intitola Tutto Finirà Bene e segna il ritorno alla scena indie per eccellenza con un bellissimo disco ricco di ispirazione. Dalla storica voce di Matteo Casadei si dipanano 12 brani di Pop Rock italiano estremamente contaminato, dall’elettronica come da quel certo ascolto proveniente dai paesi inglesi. Abbandonate le forme canzone spudoratamente pop e classicheggianti, ci pare che questa prova dei Blastema sia una delle migliori, se non la migliore, di questa carriera che dura ormai da quasi 20 anni. Il singolo “Orso Bianco” è il video di lancio ed è il nostro video di questa settimana:

Blastema e la nuova scena discografica. Come siete tornati in campo dopo il successo di Sanremo?
Sia chiaro: non c’è stato nessun “successo di Sanremo”, ma solo un’esperienza che ha acconsentito di poter avere accesso ad altre situazioni vantaggiose e inclini a quello che più ci piace fare: suonare. Per questo “siamo tornati in campo” con lo stesso spirito della squadra di calcio che si prepara a riaffrontare la partita dopo la pausa tra il primo ed il secondo tempo.

Anche se non vi siete mai fermati, tornare a fare un disco oggi che di dischi quasi non si può più parlare: che senso resta al mestiere?
Sintassi? L’onore delle armi? Questo non è un mestiere ma una vocazione; il fatto che si vendano meno dischi non significa che non ci sia un popolo che ancora desidera acquisire dischi. Magari è una pratica datata e feticista, ma dubito che scomparirà. E poi il senso di un musicista è suonare, mica vendere i dischi. Giusto?

“Orso Bianco”. Un bellissimo singolo. Che immagine è quella dell’orso bianco?
Un animale in via di estinzione, come chi si informa prima di fare domande.

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kuTso

Written by Interviste

I kuTso sono una delle band più particolari della scena musicale italiana, sono stati alla scorsa edizione del Festival di Sanremo, adorano esibirsi dal vivo e vorrebbero  la dittatura dei kuTso sulle genti italiche. Ecco una breve intervista per Rockambula.

Sorvolando sulla pronuncia del nome del gruppo e sulla diatriba che ne consegue, partiamo dalla fine. La partecipazione a Sanremo e il nuovo album. Il festival della canzone italiana, il trionfo del nazional-popolare può convivere con la musica dei kuTso?
Certo, nella misura in cui i kuTso hanno utilizzato il festival come una grande vetrina tramite cui divulgare a mari e monti il progetto così com’è, senza farsi fagocitare dall’ufficialità del contesto sanremese.

Essere arrivati in finale, lo ricordate anche sul vostro sito, è già una vittoria. Ma è proprio vero? Meglio vincere Sanremo o vendere dischi? O meglio ancora riempire locali e club in giro per l’Italia?
Meglio sempre riempire i locali tastando sul campo l’entità del consenso intorno alla band. Vincere il festival non era il nostro obiettivo, come non lo era arrivare in finale. Noi volevamo principalmente farci pubblicità e questo è avvenuto. Ora navighiamo a vista cercando di non perdere nessuna occasione e sfruttando al massimo la scia positiva che il festival ha portato.

Siete in “Perpetuo tour”, quanto conta la dimensione live per voi?
Il live è la vita vera della band. Noi siamo essenzialmente dei perfomer che esprimono al meglio se stessi durante le esibizioni dal vivo, utilizzando i propri brani come mezzo di comunicazione con il prossimo.

Un consiglio per chi vi ascolta per la prima volta in concerto?
Abbandonate qualsiasi pregiudizio e approcciate alla nostra musica con la mente sgombra dai suoni e dai cliché musicali che si è soliti ascoltare nel mondo indie come in quello mainstream. Noi siamo una cosa a parte.

Tre aggettivi per definirvi e tre per la vostra musica?
Sporchi
Brutti
Cattivi
Rocambolesca
Roboante
Funambolica

Con chi vorreste dividere un palco?
Con Jovanotti.
I vostri obiettivi per il futuro prossimo?
Arrivare ad avere almeno mille paganti ad ogni concerto in tutta Italia.

Il sogno da realizzare?
La dittatura dei kuTso sulle genti italiche.

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Marina Rei – Pareidolia

Written by Recensioni

Ammetto di storcere il naso quando mi viene assegnata la recensione di un’artista più commerciale del solito, anche se spesso Marina Rei è caduta in un velato dimenticatoio. A onor del vero, oggi ciò significa avere qualcosa da dire nel panorama spento della musica italiana, fatta di talent show e gelida apparenza. Da Sanremo a collaborare con Giulio Ragno Favero (OneDimensional Man, Teatro Degli Orrori) è come andare dalle stalle alle stelle. Pareidolia è il manifesto di una donna che ha fatto della musica la sua ragione di vita, talvolta capita appieno, talvolta meno. Sicuramente questo album non le darà il massimo della visibilità, ma non credo sia questo il suo intento. Immagino preferisca di gran lunga rivolgersi a chi può davvero riconoscere le sue doti incontaminate di musicista a tutto tondo, prendendo le distanze dal tormentone “Primavera”, scegliendo una via più underground, tra tenaci riff (“Sole”) e ballate oniriche (“Del Tempo Perso”). “Avessi Artigli”, prima traccia del disco, prende corpo gradualmente partendo dai colpi incessanti di un rullante martellante inframmezzato da una chitarra in cui si scorgono in lontananza i Muse o addirittura i Battles. L’Hip Hop della titletrack, frutto della collaborazione con Zona MC e Off Muziek e i ritmi da dancefloor di “Vorrei Essere” si sommano alle molteplici influenze di Pareidolia, sempre più avvezzo a mutarsi in un mondo a sé stante, dove ogni canzone è diversissima dall’altra. La rivisitazione di “Annarella” dei CCCP è un qualcosa di realmente toccante, la degna conclusione di un’opera che racchiude lo spirito di oltre vent’anni di carriera di un’artista più in salute che mai. Altro che Primavera. Qui siamo in pieno Inverno.

