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EUA – Tanto Valeva Viver Come Bruti

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Secondo disco ufficiale per i parmensi EUA, il disco chiamato Tanto Valeva Viver Come Bruti esce addirittura sei anni dopo il precedente. Quattordici canzoni (e sono tantissime) di musica irriverente e demenziale, puro divertimento per scollegare il cervello. Loro si definiscono alfieri del Folk-Punk-Swing. E di questi tempi rendersi leggeri aiuta a superare i problemi con più facilità. E non è poco. “Capolinea” inizia il disco con una simpatia intelligente, testo attuale e ricordo alla teatralità artistica di Giorgio Gaber. Ci sentiamo subito a nostro agio e Tanto Valeva Viver Come Bruti presenta tutte le buone premesse per farsi ascoltare con piacere. Tra l’altro il brano in questione rappresenta il singolo di lancio dell’intero lavoro discografico.

Ritmi caldi e solari in “Extrasistole”, sembra di trasferirsi in in sud America per il clima caldo dei riff. Ballabile. I problemi reali dell’essere umano sono considerati molto nei testi degli EUA, soprattutto la condizione psicologica ripresa in brani come “Ingranaggi”, l’alienazione è il pericolo più grande dal quale bisogna ripararsi, le macchine sostituiscono la manualità dell’uomo ma non possono certamente sostituire i sentimenti. Nei momenti successivi inizio a provare qualche difficoltà nell’ascolto, non riesco a calarmi nella demenzialità con cui vengono affrontati alcuni tipi di argomenti. Avrei preferito testi spensierati ed emotivamente poco coinvolti, non tutti possono essere Enzo Jannacci. Esiste un equilibrio sottile tra serietà e demenzialità, rimanere seri scherzando riesce soltanto ai grandi artisti. In molti casi si rischia di scendere nella banalità più assoluta, una musica piacevole che lascia il tempo che trova. Niente di più. Che poi tecnicamente è suonato egregiamente è un altro discorso. Una svolta verso il piacere arriva durante l’ascolto di “ Decalogo”, colgo molta intimità nel pezzo, qualcosa di diverso rispetto alle precedenti canzoni. “Antimondo” prende vita grazie ad una frase del fisico Stephen Hawking, brano semplice e lineare che strizza l’occhio alla classica musica leggera italiana. E fino a questo momento di Punk ne ho trovato ben poco, ma non posso certo nascondere l’animo festoso della band. “Il Mallo” parla dei sintomi post sbornia, il giorno dopo è letale per tutti, un passo ben tirato nella ritmica con concretezze sonore poco evidenti. Comunque sia divertente. Il kazoo prende il merito della diversità in “La Cena Dei Peracchi”, un basso ben assemblato ma “vecchio” decide i tempi da seguire. Un brano che vuole apparire triste, “Fuori dal Tempo” sembra appartenere a tutt’altro disco. TVVCB si chiude con la cantautorale “Storia”, molto stile Guccini nel cantato, diversamente interessante nonostante non sia nulla di così originale. Ma poi non cercavo niente di originale, avevo bisogno di divertirmi e mi sono divertito se non fosse per un durata complessiva di quattordici pezzi. Una scelta molto pesante, troppa carne gettata nel fuoco. C’è materiale per quasi due dischi distinti anche nel genere. Gli EUA sono stati dei simpatici compagni di viaggio ma subito dopo rimanevo senza la voglia di scherzarci nuovamente. La musica dovrebbe conquistare senza forzature, il secondo disco degli EUA in buona parte sembra essere forzato.

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G-Fast – Go to M.A.R.S.

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Dietro il moniker di G-Fast si nasconde il One Man Band milanese Gianluca Fastini, un amante delle sonorità vintage, di quel maledetto Rock di una volta che puzzava di whiskey e suonava di Blues. Il suo nuovo disco preceduto da svariati live esce per La Fabbrica e si chiama Go to M.A.R.S., niente di elegante, niente di particolarmente eccitante. Perché questo Go to M.A.R.S. vorrebbe suonare esattamente come un disco di una volta, prendiamo tutta l’attuale scena Indie italiana e buttiamola senza timore nel cesso tirando lo sciacquone infinite volte. Tanto non ci sarebbe poi così tanto da salvare secondo alcune arroganti presunzioni. “Go to M.A.R.S.” prima traccia (e pezzo che titola l’album) parte subito massiccia e senza paura, piedone a spingere sulla cassa, chitarre Folk Rock e tanta voglia di arrivare su Marte. Ma questo dal titolo si era capito benissimo, dopo Bowie arriva G-Fast. Tanta spocchiosità nell’animo indipendente di “I Like It”, qualcosa diventa subito muro tra concetto e risonanza. Non arrivo a cogliere il senso e disordinato come un bambino eccitato dai regali di Natale vado avanti nell’aprire canzoni come fossero pacchi.

