Talking Heads Tag Archive

Dodici Tracce: non la solita playlist #02

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Una rubrica mensile in cui le illustrazioni di Stefania incontrano gli scritti e le playlist di Claudia, dando alla luce un racconto sonoro a forma di vinile.
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3 dischi ••• Aoife Nessa Frances • Country Feedback • Huge Molasses Tank Explodes

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Tra le uscite di venerdì scorso, due ottimi esordi e un sophomore che non delude.
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La playlist del lunedì #06.05.2019 | Stereolab, L7, Pile, Caterina Barbieri…

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… Vampire Weekend, Wrongonyou, Flamingods e tante altre novità per sopravvivere al lunedì.
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Recensioni #19.2018 – Des Moines / Armata Del Tronto / Ron Gallo

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #05.03.2018

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Colapesce: nuovo video e nuove date del tour

Written by Senza categoria

Nuovo video per Colapesce: dopo l’allegra iconoclastia di “Maledetti Italiani”, le atmosfere nouvelle vague di “L’altra Guancia” e le scorribande animate nel cinema di genere di “Reale”, Lorenzo Urciullo torna con un clip che rende omaggio alla storia e all’iconografia delle TV locali che imperversavano in Italia negli anni ’80 e ’90. Stiamo parlando di quel mondo popolato da presentatori improvvisati, vallette improbabili, performer privi del più elementare senso del ridicolo e maghi e cartomanti a ruota libera. Gli studi erano raffazzonati, il green screen onnipresente, gli effetti visivi grossolani,: nonostante tutto questo, le TV locali hanno contribuito a creare un immaginario pop i cui echi si sentono ancora oggi. “Brezsny”, il quarto estratto da Egomostro che deve il titolo al più celebre oroscopista del mondo occidentale (conosciutissimo anche in Italia grazie alla traduzione dei suoi pronostici settimanali fatta da Internazionale) è una delle canzoni più atipiche di Colapesce, grazie a delle sonorità che rimandano ad alcuni nomi storici del pop italiano e internazionale (su tutti, i Matia Bazar di “Vacanze Romane” e Talking Heads di “Remain in Light”).

09 SETTEMBRE – SESTO SAN GIOVANNI (MI) – CARROPONTE W/DI MARTINO “COINQUILINI”
12 SETTEMBRE – BIELLA – BIELLA FAKE FESTIVAL c/o Castello di Verrone
18 SETTEMBRE – ROMA – MONK CLUB
19 SETTEMBRE – NAPOLI SUO.NA.

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Anna Calvi – Strange Weather

Written by Recensioni

Anna Calvi è un’artista che si muove a piccoli passi, silenziosa, arriva alla meta in punta di piedi. La sua voce è un sibilo soave che ci tocca l’anima, con delicatezza. È una Lana Del Rey meno egocentrica, che ha tra le sue indiscusse doti la proliferazione. Non è da tutti, infatti, sfornare due album e un EP in tre anni. Ripercorrendo la sua pur giovane carriera ci rendiamo conto che il primo omonimo disco serviva a renderla nota alle cronache,mentre il secondo, One Breath, le ha tolto di dosso l’ombra pesante dello scopritore/mentore degli inizi Brian Eno, consacrandola come una cantautrice emergente di invidiabile valore. Per un Brian Eno che va, un David Byrne arriva e il frontman dei  Talking Heads fa da ospite con la  O maiuscola in Strange Weather partecipando a ben due brani sui cinque che compongono l’intero lavoro, anche se c’è chi sostiene che lo stesso Byrne abbia influenzato la Calvi sulla scelta delle canzoni da coverizzare.