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Sanremo 2014: grazie al cielo è finita.

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Ogni anno mi tocca il commento finale sul Festival di Sanremo, non certo senza compiacermi della quantità di veleno che posso meritatamente rigettare, in una sorta di catartica liberazione interiore. Niente pagelle quest’anno, credo sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e preferisco lasciare perdere. Sanremo è come i Giochi Olimpici per l’antica Grecia: non si ferma mai, piuttosto sono le guerre che vengono messe in stand by perché lo spettacolo possa avere luogo. Oramai è un dato di fatto e bisognerebbe semplicemente prenderne atto. La macchina economica che si muove dietro all’organizzazione della rassegna ha respiro così ampio da essere inarrestabile. E questo vale sia per la spesa mostruosa a fronte della crisi economica e soprattutto di un’offerta qualitativamente scadente, quanto per la scelta degli artisti in gara che hanno alle spalle case discografiche compiacenti e ben immanicate. Partiamo dal principio. Il Teatro Ariston, evidentemente, non è dotato di sicurezza: i primi minuti sono stati “macchiati” dall’intervento di due lavoratori che volevano a tutti i costi far leggere una loro lettera (dal tema importantissimo, per carità, quello della condizione lavorativa), minacciando di buttarsi dalle impalcature. Già visto, già fatto e per altro con un eroico Baudo, non con un freddissimo Fazio che legge poi la lettera in questione lamentandosi anche per la calligrafia. Si poteva e doveva fare diversamente, sia da parta di chi protestava, sia da parte dello staff, che avrà preferito lasciare che lo spettacolo circense gratuito andasse avanti pensando che a casa l’italiano medio si tenesse incollato allo schermo peggio che in una puntata di The Walking Dead. Arginata la tragedia, inizia lo show: l’orchestra disposta in una scenografia a metà tra Il Gioco dei Nove e Macao, soluzione che avrebbe già dovuto farci capire che saremmo stati catapultati nel Festival delle Cariatidi. Sul palco, infatti, per cinque giorni si sono alternati corpi riesumati dal passato. Tommy Lee, le gemelle Kessler, Claudio Baglioni, Laetitia Casta, Raffaella Carrà, Ligabue, Renzo Arbore tra gli ospiti, Antonella Ruggiero (in una mise a cavallo tra Robert Smith, cosa notata da tutto il pubblico dei social network e su cui lei stessa ha poi iniziato a giocare dal suo profilo Facebook e Sean Penn in This Must Be the Place), Francesco Renga (cavolo, ma ancora?, tra l’altro cantando una canzone di Elisa e cercando pure di cantarla come avrebbe potuto e forse dovuto fare lei), Ron (santiddio!), Giuliano Palma (un artista tutt’altro che sanremese), Frankie Hi- Nrg (che ha sbagliato tutto, da look a canzone, fino al fatto di non essersi ancora dato all’ippica), tra i “big” in gara. Ma big de che? Sarcina ex Le Vibrazioni sarebbe un big? Lui e i suoi capelli da mafioso di Little Italy anni 80 e i denti gialli? E Sinigallia ex Tiromancino (ma ex da mo’ oltretutto), che si presenta pure con una canzone carina ma già suonata che gli vale la squalifica? Ma Riccardo: sono solo sessantaquattro anni che ce la menano, non avete ancora capito tu e il tuo entourage che non si possono suonare i brani in gara prima della gara? Ma che davero?  E comunque quella poteva tranquillamente essere una canzone dei Tiromancino, quindi già eseguita o meno, era sicuramente già stra-sentita.