Nel brano successivo “Mystical Man” G-Fast usa chitarroni pesanti ma quella insistente sensazione di “vecchio polveroso” proprio non vuole lasciarmi stare. Capisco benissimo l’intenzionale ricerca di suoni del passato ma in questo caso il prodotto finale è stancante, è come mettere volontariamente la testa dentro una ghigliottina francese. Tralascio volentieri “On My Own”, non riesco a contemplare certe cose in nessun momento della mia giornata. Tengo a precisare che questo disco sono riuscito a metabolizzarlo (diciamo pure così) almeno dopo dieci ascolti durante i quali mi promettevo di trovare il lato positivo che puntualmente non arrivava mai. E nessuno mai potrebbe capire quanto aspettavo che ciò accadesse. “Morning Star” prosegue senza provocare troppo scompenso, alta orecchiabilità e sound arrugginito come non ci fosse un domani. In questo caso apprezzo molto la tecnica Old School. Andando avanti troviamo “Like an Angel” e “Toy Soldier”ma entrambe vivono di luce riflessa, un qualcosa già speculato negli anni novanta quando tutto era più facile e non ci giravano i coglioni a causa della crisi economica, quando potevi sentirti il padrone del mondo non sapendo che la fine era alle porte.

Ci vuole un fegato marcio per suonare Rock Blues senza contaminazioni. “Crazy” è finalmente un pezzo diverso dal resto, poco omologabile con quello ascoltato in precedenza, un mix di atmosfere tarantiniane e sole bollente sulla nuca. Ma possibile? Ho già ascoltato da qualche altra parte? Sento delle familiarità impressionanti. I diritti umani mangiati voracemente da un corvo nero in “The Crow Is Back”, ancora non riesco ad afferrare niente di buono, sconsolato cerco riparo nell’ultima traccia “What I Think of You”. E’ una ballata ma a me non piace affatto. G-Fast non rientra nella schiera di musicisti che salveranno la musica, almeno da quello espresso in Go to M.A.R.S. non riesco a vedere neanche uno spiraglio di positività. Inutile nascondersi dietro musicalità testate migliaia di volte e tecnica audace, la musica è soprattutto sentimento e questo disco purtroppo non trasmette niente. Consideriamola una brutta esperienza.

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Alfabox – Alfabox

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Una botta di puro Rock senza delicatezze inconcludenti, il ritratto di una violenta generazione insoddisfatta, il terzo omonimo lavoro degli Alfabox racconta tutta la sofferenza della vita negli anni dieci (in Italia). Ci vuole molto coraggio intellettuale per sparare Rock a brucia pelle. La band udinese svela tutta la propria rabbia con una registrazione in presa diretta figlia della naturalezza compositiva, le sbavature inevitabili (dovute appunto alla registrazione in presa diretta) vengono lasciate appositamente per confermare il semplice impatto che gli Alfabox vogliono lasciare. Nudi e crudi senza censura. “Ormai è Troppo Tardi” apre il disco nel migliore dei modi, basso pesante energicamente Stoner e voce notevolmente alta (quasi Heavy), il testo non lascia speranza alla tremenda situazione lavorativa dei giorni nostri. Bisogna picchiare duro sopra certi maledetti argomenti.