Le atmosfere sono soffuse, fumose come in un film in bianco e nero con James Cagney. Solo il terzo brano, “Ghost Rider”, cambia inaspettatamente le carte in tavola strizzando l’occhio al Rock sincopato degli YeahYeahYeahs e la stessa Anna si immedesima, conciandosi per le feste come una novella Karen O, giocando con la propria voce tra ansimi e spasmi. Chiude l’album “Lady Grinning Soul”, perla solenne di un altro celebre David, eseguita al pianoforte in maniera scarna, personale, elegante. Trovare un senso a un EP di cinque cover non è semplice. Un’ipotesi  potrebbe essere quella di avere l’intento di mantenere alta l’attenzione su questa signorina britannica dall’ugola angelica. Ma alla fine è superfluo porsi troppi quesiti. Prendiamo Strange Weather per quello che è: un disco piacevole, che ci aiuterà a salutare la bella stagione che volge al termine.

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Bombay Bicycle Club – So Long, See You Tomorrow

Written by Recensioni

Se So Long, See You Tomorrow fosse una città sarebbe Istanbul.
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Boxerin Club

Written by Interviste

Intervista con una delle band italiane che più e meglio si stanno aprendo la strada per la fama a livello mondiale. I Boxerin Club.
Partiamo dalle presentazioni: chi sono le persone che formano i Boxerin Club, cosa fanno nei Boxerin Club, e, soprattutto, perché “Boxerin Club”?
I Boxerin Club sono in cinque: Matteo Iacobis (voce, chitarra acustica, elettrica e ukulele), Gabriele Jacobini (chitarra elttrica e ukulele), Francesco Aprili (voce e batteria), Matteo Domenichelli (voce e basso) e Edoardo Impedovo (tromba, tastiere e percussioni). Il nome Boxerin Club viene trovato per caso durante una partita di Taboo, circa 4 anni fa e si riferisce ad un pub in Scozia gestito da un cane addestrato di nome Tarzan, frequentato da soli cani, è inevitabile rimanere affascinati.

È da poco fuori il vostro Aloha Krakatoa. Presentatelo a chi non lo ha ancora ascoltato.
È il nostro primo disco ed è la raccolta di quasi tutti i pezzi che abbiamo scritto nell’anno appena passato, nel quale ci siamo divertiti a sperimentare sonorità World Music, provenienti dalla cultura brasiliana, afro-cubana ed orientale, mantenendo comunque un impianto Pop, fatto di armonizzazioni vocali, qualche distorsione nelle chitarre e cantando sempre in inglese, quindi mantenendo un filo conduttore con i nostri ascolti americani, inglesi e italiani.

Recensendo Aloha Krakatoa l’ho definito disco d’evasione, nel senso che mi è parso di capire che lo scopo primario della vostra musica, ammesso che ne abbia uno, chiaramente, sia divertire, stupire, e allo stesso tempo “coccolare” l’ascoltatore, ovviamente attraverso il vostro divertimento. Che ne pensate?
Sicuramente è un disco d’evasione. Durante la stesura dei pezzi avevamo sempre come obbiettivo quello di far evadere l’ascoltatore dal proprio contesto giornaliero e trasportarlo emotivamente in un posto che magari non aveva mai visto, rendendolo felice e allo stesso tempo stupito, speriamo di esserci riusciti.

Raccontateci come sono andate le registrazioni. Quanto ha influito sul disco la figura del produttore? Come avete organizzato i lavori, data la varietà di stili, strumenti, e mood che il disco incorpora?
È stato un processo molto faticoso ma allo stesso tempo estremamente stimolante. Tutto è iniziato a giugno scorso quando il nostro produttore Marco Fasolo, leader dei Jennifer Gentle, è venuto a stare da noi a Roma per fare un po’ di pre-produzione e registrare dei provini, quindi circa due settimane dopo siamo entrati in studio, a Vicenza. Il disco è stato registrato tutto in presa diretta e completamente in analogico, con alcuni strumenti e microfoni molto rari e datati; abbiamo deciso di agire in questo modo perché volevamo mantenere la complicità del live e al tempo stesso avere un sound molto nitido grazie alla registrazione su nastro.