Un Festival di disadattati sociali (e basta vedere la classifica finale dei vincitori) per disadattati sociali a cui, di nuovo, come l’anno scorso, bisogna fare i discorsini materni e affidarli alla voce della Litizzetto: gay è bello, il diverso è bello, il bambino down è bello perché se non insegniamo queste cose ai nostri figli, allora, è normale che poi brucino i Rom o i senzatetto nel parco. Sacrosanto, in un’Italia decerebrata che ci sia bisogno di pagare milioni una ex comica asservita allo showbiz per dire queste cose. E allora poi facciamo suonare Rufus Wainwright per far vedere che anche i gay sanno fare grandi cose e facciamo ricordare da Crozza che persino Michelangelo era gay. Perché se non lo dicevano loro, là fuori c’era ancora gente convinta che gli omosessuali fossero solo gli untori dell’AIDS, gente che ti aspetta per la strada di notte per violare de retro la virtù di qualche bravo uomo di famiglia. E, perché no?, invitiamo un disabile a fare la breakdance con le stampelle. Perché magari intervistare un laureato, un avvocato, un medico, un architetto, con un ADHD certificato non faceva spettacolo. Ma va bene, lasciamo stare, c’è evidentemente bisogno di affrontare queste tematiche e, rivolgendosi a un pubblico mediocre per educazione, cultura ed etica, bisogna anche servirglielo in una certa confezione. Torniamo quindi alla musica, quella almeno sarà stata bella. Certo, come no. La sagra del Reggae riciclato, da Frankie Hi-Nrg a Giuliano Palma fino al vincitore della categoria giovani, Rocco Hunt che viene dalla terra del sole e del caffè (e pizza, mandolino e mafia no? un testo pieno di cliché partenopei da far venire la pelle d’oca) e non dalla terra dei fuochi. Si, ok, ma i baffetti puberi potevano tagliarteli invece che lasciarli per intenerire qualche mamma italiota che ha appena imparato a mandare sms e ne dedica proprio uno a te per il televoto. Canzoni pallose allo stremo tra Noemi e la ex cassiera dell’Esselunga Giusy Ferreri (che fa incazzare non tanto perché, novella Cenerentola, è passata dal registratore di cassa della grande distribuzione, al palco prestigioso della rassegna musicale più nota italiana, ma perché quella aveva un lavoro da cassiera e là fuori c’è tanta gente che riempie le file dei Centri per l’Impiego), passando per il Premio della Critica intitolato a Mia Martini, andato al figlio d’arte Cristiano De André che, poveretto, ha fisionomia e voce identiche a quelle del padre ma non ne ha certo l’arte e l’estro, per quanto abbia presentato un brano anarcoide e ateo in pieno stile paterno. Ma veniamo pure ai vincitori (non certo morali, ti piace vincere facile con quella rosa di concorrenti lì): Arisa, che si era arruffianata il pubblico con il suo look pre-hipster da brutto anatroccolo sono davvero così, sguardo basso di fronte ai giornalisti e voce da topolino, torna giunonica e panterona sexy sbattendoci in faccia che erano tutte cazzate (Sincerità un elemento imprescindibile…), vi ho gabbati tutti. Avesse poi portato con sé una super canzone ci saremmo pure passati sopra ma la sua “Controvento” era un mero esercizio di stile, buono solo a qualche scuola di canto per indottrinare aspiranti quattordicenni ché se ce la fa quella posso farcela anche io. Gualazzi e Bloody Beetroots erano due tarantolati: il primo a contorcersi dal pianoforte, a sudare in una fintissima tensione orgasmica e a cannare ogni maledetta nota da intonare, il secondo tra tastiere e chitarre (due note per ciascuno strumento, oltretutto) con la sua maschera da Uomo Tigre (ndr in realtà è di Venom, lo sappiamo bene). Inguardabili e insentibili. Renzo Rubino, poi, ma chi cavolo è? L’ho già detto l’anno scorso credo: assolutamente anonimo con la sua orrenda cravatta verde mela.

I coraggiosi si contano su una mano: Perturbazione, che (a parte l’ospitata di Violante Placido) sono stati magnifici, The Niro (gran bella voce, bella canzone) e Zibba (che se l’è cavata con grande dignità e ha portato un brano pianamente conforme al suo stile, senza sputtanarsi per il palco del’Ariston ). Di questi, solo i Perturbazione sono stati premiati con il Premio della Critica intitolato a Lucio Dalla. Accontentiamoci.

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Sanremo – Guida Intergalattica per possessori di udito.

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Febbraio è un mese difficile, il freddo, la neve, la fine dei saldi. Insomma tanti motivi che ci spingono a voler chiudere in fretta i conti con questo mese, archiviarlo e passare al più interessante Marzo. L’unico spiraglio di felicità per i golosi sono i dolcetti di carnevale, che in base alla regione di provenienza diventano frappe chiacchere, tortelli, zeppole, galani e qualsiasi altro nome vi piaccia. Anche per il mondo della musica febbraio non è un mese così movimentato, certo ci sono tante nuove uscite e anteprime gustose, ma la ciccia, di quella bella sostanziosa, arriva con i live e con la primavera. Noi italiani, però, sempre avanti e più furbi dagli altri, per compensare i grandi complessi edipici, che ci affliggono da tempo immemore, anticipiamo tutti e spariamo, più o meno durante l’ultima decade di febbraio, quella meravigliosa croce del Festival di Sanremo.  Quest’anno per la precisione dal 18 al 22. Ora mi rendo conto che a pochi potrebbe interessare, ma San Remo non esiste. Attenzione non stiamo svelando il segreto di pulcinella o la formula segreta della coca cola, il festival quello della canzone italiana esiste, ma il Santo no, è solo una mera finzione e il legittimo patrono di Sanremo in realtà è San Romolo. Non vi sto prendendo in giro, ma con molta probabilità, alcune centinaia di anni fa, il fondatore di Roma non riscuoteva successo e simpatia e qualche cittadino decise che anche al fratello sfortunato spettasse, per ripicca, il nome della città. Chiusa la digressione storico/epica torniamo al nostro Festival della canzone italiana di Sanremo, wikipedia lo definisce come, cito: ”una manifestazione musicale che ha luogo ogni anno a Sanremo in Italia.”