Alt Rock meticoloso come il miglior Teatro Degli Orrori agli albori in “Miracolo Italiano”, da incorniciare la frase del testo “Sarò un precario ma vivo a Milano”. Perché se non era chiaro i testi sono tutti in italiano e precisamente mirati. Molto diversa e dalle parvenze simil elettroniche con cantato (quasi) filastrocca in “Aspetta e Spera”, comunque sia la digeribilità è immediata. E a questo punto potrei sentirmi già parecchio soddisfatto del disco degli Alfabox ma siamo soltanto alla traccia numero tre. Sulla stessa linea armonica della precedente ma con una batteria scintillante e riff più delicati viene in ascolto “La Mia Città”. Il disco sta cambiando decisamente direzione adesso, molta morbidezza attende le mie orecchie, i testi rimangono crudi. Le tastiere circoscrivono “Prima di Dormire”. Direzioni Diverse oserei dire. Arpeggi solari e tratti da ballatona efficace quando arriva il momento di “Ghiaccioli”, la forza del disco e soprattutto nella varietà di proposta e nelle scelte sempre spiazzanti. Torno a sentire nuovamente quella cattiveria dell’inizio in “Il Morbido Cecchino”, la durezza  delle chitarre abbraccia senza fatica motivetti Progressive, sembrerebbe di percepire quasi un omaggio alla PFM. Ma quello che la musica trasmette è sempre soggettivo, sarà la mia vicinanza geografica con la patria di Franz Di Cioccio a giocare brutti scherzi. Sonorità Rock medio orientale (ci siamo capiti no? Forse) nella punkeggiante “La Nostra Primavera Araba”, sensazioni altalenanti in meno di tre minuti, distorsioni tirate al massimo. Killing an Arab? Chiusura in grande stile Indie British Rock per gli Alfabox, chitarre ben pettinate e saltello che viene spontaneo, non ci stancheremo mai di certa roba almeno fino a quando siamo mentalmente giovani e freschi. L’intero lavoro è stato registrato con Enrico Berto in una baita di montagna (Mashroom Studio) in cinque giorni, l’idee erano molto chiare e io degli Alfabox non butterei via nulla. Un lavoro carico di energia che vuole soltanto essere ascoltato, una bella legnata sui denti.

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Madaus – La Macchina del Tempo (Disco del Mese)

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Il nuovo anno è sempre un rischio, o meglio, una roulette russa senza precedenti. Vero che lasciamo dietro le spalle tanta merda ma con gli anni ho imparato che al peggio non c’è mai fine. Il nuovo anno in musica arriva alle mie orecchie tramite l’esordio discografico dei Madaus che propongono un concept dedicato alle tante sfaccettature dello scorrere del tempo chiamato (appunto) La Macchina del Tempo. Il disco parte subito in maniera eccelsa con “100 Cani”, la voce di Aurora Pacchi impazzisce il mio stato d’animo regalando perle di vocalità classica con una tecnica spaventosa. Il disco avanza come non ci fosse un domani e la musica dei Madaus concede intrecci Funky Blues dai ritmi incalzanti. “La Macchina del Tempo”, pezzo che titola l’album, è liberamente ispirato ai graffiti lasciati dal degente Oreste Nannetti sulle mura del manicomio di Volterra (la città di Volterra gioca un ruolo fondamentale sulla creazione del disco, tutto sembra girarle attorno, il nucleo imprescindibile dell’intera opera prima). Questo brano minaccia volontariamente il mio stato mentale attualmente fresco e tranquillo, il pianoforte marca solchi leggiadri cavalcati dalla voce ancora una volta impeccabile  di Aurora (con la voce riesce a simulare strumenti che nel disco non esistono fisicamente). Pianole a ventola anni sessanta e tanta malinconia in “In Nero e Bianco”, brano molto classico e personale guidato sul finale da una batteria impertinente. Da lasciarsi accarezzare con cura nelle canzoni  che seguono “Invitago” e “Temp0”, il tempo che passa inesorabile lascia segni indelebili sul volto e sulla coscienza, Aurora cerca di fermare il tempo, a volte ci riesce e a volte no. A  volte parla seriamente, a volte inizia a giocare. Ballata delicata e sofferente quella chiamata “Pre-Potente”, rabbia raccontata da riff risolutamente più duri rispetto alle precedenti composizioni, la tempesta e poi subito la quiete. Emozionale come non mi capitava da tempo, penso a qualcosa degli anni novanta ma è solo una non credibile supposizione. “Io Non so” invece rappresenta la parte sperimentale de La Macchina del Tempo, in questa fase i Madaus riescono a dare un senso diverso all’intero album sterzando bruscamente verso altre strade. Il risultato non inganna quando la tecnica e le idee vanno maledettamente di pari passo. “Ombre Cinesi” chiude il disco in maniera elegante e sincera, un compito importante assegnato ad una canzone diversa e stranamente strumentale dagli accenni curiosamente Post Rock. I Madaus sono la bella provocazione di questo fresco duemilaquattordici appena iniziato, un disco d’esordio che non lascia spazio a brutte considerazioni, mantenere questi livelli in futuro significherebbe posizionarsi tra i grandi artisti. La voce di Aurora è perfetta e senza togliere merito al resto della band potrebbe adirittura cantare senza base per quello che mi riguarda, ma l’unione quasi sempre sviluppa forza e i Madaus attualmente sono una forza.

