Toy + Federico Fiumani @ Rome Psych Fest – Monk Club, Roma | 24.02.2017

Written by Live Report

Secondo appuntamento per il Rome Psych Fest in quel del Monk Club.

(foto di Beatrice Ciuca)

L’apertura della serata spetta ad uno svogliato Federico Fiumani. Ormai lontanissimi i tempi della mia vita rotta che tiene con uno spago, introduce il concerto dichiarando candidamente di non aver fatto una lira con gli album negli anni 80, pertanto si sente autorizzato a tirare su due spicci adesso per recuperare con quelli non guadagnati prima. Non stentiamo a crederlo. Ci propina tutto 3 Volte Lacrime: spompato, fuori tempo, la chitarra che suona per fatti suoi, i testi quasi biascicati. Fortuna che l’agonia dura meno della sodomizzazione di Francesca in quella domenica pomeriggio prima di Fiorentina-Juve (quella “Francesca” del pezzo dei Diaframma del 1986, s’era capito, no?).

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Cambio palco e cambio di registro. Entrano i Toy e se ne viene giù il locale. Certo, l’impatto visivo non è dei migliori: Dominic O’Dair, il chitarrista, ha tagliato i capelli e svestito la camicia psichedelica preferendole una t-shirt grigia, così se prima sembrava Lady Oscar ora sembra solo Mark Zuckerberg. Maxim Panda Barron, il bassista, i capelli lunghi li ha mantenuti con il solo risultato di sembrare un cinese con seri problemi alla tiroide. Inoltre si dimena come un forsennato solo perché non vede l’ora di scendere dal palco per scroccare sigarette come se fossero comprese nel cachet. Alle tastiere Max Oscarnald fa la parte del ‘cugino del cantante’, ossia di quello caruccio che viene chiamato all’ultimo per fare le prove e che obietta “ma io non so suonare”. Non fa niente, sei belloccio. Alla batteria Charlie Saldvidge, ed è subito Steven Adler. Fortuna che c’è Tom Dougall, il Motta britannico, noto anche per essere il fratello di una delle Pipettes. All’appello manca Alejandra Diez, che ha rotto il giocattolo nel 2015, e la mancanza sonora si percepisce tutta.
I Toy perdono quel sound tipico che li distingueva dai vari Tame Impala o Pond del caso. Nonostante tutto, sanno ancora fare il loro mestiere. Due ore piene sul palco e l’esecuzione di Clear Shot per intero. Tra il pubblico c’è chi si fa il concerto a occhi chiusi, chi ciondola la testa, chi si dimena, chi bestemmia approfittando dei suoni distorti a tutto volume. L’atmosfera è magica, qualcuno direbbe “si vola” (attualmente di gran moda su Facebook). Certo, le luci low cost del Monk non aiutano il trip ma il gruppo nemmeno se ne accorge. Del resto, mentre gli altri passano il tempo ricurvi sui loro strumenti, il cantante si sdraia una boccia di bianco da solo guadagnandosi l’amore incondizionato delle scimmie urlatrici in prima fila.
Dettaglio non da poco: sarà stata la fattanza, le luci inesistenti o l’atmosfera così anni 60, ma in sala non c’era nemmeno un telefonetto disturbatore.
Bravi tutti. Play with Toy!

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Last modified: 15 Marzo 2019

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