Rappresenta uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Nel 2013 si è svolta la sua sessantatreesima edizione. Facendo due conti veloci siamo nel 2014, quindi siamo alla sessantaquattresima edizione, una fatica anche solo scriverlo. Per la nuova edizione pochi cambiamenti evidenti: stessa direzione artistica, e stessa coppia di presentatori Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, duo consolidato all’interno del panorama televisivo e volti vincenti del palinsesto rai. Una scelta di continuità, dettata più che altro da una politica di audience e gradimento del pubblico. Ci aspettiamo quindi, con qualche picco fuori dalle righe, il medesimo teatrino umoristico che i due mettono in atto ogni settimana nella trasmissione di Fazio Che Tempo Che Fa. Andiamo avanti e passiamo alla cosa che dovrebbe interessare più di tutte, i concorrenti e le loro canzoni. Come consuetudine la gara canora si divide tra “Nuove Proposte” e “Campioni”, una volta detti anche big, ma suonava troppo esterofilo ed è stato accantonato. Partiamo dai Campioni che sono 14, scelti a detta dell’intoccabile regolamento, in base a: fama, contemporaneità e valore riconosciuto, e 28 canzoni scelte per qualità e originalità. Preferisco non approfondire la questione criteri che quantomeno dovrebbero avere una definizione in parte quantificabile, a grandi, grandissime linee, per esempio sono famoso se ho 1000 like, ma non sono di valore se vendo meno di 200 copie del mio disco. Non disperdiamo l’energia e proseguiamo con l’elencone.

Nella categoria “over” troviamo Ron, si proprio il buon vecchio Rosalino, Antonella Ruggiero e Renga, per la categoria “figli di” Cristiano De André, immancabili i “talent” con Noemi, la rediviva Giusy Ferreri e Arisa anche se da ex giurata, categoria degli “ex” con Giuliano Palma ex voce de i Bluebeaters e Francesco Sarcina senza Le Vibrazioni, Frankie Hi-Nrg Mc che rappresenta la categoria protetta dell’Hip Hop, per poi finire con le categorie di nicchia rappresentata dal “fuori concorso” Raphael Gualazzi con i The Bloody Beetroots, per cui speriamo che nella sala dell’Ariston non ci siano fan de Lo Stato Sociale, gli ”Indie” Perturbazione e quelli che ”manco sapevo facessi musica” Riccardo Sinigallia e Renzo Rubino. Questi campioni della musica italiana, che si sfideranno a suon di canzoni, sarranno giudicati da due giurie, una popolare, attraverso il televoto, e una di qualità composta da 10 persone del mondo della musica, dello spettacolo e della cultura. Ci sarebbe anche la giuria stampa cui è lasciato il contentino del premio della critica, ma dopo due giorni non se li fila più nessuno. In merito al meccanismo di assegnazione dei voti che decreta il vincitore, riuscire a decifrarlo, sebbene minuziosamente descritto dal famigerato regolamento, è come svelare il quarto segreto di Fatima o interpretare la scrittura cuneiforme dei Sumeri, alquanto improbabile, si parla di prima, seconda, terza serata, di sommare il 25% di qua, il 50% da là e via dicendo. Tutto questo sistemone solo per i Campioni, perchè altrimenti, se la cosa fosse stata facile, il festival non avrebbe ragione di durare l’eternità che effettivamente dura e l’economia della rai ci perderebbe qualcosina in termini di pubblicità.

Smaltiti i campioni è il turno delle “Nuove Proposte”, 8 in totale; anche qui le sub categorie si sprecano e abbiamo di nuovo la categoria protetta dell’Hip Hop che va alla grande quest’anno con Rocco Hunt, un nome una garanzia. Il “figlio di” con rappresentanza di Filippo Graziani figlio di Ivan. “Gli indie”, che si moltiplicano con il più conosciuto, forse, The Niro e Zibba, che potrebbe rientrare anche tra gli “ex” perchè senza gli Almalibre, di nuovo il “talent” con Veronica De Simona, “il figlio del Web” Diodato e quelli del “ma davvero fai musica” Bianca e Vadim, che no, non è il titolo del B-movie di Bianca e Bernie. Per loro la faccenda voti si semplifica magicamente e in due serate sono liquidati velocemente. Le cose veramente interessanti nella noia generale del regolamento sono due: un giovane per potersi iscrivere lo deve fare solo tramite un’etichetta discografica e deve aver pubblicato commercialmente almeno due brani. Quindi miei cari musicisti indie che vi autoproducete scordatevi Sanremo che, anche se lo snobbate, so che vi piacerebbero  da matti quei 5 minuti di mondovisione. Detto questo, la mastodontica e monolitica macchina sanremese, l’esempio più eclatante di autoreferenzialismo e autocompiacimento della musica italiana, si è messa in moto e, volenti o nolenti, sarete sommersi di post, articoli, gente sulla metro, al bar o al tavolo vicino che ne parla e radio che passano di continuo non si sa cosa. Salvo che voi non abbiate prenotato una vacanzina dall’altra parte del mondo il mio consiglio è di affrontare il maligno a testa alta e mettere su un gruppo di ascolto, ma di quelli seri, fatti da gente fidata, vi assicuro che ne vedrete e sentirete delle belle.