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Terje Nordgarden – Dieci

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Terje Nordgarden viene dalla Norvegia ma vive e suona in Italia da ormai parecchi anni. Innamorato del Folk e del Blues americani, di Dylan, Springsteen, Drake, Elliott Smith, si è integrato nella fertile scena indipendente italiana e con questo suo ultimo Dieci rende omaggio alla sua famiglia adottiva reinterpretando e riarrangiando, per l’appunto, dieci brani di artisti nostrani (Cristina Donà, Paolo Benvegnù, Marta Sui Tubi, Marco Parente, Iacampo, Cesare Basile… ma anche Claudio Rocchi e Grazia di Michele).

Il risultato è un disco lunare e dolcissimo, rarefatto ma intenso allo stesso tempo. Chitarre dalle distorsioni calde, arpeggi cristallini, ritmiche lineari e soundscape vibranti e infeltriti, un maglione Folk/Blues elettrico in cui raggomitolarsi: sopra tutto questo, una voce morbida, che fa sue canzoni altrui con naturalezza. L’accento straniero di Nordgarden aggiunge anche un taglio retrò all’operazione: ci porta alla mente gli anni 60, il Beat, gli inglesi che venivano in Italia a cantare (in italiano) canzoni (italiane). I brani, cover di artisti (chi più chi meno) affermati ma quasi tutti provenienti dalla scena indipendente, sono canzoni belle ma non famosissime, e questo contribuisce a rendere questo disco di cover un prodotto molto particolare e sui generis.

Alcune canzoni sono particolarmente riuscite (“Non È la California”, “Invisibile”, “Cerchi sull’Acqua”), altre un po’ meno (“La Realtà Non Esiste”), ma Dieci rimane un disco assai godibile e Terje Nordgarden un artista da tenere d’occhio.

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Craxi – Dentro il Battimento Delle Rondini

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Niente a che vedere col politico, i Craxi sono il genuino progetto parallelo di musicisti noti del panorama alternative nostrano, considerando che stiamo parlando del vocalist Alessandro Fiori dei Mariposa, di Andrea Belfi, ex-Rosolina Mar e attivo negli Hobocombo (batteria), di Luca Cavina dei Calibro 35 e Zeus! (basso), di Enrico Gabrielli, ex-Afterhours e ora Calibro 35, Der  Maurer, Mariposa (chitarra). Un progetto ambizioso, dunque, che si apre con “Rosario”, brano caratterizzato da una lunghissima introduzione noise alla Marlene Kuntz che apre lentamente, tenendo l’ascoltatore in tensione, in attesa dell’esplosione (che di fatto, non arriva), mentre la voce, sforzata e declamata, più che cantata, arriva direttamente dalla gola. Non sono depressi, non sono incazzati, ma hanno quell’agitata impazienza new wave che si avverte nelle sonorità cupe di “E tu Non ci Sei”, dove gli sfasamenti tonici e l’accompagnamento ipnotico catturano e soffocano.