Le vostre canzoni come nascono? C’è un’idea centrale (o una figura centrale, tra voi) da cui poi si sviluppa il resto? O, all’estremo opposto: lunghe jam e labor limae?
Lo scheletro dei brani viene creato da Matteo Iacobis e Matteo Domenichelli, successivamente realizziamo dei provini che ci passiamo per sviluppare le nostre idee tranquillamente a casa, poi con un po’ di tempo e pazienza in sala prove escono le canzoni.

La cosa che mi ha maggiormente colpito del vostro lavoro è la libertà d’espressione, l’abbattimento dei confini di genere, all’apparente inseguimento di una vostra personale visione musicale. Come nasce questo atteggiamento? È innato, naturale, o frutto di una ricerca o di una decisione presa a priori?
Abbiamo sempre avuto voglia di sperimentare grazie ai nostri ascolti, che sono la cosa di cui andiamo più fieri al mondo. La musica come qualsiasi altra forma d’arte è un modo per esprimere se stessi, ridursi a voler assomigliare il più possibile ad un artista che ti piace sarebbe riduttivo e sicuramente poco divertente.

So che avete avuto esperienze varie e molto soddisfacenti dal punto di vista del live. Avete girato da questa e da quella parte dell’oceano portando a casa ottimi risultati. Cosa combinate sul palco? Idee particolari, tradizioni strane…? Quanto conta l’aspetto live nel mondo dei Boxerin Club? 
Il live è la cosa a cui teniamo di più, sin dall’inizio, ci troviamo a nostro agio e ci divertiamo dall’inizio alla fine sempre. Negli ultimi due anni abbiamo girato molto e stiamo continuando a farlo, questo è il miglior modo per crescere come musicisti, come amici, ma credo sopratutto come persone, perché grazie ai ragazzi di Bomba Dischi e DNA Concerti con cui lavoriamo, abbiamo la grande fortuna di confrontarci con migliaia di persone e cercando di stabilire un contatto diretto palco-pubblico. L’America è uno dei paesi dove tutto questo succede in maniera totalmente naturale: l’ascoltatore è molto attento e curioso, sa divertirsi ma sa anche riflettere… non si trova lì solo per passare una serata, vuole essere parete integrante del concerto, per noi è stato così.

Raccontateci le tre cose più strane che vi sono capitate nelle vostre peregrinazioni.
Essere assaliti a Milano da due cretini entrati da dietro nel furgone in movimento alle 5 di mattina senza un motivo, aprire il concerto di Marina Rei senza saperlo, incontrare P. Diddy all’una di notte a Brooklyn che ti chiede di suonare per lui.

In chiusura, domande secche. Gli artisti più strani e meno “azzeccati” con cui vi hanno paragonato?
Devo dire che ci hanno sempre preso con i paragoni.

Il disco (o i dischi) fondamentali che dovremmo sentire per capire da dove arrivano i Boxerin Club.
Graceland di Paul Simon, Nacked dei Talking Heads e Swing Lo Magellan dei Dirty Projectors.

L’italiano “no, mai”?
No, mai.

Vi considerate, in qualche misura, un gruppo “psichedelico”?
A volte sì, sopratutto in studio, alcuni pezzi si prestano, altri no.

Per avere successo, secondo voi, serve di più essere capaci tecnicamente, avere idee originali, farsi il culo o essere rompicoglioni?
Tutto quello che hai detto, facendolo con il sorriso.

Voi pensate di avere tutte queste cose o ve ne manca qualcuna?
Pensiamo di dover fare ancora tanta strada, sicuramente ci facciamo un bel culo ogni giorno, sempre con il sorriso però (ride ndr)

Farete successo?
Non lo so e non so neanche se mi interessa.

Prossime cose che farete che volete si sappiano: concerti, dischi, ecc. Vai.
Presto usciranno dei nuovi video sia live che ufficiali. Il tour di Aloha Krakatoa è appena iniziato e sta andando molto bene, da qui ad Aprile ci sono 30 date e a breve avremmo anche il piacere di aprire il concerto de I Cani a Cesena, serata fra amici. Per il resto vi invito a consultare la nostra pagina Facebook che ci piace tanto aggiornare quotidianamente, cosi da poter rimanere sempre aggiornati su tutto!