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Controindicanzoni è il nuovo disco degli Inigo & Grigiolimpido

Written by Senza categoria

Dopo il premio a Sanremo nel 2012 come miglior canzone d’amore indipendente con il brano “Tutta un’Altra Guerra”, gli Inigo & Grigiolimpido tornano in scena con Controindicanzoni, un nuovo disco dopo aver stuzzicato i palati più fini dando in pasto alla critica e alle radio due singoli nel giro di pochi mesi: “Faccio il Filo a Sofia” uscito a Giugno e il recente “Discorsi” che ancora oggi gira nei palinsesti delle radio libere italiane.
Ancora una volta confermano le aspettative con questo nuovo capitolo che arriva nei negozi oggi pubblicato dalla Interbeat di Luigi Piergiovanni e distribuito in Italia da Egea.

“Controindicanzoni” è un disco che racconta e si racconta, politicamente schierato a favore di un’etica neutrale che sembra lasciare il posto a tante inutili parole.
Un disco rock o meglio “cantautorock”. Per lo più brani spinti che mescolano il sarcasmo alle chitarre elettriche intervallati da ballate sociali, ironiche e introspettive che parlano di meritocrazia, di coscienza e di bellezza. Rock fatto di riff e ritmiche essenziali intrise di quella sana tradizione italiana che tanto ci piace. Un disco da ascoltare di getto e da far scorrere senza la fastidiosa sensazione di dover azionare il rewind per decifrarne le logiche.

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The Old School

Written by Interviste

Quattro baldi giovincelli che fanno un buon vecchio (e sano) Rock’n’Roll! Un po’ di Beatles, un po’ di Elvis e altri mattacchioni del genere”. Cosi si definiscono The Old School, una delle band di punta del panorama indipendente della Valle Peligna. Niccolò, Mario, Giovanni e Luca sono ormai una realtà affermata, nonostante la giovanissima età. Il loro segreto sta tutto nell’energia e nella metodica perfetta durante le esibizioni live, nella scelta di un genere oggi tornato tanto in voga grazie alle sue ritmiche travolgenti, nella tecnica sopra la media dei quattro ragazzi trattandosi di ventenni e nella scelta di puntare anche sulla composizione di pezzi originali, oltre che di cover. Scelta che lascia presagire la necessità espressiva e la voglia di andare oltre i tanti live in regione e magari fare breccia nel cuore di un pubblico più ampio.

Ciao ragazzi. Inutile chiedervi di presentarvi perché è praticamente impossibile non conoscervi. Iniziamo con un tema ancora caldo e che mi sta particolarmente a cuore. Il Contest Streetambula 2013 dello scorso 31 agosto. Siete saliti sul palco con una freddezza unica (anche troppa), esecuzione inappuntabile ma quinto posto su otto partecipanti. Che cosa è successo?
Dopo la serata abbiamo riascoltato accuratamente l’esibizione e siamo concordi nel ritenere che la nostra esecuzione sia stata perfetta… probabilmente troppo nel senso che il Rock’N’ Roll è un genere che richiede molta estemporaneità soprattutto dal vivo, l’emozione di partecipare ad un contest di così alto livello ci ha reso troppo esecutori e meno spensierati di altre esibizioni. In fondo siamo giovanissimi ed è tutta esperienza positiva. Questo può aver influito sul risultato seppure non riteniamo di essere stati inferiori agli altri gruppi arrivati prima di noi, bisogna considerare che per partecipare alla finale abbiamo superato in preselezioni gruppi validi.

Il vostro Rock’n Roll è indubbiamente spassoso e trascinante, soprattutto quando suonate dal vivo. Tuttavia molto spesso vi è rimproverata la quantità eccessiva di date live (spesso vicine nello spazio) che rischiano di diventare tutte troppo uniformi tra loro. Non avete timore di stancare il pubblico o di metterlo nella condizione di non riuscire ad apprezzarvi in maniera esaustiva, causa assuefazione?
Il rischio indubbiamente può esistere, però abbiamo avuto sempre buon riscontro da parte del pubblico che ci ha ascoltato anche in date ravvicinate. Inoltre abbiamo un repertorio che permette di coprire un tempo che va dall’ora fino a due ore e mezza, quindi riusciamo a miscelare i brani a seconda delle serate e del pubblico presente. Questo possibile problema scomparirà quando inizieremo a proporre scalette composte quasi esclusivamente di pezzi di nostra composizione, inoltre proprio in questo periodo abbiamo deciso di ridurre le date dal vivo per concentrarci su prove in studio per nuovi brani e qualche nuova cover non necessariamente Rock’N’Roll.

Altra rimostranza che vi è stata sollevata anche dalla giuria di Streetambula è la scarsa originalità in fase compositiva. Voi nascete come cover band Blues e Rock’n Roll. Pensate che questo possa aver frenato la vostra vena creativa?
Riguardo la scarsa originalità è un aspetto che può interessare tutti i generi e gruppi, riteniamo di essere comunque più originali di molte band che a primo ascolto potrebbero sembrare innovative, la realizzazione del cd ci permetterà di farci notare come band che sta prendendo una direzione sonora definita. L’ascolto attento di gruppi storici RNR e Brit Pop ci ha fatto comprendere che partendo da un modello si possono trovare combinazioni e sfumature che ti rendono molto originali.