Il basso spadroneggia in “I Diari Del Kamikaze”, mentre il panorama industrial sembra essere il faro di “Drive In”, con il suono penetrante (un fischio, una sirena, una sveglia insopportabile di una mattina di hangover) che caratterizza intro e interludio. La lezione degli Afterhours, invece, si sente in “Le Ali di Alì”, mentre in “Si Appressa la Morte, Non ci è Dato Sapere” sono le avanguardia la vera ispirazione: una matrice quasi Folk, ma vagamente riconoscibile, alterata, distorta, digerita elettronicamente per un risultato visionario e psichedelico, poco gradevole all’ascolto, forse, ma molto pregevole sul piano sperimentale-compositivo. “Santa Brigida” è la più ritmata e coinvolgente fisicamente, mentre “Se me lo Chiedi Dolcemente” si pone a cavallo tra le sperimentazioni internazionali hippie del Rock anni ’60-’70 e un sapore intellettualoide hipster di ben più recente foggia: il trattamento melodico-timbrico richiama l’oriente mistico indiano, mentre la voce declamata riporta alle letture degli scrittori della Beat Generation. La title-track, “Dentro il Battimento Delle Rondini”, invece, è un visionario testo decadente alla Teatro Degli Orrori.L’impressione generale è che la band incarni bene tutto ciò che non vorremmo essere ma siamo, tutto lo squallore di una generazione precaria, corrotta dai media, costretta a guardare indietro anziché avanti. Un moto di ribellione, però, quasi nel tentativo di restituire speranza e vigore, viene dato da “Sono il Mio Passeggero”, dove finalmente la voce prende il volo in un recitato con urletti dal profilo melodico incerto, che, ancora una volta, mostrano l’implicita cupa inquietudine che i Craxi ci raccontano. Il disco chiude con “Le Mostre di Pittura”, una critica ben poco velata alla società finto-intellettuale odierna, ironicamente arrangiata con violini e battiti di mani che decorano il tappeto Grunge aspro di sottofondo.

I Craxi non sono piacevoli e non vogliono esserlo, perfettamente inseriti in quella nicchia di musicisti italiani che non hanno intenzione né di divertire, né di sensibilizzare, ma solo di mostrare tutto il loro profondo disgusto per la situazione vigente. Tecnicamente bravissimi, assolutamente non orecchiabili, new wave quanto basta per soddisfare i fautori del ritorno in auge del genere, avranno sicuramente fortuna. A me non hanno fatto impazzire, ma de gustibus.

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Misachenevica – Come Pecore in Mezzo ai Lupi

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Misachenevica è un nome veramente figo per una rock band, un nome talmente bello da influenzare tutto l’ascolto del cd (davvero!). Ti piacciono subito senza una reale motivazione, hanno un nome grandioso e nessuno può farci niente, sono quelle cose che ti rendono grande o sfigato dall’inizio. Arrivano dal nord est e ci sparano in presa diretta l’album Come Pecore in Mezzo ai Lupi sotto etichetta Dischi Soviet Studio. Il rock italiano più classico degli anni novanta come linea da seguire per orientarsi dentro questo lavoro non sempre coerente con le proprie potenzialità, nel senso che assaporo dei pezzi grandiosi e dei pezzi sinceramente superflui, come presenze indesiderate durante la migliore festa dell’anno. Una festa mesta per evocare i Marlene Kuntz del primo periodo catartico, una potenza meno sviluppata ma comunque sempre dietro l’angolo quella sprigionata dalle chitarre dei Misachenevica, meno graffianti ma molto emozionali. Misachenevica, devo sempre ripetere questo nome fino allo svenimento, ne sono rimasto troppo attratto. Misachenevica. Come Pecore in Mezzo ai Lupi in qualche maniera mantiene viva quella schiera di adoranti sognatori del primo indie (italiano) che vedevano perse le proprie speranze e non riuscivano più a riconoscersi in nessuna manifestazione musicale attuale, le pecorelle smarrite che ritrovano la retta via per rimanere nell’argomento lasciato percepire dal titolo del disco (anch’esso di una bellezza fuori dal comune).

Il pezzo “Figlio illegittimo di Kurt Cobain” lanciato come singolo impressionabile del disco (e qui sotto potete spararvi il video) tira da subito fuori una cattiva essenza di rock duro, primordiale e con una struttura melodica pop orecchiabilissima, si impara subito la strofa di un ritornello studiato alla perfezione e canticchiarla non è poi così male. Indubbiamente non parliamo del disco dell’anno, per quello bisogna guardare altrove ma non tutto è da prendere alla leggera, la band appartiene sicuramente alla fascia buona della musica italiana, quella che sovrasta la cattiva di molte migliaia di distanze. Ebbene il nome della band gioca a loro favore e incuriosisce un vago ascoltatore, se mi trovassi a scegliere un disco alla cieca sopra uno scaffale di un vecchio negozio di dischi la mia scelta  cadrebbe senza esitazioni sopra di loro. I Misachenevica hanno già il potenziale commerciale nel sangue, una produzione più attenta e mirata li renderebbe competitivi sotto ogni punto di vista. Come Pecore in Mezzo ai Lupi al momento rimane un bel ricordo con tantissimo bisogno di conferme future, il vero rock si vede alla distanza.