Grazie per la disponibilità, alla prossima!
Grazie a voi per l’invito!

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The Wave Pictures – City Forgiveness

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Spero che in vita vi sia capitato di vedere quel gran bel film di Alan Ball intitolato American Beauty; se lo avete visto vi sarà facile ricordare lo sguardo nella scena finale del protagonista Kevin Spacey. Avete visualizzato? Ecco, quella è la mia stessa espressione dopo aver ascoltato per novanta minuti il nuovo, doppio album, dei The Wave Pictures. Il gruppo e nella fattispecie il leader David Tattersall si contraddistingue per essere decisamente prolifico in quanto a canzoni prodotte; pensiamo che dal 2004 a oggi, ogni anno ha visto l’uscita di un loro album. Volendo fare i calcoli si perde facilmente il conto e se dovessi fare un paragone di basso respiro, neanche la pizzeria sotto casa, in serata Champion’s, sarebbe in grado di reggere il ritmo. Ma procediamo con calma; come sono arrivata alla morte celebrale dopo novanta minuti di Indie Rock britannico fino al midollo? Ho provato a trovare una risposta che non fosse qualcosa del tipo “signorina lei è troppo stressata”, o “non si ascoltano i dischi dal computer”. Purtroppo la maledetta verità e che David e soci ripetono per venti brani il medesimo schema, basso, chitarra, batteria all’interno di un territorio estremamente definito, sul quale innestano in maniera alternata varianti che toccano il Blues “Chestnut”, il Rock anni 70 “Better to Be Loved”, con un giro ispirato senza dubbio da “Have You Evern  See The Rain”,  e anche un po’ di Calypso “WhiskY Bay”.

Tra la miscellanea di schemi e varianti sul tema che nemmeno Queneau pensava possibili quando scrisse “Esercizi di Stile”, non tutto è da rifilare nel cassetto dell’oblio; ci sono pezzi toccanti e godibili come la ballata struggente “The Yellow Roses” e pezzi in cui il ritmo diventa trainante e il sound si fa nuovo come in “Shell” e “Narrow e Lane”, anche se quest’ultima viene sporcata dal solito assolone tanto caro al gruppo. L’impressione generale che emerge dall’ascolto è quella di un’urgenza espressiva da parte del leader, che però si concretizza in tante canzoni buttate lì, nel mucchio. La scelta di farsi guidare dall’impeto della scrittura piuttosto che da un desiderio di qualità fa si che testualmente ci sia un buon margine per liriche argute e ironiche che però cede il passo sul piano dell’innovazione  e della ricerca musicale, nel quale si vedono solo timidi spiragli.

Nel complesso ogni brano assomiglia sempre a qualcosa di già ascoltato e spesso portato alla ribalta da qualcun altro; un esempio fra tutti sono i brani “ The Ropes” e “All My Friends” rispettivamente e marcatamente simili ai Talking Heads la prima, e ai Dire Straits la seconda. L’impeto, il guizzo, il genio compositore sono tutte cose necessarie per un musicista, senza le quali forse, sarebbe solamente un ripetitore automatico privo d’anima. D’altro canto, questo fuoco vitale dovrebbe essere rivolto verso il dettaglio, la ricerca, la sperimentazione.  In due parole, un artista dovrebbe dare in pasto ai propri fan il meglio, non il tutto. City Forgiveness non lo fa, non si sposta di un millimetro dal solco tracciato dal 2004 e tutta la laboriosa attività del gruppo svanisce nel mare magnun delle loro stesse venti tracce. Se si fosse fatta una selezione a monte tra queste avremmo avuto un disco interessante di cui parlare.