Tuttavia mi avete confidato che ci saranno delle importanti novità proprio in questo senso (svolta Garage Revival?). Cambiamenti che potrebbero aiutarvi a farvi notare anche fuori dall’Abruzzo. Che cosa potete dirmi in tal senso?
Si certo, siamo in fase di continua ricerca sonora in questo periodo soprattutto in studio. L’utilizzo probabile di nuova strumentazione ci permetterà di rendere il suono più personale, Garage Revival è un’etichetta un po’ restrittiva di quello che stiamo creando, ma può andare bene per alcuni pezzi come filosofia sonora. Lo scopo è certamente quello di crescere e di toccare progressivamente realtà nuove al di fuori della nostra.

Nonostante vi troviate in una fase cruciale della vostra vita, qualcuno ha deciso di puntare su di voi e si è proposto di produrre il vostro primo album (Emme D Jey dei No Love Lost). Avete iniziato la registrazione ma non tutto è andato come doveva e l’appuntamento è prorogato. Che cosa è successo?
Da questo punto di vista siamo molto felici che Emme creda in noi e ci abbia proposto di produrre il nostro disco. Un supporto a 360 gradi in questo momento è fondamentale vista la nostra giovane età, in pratica possiamo concretamente ottenere un prodotto migliore da molti punti di vista, aspetto importantissimo per uscire dal nostro contesto usuale. In effetti, abbiamo conosciuto un nuovo aspetto della carriera del musicista, lo studio di registrazione che si è rivelato veramente ostico. Come dicevamo prima il RNR è una musica che dal vivo si esprime nella sua completezza ma ci siamo resi conto che la sua resa in studio è ostica nel senso che le registrazioni separate dei singoli strumenti rischiano di renderla fredda e asettica se non sono minuziosamente curate tutte le minime sfumature. Abbiamo deciso pertanto, con Salvatore Carducci di Musicalmente, dove stiamo registrando e a Emme D Jey di prenderci altro tempo per curare nuovi arrangiamenti e sonorità. E’ stato davvero un momento importante nel quale abbiamo fatto esperienza.

Da quanto ho capito, tre di voi quattro si sposteranno a Roma per studiare. Mi avete detto in passato di aver puntato forse troppo al live e poco alla sala prove eppure eravate a breve distanza. Ora come riuscirete a tenere unita la formazione e provare con frequenza e costanza?
Da questo punto di vista non si pongono problemi, ognuno di noi può gestire entrambi gli aspetti in maniera serena. Sappiamo che gli Old School sono per noi un momento fondamentale al quale non vogliamo assolutamente togliere spazio. Siamo grandi amici innanzitutto quindi ci intendiamo alla perfezione.

Scrivendo per diverse webzine nazionali di musica indipendente ho notato che molto spesso le formazioni di provincia vivono in una sorta di universo parallelo, fatto di autocompiacimento, che viaggia con ritmi più lenti rispetto alla scena indipendente nazionale. Si cercano spesso piccoli successi utili solo ad accrescere il proprio ego e si fa fatica a sfruttare le occasioni meno appaganti nel breve termine che possono presentarsi, pure per la difficoltà di accettare le critiche e i “No”. Questo anche perché poche band hanno un ufficio stampa dedicato e non si preoccupano di girare nei circuiti di webzine, riviste, locali, manifestazioni di stampo nazionale. Insomma, troppe hanno un approccio provinciale alla musica e la cosa è un ostacolo insormontabile verso il successo, che sia piccolo o grande, di pubblico o di critica ma comunque di livello nazionale. Ovviamente siete ancora molto giovani e la cosa non è di poco conto; ma com’è il vostro approccio nei confronti della scena indipendente? Pensate di essere abbastanza professionali o ancora troppo grezzi in tal senso?
Stiamo crescendo progressivamente ma la professionalità bisogna raggiungerla suonando e confrontandoci con nuovi contesti, in questo momento siamo consapevoli dei nostri mezzi ma sappiamo anche di dover prendere sempre esempio dai nostri modelli.

A questo proposito, cosa c’entra The Old School con Sanremo? È quella la strada giusta o solo una delle tante da percorrere sperando di arrivare chissà dove? Sapete dove volete arrivare e che tipo di band volete essere?
Sanremo rientra in un discorso di crescita professionale, una possibilità di capire meglio come può giudicarci un contesto diciamo “classico” e non proprio tradizionalmente RNR. Siamo perfettamente consapevoli di che band vogliamo essere nonostante la nostra giovane età, l’importante è cercare di lasciare un segno in chi ci ascolta.

Pensate di essere dalla parte del pubblico (con poca puzza sotto al naso ma anche molto volubile e sempre pronto a riprendersi la fama che ti ha dato, in un attimo e senza troppi scrupoli) o della critica (che si sforza di spingere chi ha davvero le qualità per emergere ma è spesso troppo lontana dai gusti della gente)?
Il confine tra pubblico e critica in fondo non è così marcato e siamo convinti che con la nostra musica possiamo lasciare un segno importante.

Ultima domanda. Sfondare in Italia è quasi impossibile e chi ci riesce, non è quasi mai il migliore e chi lo merita davvero. E allora perché lo fate?
Perché la musica è una parte irrinunciabile della nostra vita, avete detto bene è “quasi” impossibile, chi merita comunque può avere una chance importante.

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Sanremo 2013: le nostre pagelle dello show nazional-popolare più amato-odiato dagli italiani.