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Cranchi – Volevamo Uccidere il Re

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Il cantautorato italiano può tranquillamente essere sezionato in due: quello impegnato e fatto di sognanti poesie e quello incompetente, commerciale e vergognoso. Lo spacco è talmente netto che chiunque riuscirebbe a scegliere la propria sponda (collocazione) al primo ascolto. Non per questo l’impegnato debba essere meglio del demenziale ma necessariamente superiore al vergognoso commerciale (una fetta molto ampia e diffusa della musica in circolazione oggi).

I Cranchi sono la band del musicista Massimiliano Cranchi e per nostra fortuna fanno parte dello schieramento poetico impegnato, una scelta difficile perché in questo caso bisogna dimostrare di esserne capaci e loro non senza troppe difficoltà lo sono. Il loro disco Volevamo Uccidere il Re arriva come secondo lavoro ufficiale dopo Caramelle Cinesi mantenendo costante le proprie capacità compositive che iniziano a saldarsi prepotentemente all’ossatura della musica d’autore italiana più classica. I Cranchi o Cranchi Band non nascondono mai una somiglianza vocale quasi impressionate con De Gregori, anche il modo di affrontare un brano sembra essere molto simile al vecchio cantautore, un’affinità a doppio taglio per la band, da una parte la facile digeribilità delle canzoni dall’altra un effetto cover sempre nei paraggi. Dobbiamo però considerare la poca originalità di tutto il sistema dei cantautori italiani, ascolti dieci cantanti e nessuno o quasi mette una firma inconfondibile.

Detto questo torniamo al nostro disco Volevamo Uccidere il Re e confermiamo malgrado tutto la propria bellezza, attualità e freschezza. Ho ascoltato il disco per intero almeno quattro/cinque volte prima di arrivare ad una conclusione definitiva, imparavo subito le melodie folk, canticchiavo qualche strofa ma il colpo di fulmine è arrivato per il pezzo La Primavera di Neda (e chi ha già ascoltato il disco ribadirà le proprie perplessità sulla mia critica a questo disco). Non chiedetemi come mai visto che chiaramente non è il cavallo di battaglia della band padana ma il rimanere folgorati non deve per forza avere una spiegazione logica. Forse quel testo dolce e significativo, una melodia condita nel verso giusto, non lo so ma il pezzo merita decisamente. Poi altri grandi brani come Cecilia (penso all’Alice di De Gregori) o Anni di Piombo dove la musica folkeggiante ricorda in maniera convinta Edoardo Bennato. Volevamo Uccidere il Re mantiene un buon atteggiamento positivo per tutta la durata del disco (anche pezzi come Il Cuoco Anarchico) senza mai avere picchi di superiorità o di desolazione, un giusto concentrato di musica e parole, quel cantautorato equilibrato con il quale ogni persona dovrebbe confrontarsi almeno una volta nella propria vita. I Cranchi suonano il sentimento umano di una società senza valori destinata al collasso e lo fanno sulla punta dei piedi senza infastidire niente e nessuno.

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Oslo Tapes – intervista a pesci con testa di cane

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Oslo Tapes (un cuore in pasto a pesci con teste di cane) è il progetto di Marco Campitelli dei Marigold prodotto e suonato (anche) da Amaury Cambuzat. Il 12 Marzo l’uscita ufficiale del disco. Cerchiamo di capirne qualcosa in anteprima, tra il cinema di Tarkovsky e le prestigiose collaborazioni della musica italiana presenti nel disco.

La musica di Oslo Tapes sembra essere perfetta per una colonna sonora, una musica che vuole essere vissuta, sbaglio?
Penso di sì, un pò in tutto quello che compongo si possono ritrovare delle “visioni”,  alcune personali, altre volte influenzate dal cinema (il cinema di Tarkovsky per quanto riguarda il disco degli Oslo Tapes)

Cosa spinge Marco Campitelli a creare questo progetto?
E’ da molto tempo che nel mio” studio” orbitano delle idee, pensieri e brani che non sempre trovavano collocazione adatta nei Marigold. Da qualche anno ho deciso di  dedicarmi in modo più sistematico alla cosa iniziando a “scomporre ” brani e organizzare le parole intorno ad essi.