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The Knife – Shaking the Habitual

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Un gioco di percussioni e vocalismi in “A Tooth for an Eye” apre Shaking the Habitual, il quarto disco dei The Knife. Ritmi alla Talking Heads che appaiono forse un po’ datati, ma al contempo proiettati negli anni 2000, in un perfetto caos e disordine sonoro che però non è disprezzabile e che ritroveremo più avanti soprattutto in “Without You my Life Would be Boring”. Annunciato già nel 2011 sul sito della band e nel 2012 con un breve teaser su Youtube, l’album venne dato alle stampe nei primi mesi del 2013 tra curiosità e soddisfazione / insoddisfazione dello zoccolo duro dei fans.

Certamente la performance vocale appare ancora una delle più intriganti della scandinavia (potrebbe contendere lo scettro alla celebre Bjork), ma dal precedente Silent Shout sono passati ben sette anni e quindi forse ci si attendeva un po’ di più da un gruppo dall’indubbio talento e spessore come il duo svedese. Elettronica allo stato puro (sempre e comunque) che soffre tuttavia di una durata esageratamente lunga (oltre settanta minuti sono davvero troppi da digerire persino per le orecchie più forti) e una scrematura dei brani avrebbe forse giovato ad apprezzare di più questo lavoro che appare a tratti intrigante, a tratti noioso.

Il coltello scandinavo è tornato quindi a colpire, ma lo fa con timidezza, senza osare mai troppo, senza spingersi oltre quei confini che da sempre lo contraddistingueva, mentre passava da una musica House a un Synth Pop post moderno senza eguali. Durante “A Cherry on Top” sembra infatti di stare ascoltando un disco solista di Thurston Moore o di Lee Ranaldo dei Sonic Youth (ma i loro sono sempre lavori geniali) e se non fosse per l’incantevole voce (che arriva però dopo cinque minuti!) verrebbe voglia quasi di passare alla traccia successiva.

Meno male che a rialzare la media ci pensano capolavori sonori quali “Raging Lung” o “Fracking Fluid Injection” in cui il duo osa davvero tanto ed ammalia l’ascoltatore e nella finale “Ready to Lose”. Insomma un disco che non passerà di certo alla storia e che quasi sicuramente dividerà i fans del gruppo.

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Fabio Biale – L’Insostenibile Essenza Della Leggera

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Ascolto: di corsa sulla spiaggia. Località: Barceloneta. Umore: come di chi volesse scoprire un altro continente a piedi.

Che voce che ha questo Fabio Biale. Non si può non esclamarlo dopo l’ascolto del suo primo disco. Opera prima molto  buona con alcuni bagliori di eccellenza sparsi qua e là come fiori tra una mattonella e l’altra del pavimento del giardino. Musicisti davvero capaci, arrangiamenti mai banali e archi utilizzati in modalità molto innovativa. Certo, avrei evitato la traduzione di “Psycho Killer” dei Talking Heads, le traduzioni ti catapultano nell’imbarazzo di ricordare che molti testi culto anglosassoni non significano quasi un cazzo ma linguisticamente suonano da Dio. Ti fanno pensare che se De Andrè fosse, che so, di Buffalo pisciava in testa pure a Dylan. Un po’ di indulgenza sulle facili rime e qualche verso davvero azzeccato come “terzo: una richiesta blues ma senza assolo, che se riesco lo suono io mentre volo“. Indomabilmente schizofrenico, questo lavoro ha proprio nell’eccessiva distanza tra i terreni toccati il suo limite. Fabio Biale sembra Fred Buscaglione in  “Al Mio Funerale”, tentativo rauco, ironico e ben riuscito, di immaginare il suo su un tappeto tzigano alla Django Reinhart; sembra Sergio Caputo in altri episodi più attinenti allo Swing da fiati; sembra  i Beatles di “I’m The Walrus” in “Il Fiore Non Colto”, sembra Marco Conidi in “Canzone d’Amor  Per un Nonno Addormentato” (il quale somiglia al Liga, il quale come e’ noto somiglia a Springsteen con la colite), sembra Neil Young nel meraviglioso e commovente quasi recitato “D.C “. Ecco,  l’unico limite di questo lavoro è che Fabio Biale somiglia non ancora abbastanza a Fabio Biale. Ma abbiamo tutta la pazienza di aspettarlo.

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