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Che qualcuno dica a Marco Mengoni  (ha passato tutto il festival a tirare su col naso e pulirsi con la manica della giacca… -?-) col sopracciglio spaccato da ragazzino ripulito che s’è tolto il piercing-sbaglio-di-gioventù-mo’-sono-maturato, che dedicare la sua vittoria a Luigi Tenco è circa non aver capito un cazzo di Tenco stesso. Oltre che dimostrare di avere un ego smisurato. Suicidatosi lasciando un biglietto con scritto “faccio questo come atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale”, Tenco avrebbe fatto altrettanto stanotte a sentire del primo posto. Ma pure del piazzamento dei Modà al terzo posto, del premio come miglior testo a Il Cile e dell’esistenza di Maria Nazionale. Come donna prima ancora che artista.
Prima di dare le pagelle su qualsiasi cosa si sia mossa all’Ariston questa settimana, vorrei sottolineare una cosa che mi ha colpito. Si crede che il Festival sia un evento che ammazza la musica, che promuove solo gli artisti in odore di major, di grandi produttori o di recenti reality musicali. E sono d’accordo in linea generale. Ma è anche e soprattutto la fotografia socio-culturale della nostra Italia e io quest’anno mi sono spaventata. Non per la crisi bistrattata a fronte di tanta magniloquenza (il Festival è stato ripagato e il bilancio si è chiuso con un guadagno, grazie agli introiti della pubblicità e degli sponsor), quanto perché le band fanno ancora paura -stile “Ommiodio quell’uomo ha una chitarra elettrica e una cresta, mi farà del male!”- o comunque sono ancora l’eccezione e soprattutto perchè c’è bisogno che Luciana Littizzetto, il giorno di San Valentino ricordi alle donne italiane che un uomo innamorato non mena, nel tentativo di sensibilizzare il pubblico sulla violenza alle donne. E perchè due omosessuali sul palco che raccontano che andranno a sposarsi a New York fanno ancora notizia. Potete stare, come me, nelle vostre casette dorate, circondati da gente dalla mentalità aperta che ascolta rock da mo’ e i cui amici migliori sono gay, ma la normalità è altra e Sanremo ce l’ha sbattuta in faccia. Ed è triste. Non fraintendetemi, sapevo che siamo un paese di fresconi un po’ retrogradi, ma certi traguardi pensavo li avessimo acquisiti (tipo almeno non chiamare i Marta sui Tubi “complesso”, come ha fatto mia madre).

Fabio Fazio (7/10): se l’è cavata nonostante questa sua conduzione monocorde, nannimorettiana, che non lascia quasi mai trasparire emozioni se non un po’ di gigionismo e che viene messa da parte in favore di una ritrovata selfconfidence per improponibili imitazioni di Bruno Vespa o nella falsa modestia del “vi ho portato Anthony, vi ho portato Asaf Avidan, ché voi ignoranti non sapevate chi fossero”.

Luciana Littizzetto (9/10): mattatrice! Ha tenuto palco meglio di chiunque altro, mantenendo il suo stile ma in modo consono al palco sanremese. Ha cantato, ballato, sfottutto Carla Bruni ed esultato quando Bianca Balti si è inciampata, incarnando il pensiero del 99,9% del pubblico femminile a casa. Ha abbracciato Martin Castrogiovanni come fosse un baobab.

I VECCHI.

Marco Mengoni (4/10): retorico lui, retorico il brano, retorico il grazie papà grazie mammà e la dedica a Tenco. Quindi il perfetto vincitore del Festival.

Raphael Gualazzi (3/10): un buon pianista jazz che si improvvisa cantante per non rimanere nella nicchia del genere. Peccato che non sappia cantare. E qualcuno gli dica che muoversi da sociopatico non lo rende artistoide, ma solo spaventoso.

Daniele Silvestri (6/10): a me non è piaciuto. Anzitutto preferivo il secondo brano, quello che ovviamente non è stato selezionato per continuare la gara, poi ho trovato un po’ troppo didascalica la presenza del traduttore e lasciamo stare il testo mezzo con la cadenza romana che non mi sono proprio spiegata. Non che abbia nulla contro i dialetti, anzi. Ma perchè?

Simona Molinari – Pietro Cincotti (2/10): se lei non si fosse vestita da albero di Natale-prostituta-personaggio di Futurama (solo per citare i tweet che più mi hanno fatto ridere), non me li ricorderei nemmeno.

Marta sui Tubi (6.5/10): ci hanno provato. E ok. Sanremo non è pronto, l’Italia tutta non è pronta a sentire i “complessi”. E ok. Io avrei evitato lo stereotipo della linguaccia sul palco e della cresta (prossima volta corna? Banchettiamo a pipistrelli?) e avrei cercato un arrangiamento meno ruffiano alla Negramaro, in favore di qualcosa di più rischioso e personale.

Maria Nazionale (N.C.): 1) chi? 2) perchè? 3) quanti cellulari sono stati comprati dal boss tal de’ tali per farla televotare?

Chiara (6/10): ha fatto il compitino da cantantessa italiana che va a Sanremo. Brava figlia di X-Factor, per me è una categoria di musicisti che non esiste neanche. Mi fa lo stesso effetto di sentire dire “un dj che suona”. Ssssse.

Modà (4/10): loro sono così. C’è a chi piacciono ecco. “Se un abbraccio si potesse scomparire” comunque, è troppo anche come licenza poetica. Cantante in inglese che almeno non vi si capisce.

Simone Cristicchi (3/10): basta. Lo trovo intollerabile. E una volta i pazzi, una volta quello che muore e si immagina tutte le cose che avrebbe potuto fare. Simone, esci e fatte ‘na vita.

