Calcutta @ Monk Club, Roma | 19.12.2015

Written by Live Report

L’hype mi teneva in pugno: al live di Calcutta di cui tutti parlavano dovevo esserci anch’io.

“Hype” è un termine tanto inflazionato quanto impossibile da tradurre in italiano senza dilungarsi. Per comprenderne meglio il senso potremmo considerare ciò che mi è accaduto la scorsa settimana. Lunedì mattina ascoltavo distratta Gaetano per la prima volta, martedì infilavo i panni in lavatrice canticchiando di svastiche in centro a Bologna, mercoledì usciva il video di Frosinone, giovedì sotto la doccia scoprivo con sconcerto di saperla a memoria. Sabato sera guidavo in direzione Roma est, formalmente allo scopo di comprendere cosa mi stesse accadendo, in realtà l’hype mi aveva già fottuta e al live di Calcutta di cui tutti parlavano dovevo esserci anch’io.

Edoardo D’Erme è di Latina, scrive sui social senza punteggiatura e ha l’aria di uno che gira quasi sempre coi calzini spaiati. La sua genuinità un po’ beota conquista o infastidisce a seconda che gli si creda o meno, ma il fenomeno che si innesca in questi casi è una roba irreversibile: in un’epoca in cui nessuno si esime dal commentare, al vociare degli entusiasti si uniscono gli scettici, e ancor più quelli indignati per un successo che reputano immeritato.

Il risultato è una doppietta di sold out, a Roma e a Milano.

A voler schiettamente dichiarare uno dei pregiudizi con cui entro al Monk c’è da dire che, a leggere la tracklist di Mainstream con l’Intermezzo 2 che viene prima dell’Intermezzo 1, non solo la cosa non riesce a sembrarmi una sbadataggine, ma finisce addirittura per tradire una buona dose di impegno a voler sembrare sbadati a tutti i costi.

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Il pubblico del Monk Club sabato scorso (via Facebook – Bomba Dischi)

Arrivo con largo anticipo, c’è da attendere un po’ prima che la sala principale si riempia, e tra la folla che si ammucchia sotto il palco si vocifera di lunghe file all’ingresso. Tendo l’orecchio verso i commenti degli sconosciuti, e a giudicare dall’incoerenza dei “vabbè dai, alla fine non è che sia chissà cosa ‘sto Calcutta” mi sembrano tutti affetti dalla stessa sindrome che ha colto me: un inconsapevole mix letale di snobismo e presenzialismo.

L’ultimo disco dei Beirut in sottofondo è interrotto dall’arrivo sul palco di un tipo incappucciato e armato di campionatori aggressivi. Ci metto un po’ a scoprire che l’inatteso opening act è Mai Mai Mai, quello di Dal Verme, la traccia di Mainstream che fa a pugni con l’ostentata frivolezza pop del resto del disco. Se i pochi minuti del brano in questione risultano oggettivamente stranianti, l’effetto che una mezz’ora abbondante di sample inquieti ha su un pubblico come quello di Calcutta è quantomeno prevedibile. Di certo i presenti sono poco avvezzi al genere (e ci tengono a manifestarlo scegliendo espressioni eloquenti tipo “dacce tregua”), ma è pur vero che una performance del genere sarebbe stata più adatta a concludere una serata che ad aprirla.

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Calcutta sul palco del Monk Club (via Facebook – Bomba Dischi)

Proseguendo con la lista dei pregiudizi: da un progetto musicale wannabe lo-fi a tutti i costi in versione live mi aspettavo pagliacciate à la MaDeDoPo e senza dubbio un cantato infarcito di stecche.

Ne’ le prime, ne’ il secondo: la goliardia si limita a qualche frase sbiascicata con dentro più “cioè” che parole vere con cui ci incita a far festa, mentre sfoggia un timbro vocale squillante e persino più pulito dal vivo che su disco. Il resto lo fanno le rime baciate e il lessico in voga (rom, youporn, jihad, Papa Francesco), su un sound immediato, che pesca a piene mani dalla tradizione della musica leggera italiana: pochi accorgimenti elettronici per una produzione scaltra, che rende digeribile un pop da cui sono certa che il pubblico che vedo stasera di solito si tiene accuratamente alla larga.

Certo, oggi Calcutta gioca in casa, ma questo è un aspetto trascurabile, perchè domani accadrà che le sue canzoni le canteranno a squarciagola anche all’Ohibò di Milano.

Su Cosa Mi Manchi A Fare si accalcano all’interno persino i socialite rimasti fuori a sfumacchiare drum per tutto il resto del concerto. Come biasimarli? Io una frase come “mi prenderò un gelato con il tuo sapore” non me la toglierò dalla testa per i prossimi due mesi, e anche nei frangenti al limite del nonsense il cantautorato di Calcutta risulta incredibilmente appiccicoso: vedi Limonata, direttamente dagli anni 80, tutta a base di synth e farneticherie su topi, tombini, Medjugorje e De Gregori.

La più attesa è ovviamente Frosinone, che col nome che suona un bel po’ ridicolo distoglie l’attenzione dal fatto che, epurato di contenuti come pizze e piatti lavati con lo Svelto, diventerebbe un brano di Vasco Rossi perfettamente a suo agio dentro a un album dei Lunapop. Viene quindi da sorridere pensando alle facce radical-sbigottite che farebbero i presenti al sentir nominare il Blasco o Cesare Cremonini. Del resto un “Ti presterò i miei soldi per venirmi a trovare”apice della poetica da studente fuori sede in Del Verde, è decisamente più umano di un “C’è qualcosa di grande tra di noi che non puoi scordare mai nemmeno se lo vuoi”, anche per chi studente non lo è più da un po’.

Giusto il tempo di imboccare la tangenziale e sto di nuovo canticchiando. È una strofa di un pezzo di cui non conosco ancora il nome, l’ho ascoltato per la prima volta giusto un paio di ore fa. “Sì, lo so che l’inglese esprime meglio il non detto / hai letto tanti, troppi libri, quasi da non capirci un cazzo / ci incontreremo a Venezia, ci sposeremo a Pomezia.”
Se vi piace l’inglese sentitevi pure liberi di parlare di hype quando chiacchierate all’apericena, ma sappiate che in italiano si dice “caro vecchio furbo pop”.

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Last modified: 11 Aprile 2020

One Response

  1. Giovanni Faraoni ha detto:

    Potevo scrivere le stesse cose, solo che tu sei stata più brava…

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