Malika Ayane (7/10): una vocalità indiscussa, indubbiamente una delle migliori sul palco dell’Ariston, con una canzone di poco impatto però, in cui l’impronta di Sangiorgi gravava parecchio sul testo.

Almamegretta (3/10): se la sarebbero pure potuta cavare. Peccato il cattivo gusto dell’ideona di andare a fare i rastafariani con tanto di light designer dell’Ariston che mette luci rosse gialle e verdi -la sagra dell’ovvio- a inneggiare all’erba libera. Ma ancora? Meno male che c’è crisi signori, se pensiamo a come fare a buttar via dei soldi nella marjiuana prêt à porter -lamentandoci poi magari dell’Iva, dell’Imu, del cachet della Littizzetto.

Max Gazzè (6/10): come al solito i suoi brani parlano di disadattati che ti chiamano di notte per dirti che non vogliono fare il solito sesso, di guardoni che ti tengono d’occhio mentre sei in spiaggia col fidanzato o, come quest’anno, di gente che ti suona a casa. Il meeting dello stalker, insomma. E a me Gazzè piace parecchio eh, che è tutto dire.

Annalisa (4/10): questa arriva da Amici di Maria de Filippi. Parlapà si dice dalle mie parti, cioè non parlare, lascia perdere, non aggiungere altro.

Elio e le storie tese (8.5/10): la canzone rompe le palle forte dopo il primo ascolto eh, però ha del genio, della competenza, del talento. Geniali ad averla pensata, talentuosi ad averla realizzata, competenti per avere le conoscenze necessarie a costruire un’impalcatura armonica del genere sotto una melodia composta di una sola nota.

I GIOVANI.

Renzo Rubino (5/10): ecco, la canzone sui gay. Ché c’è bisogno di sensibilizzare come per la violenza sulle donne.  Mi mette una certa tristezza. Comunque Rubino non mi è sembrato chissà quanto dotato vocalmente e neanche chissà quanto raffinato nell’interpretazione. Eppure si è preso il premio per critica intitolato a Mia Martini. Il testo moderno e attuale ha avuto ciò per cui era stato realmente scritto. Evvai.

Blastema (7.5/10): li ho apprezzati più dei Marta sui Tubi. Mi sono sembrati più integri e meno corrotti dal Festival, capaci di fare un rock nazionale sicuramente già sentito e anche parecchio scontato, ma di buona qualità.

Il Cile (5/10): ma è voluto che abbiano dato il premio come miglior testo a una canzone che si intitola “Le parole non servono più”? A me non è sembrato niente per cui strapparsi i capelli. Cioè, l’underground è pieno di gente che Il Cile possono prenderlo metaforicamente a calci dal mattino alla sera.

Irene Ghiotto: … forse ero in bagno. Scusate.

Ilaria Porceddu (8/10): sorvolando sul taglio di capelli, la canzone è molto delicata, eseguita con molta grazia e molta dolcezza. Non ho apprezzato la parte cantata in sardo finché non me la sono fatta tradurre da un amico che conosce quel dialetto, scoprendo che avrebbero dovuto trovare il modo di sottotitolarla o altro, perché è una frase davvero ben concepita.

Antonio Maggio (8.5/10): è radiofonica, divertente e ironica. La sentiremo così tanto in radio che romperà le palle alla grande. Per adesso, a piccole dosi, si apprezza e parecchio.

Andrea Nardinocchi (2/10): ditegli di fare altro. Un finto rapper-dj che scrive canzoni con le rime emo che manco i Dari. Sparisci. E lascia qui il Mac.

Paolo Simoni (1/10): no, no, no. Allora: l’idea del brano ricorda “Una musica può fare di Gazzè”, cioè l’elencone dei poteri benefici o meno delle parole. Ovviamente noiosa allo stremo, finto intellettuale, finto riflessiva. Lui poi ricorda Philippe Daverio con tanto di cravattino e canta credendosi Riccardo Cocciante. Altro che giovane: vecchio dentro, vecchio per ispirazione, vecchio con l’odore di giacca di velluto e antitarme. No. Già detto?

Ps. Dov’erano i fiori di Sanremo? Qualcuno era allergico e li hanno aboliti?

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Walter Pradel e Rondò Anthology – Calma Tempesta BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Operazione curiosa, quella di Walter Pradel, che mi informano essere un ex-modello la cui vera passione è la musica, qui al secondo disco, insieme a Rondò Anthology (che non si capisce se sia un gruppo, un quartetto d’archi, un altro artista…).
Il disco è prodotto molto bene, e si presenta come un progetto su cui s’è investito parecchio. È un prodotto breve (cinque tracce + relativi strumentali) di un pop classico, gonfio d’archi e pianoforti, una voce pulita (Renga con meno estensione… una specie di Giò Di Tonno), testi che più banali non si può, melodie da bel canto, ogni tanto parte una chitarra elettrica dal sound epico che non si capisce cosa ci faccia là in mezzo.
Poi si arriva alla terza traccia, esplode una batteria elettronica direttamente dal peggior pop radiofonico italiano, e io mi arrendo.
Un disco che può funzionare solo a Sanremo o come regalo a vostra nonna, che apprezzerà di certo (a parte la batteria elettronica: la traccia 3 verrà costantemente skippata).

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