Amaury Cambuzat suona e produce il disco, cerca di spiegare l’importanza di questo personaggio all’interno del disco?
Amaury da molti anni a questa parte ha sempre sostenuto le mie idee producendo i dischi dei Marigold…e mai come questa volta si è rivelata la persona più indicata per dirigere il lavoro nel suo complesso. La maggior parte del disco è stato registrato e composto da me e da lui in circa 4 giorni, solo con lui sarei riuscito a far tutto in modo così diretto. Amaury oltre ad essere un grande musicista è un bravissimo arrangiatore…e sa aiutarti a farti diventare un “vettore”, un mezzo per cui far passare la musica.

Musicisti eccellenti nelle collaborazioni, ne vogliamo parlare?
Volevo realizzare/arrangiare dei brani con persone che stimo stilisticamente e con il quale sto bene sul piano umano. Sono davvero molti quelli hanno contribuito alla riuscita del disco e tutti sono degni di nota. A partire dagli amici ed ottimi musicisti Valerio Anichini, Mauro Spada e Luca Di Bucchianico, Wassilij Kropotkin (La duma e King of the Opera) e Andrea Angelucci (Zenerswoon) con la loro versatilità e capacità compositiva, la precisione e la cura di Stefano Venturini e Alessia Castellano (Werner), Irene Antonelli  e Ferruccio Persichini (TV Lumieré) con i quali condivido un certo immaginario e scelte musicali, Gioele Valenti (Herself) fraterno amico e grande musicista che mi offre spesso utili consigli e intuizioni e infine Nicola Manzan (Bologna Violenta) musicista e arrangiatore di altissimo livello. Il tutto amalgamato e supervisionato dall’immancabile Amaury Cambuzat. Come sempre poi l’artwork del disco è sempre curato da Kain Malcovich, disegnatore e scrittore che ruota intorno al mondo della DeAmbula Rec.

Oslo Tapes ( un cuore in pasto a pesci con teste di cane )  titolo molto teatrale ad effetto, perché?
Il titolo dell’album è uscito fuori all’ultimo momento, doveva essere un omonimo, ma come ci insegna il buon Gioele Valenti, è l’ album a “reclamare” il suo titolo, OT ha reclamato il suo sottotitolo poco prima di andare in stampa. Si stratta degli ultimi versi cantati nel disco “un cuore in pasto a pesci con teste di cane” (in Crecefissione Privée) più che teatrale è un riferimento alle “visioni” che ho citato prima.

Un disco molto compatto ed emotivo, la gente apprezzerà? O pubblico di nicchia?
Mi suggerisci la risposta: per un pubblico emotivo, ma sicuramente appassionato di sonorità sperimentali.

Dopo l’uscita si parte per il tour promozionale del disco, novità nell’esecuzione live, tappe del tour, insomma, anticipaci qualcosa?
Il tour verrà realizzato in solo, ma non in veste “soft-cantautorale” i brani verranno suonati con un carattere molto sperimentale, mi alternerò fra chitarre, synth, loop a bassa definizione e qualche tamburo. In alcune tappe mi accompagneranno Ferruccio e Irene dei TV Lumiére, o Francesco e Andrea. Non mancheranno qualche incursione di Cambuzat e Manzan.

Il disco sarà distribuito soltanto in Italia? Sotto quali etichette/distribuzioni?
Il disco è stato prodotto da diverse label tra cui la mia DeAmbula Records, la Acid Cobra Records di Amaury Cambuzat che curerà la distribuzione francese, la Dischi Bervisti di Nicola (Manzan) e Nunzia, Atelier Sonique del caro amico Bonfo, gli instancabili ragazzi di Dreaming Gorilla Records e Overdrive Records. La distribuzione in Italia sarà curata da Audioglobe che si è interessata al progetto con entusiasmo.

Ho avuto la fortuna di ascoltare il disco in anteprima e i miei giudizi non possono che essere molto positivi, vuoi parlarci del disco menzionando qualcosa a cui tieni?
Sono felice che ti piaccia

Grazie Marco, in bocca al lupo!
Grazie a te Riccardo per la cortesia e l’attenzione che rivolgi alle nostre produzioni.

 

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The Zen Circus – Metal Arcade

Written by Recensioni, Senza categoria

Probabilmente già dalla prima volta che avete visto Appino, Ufo e Karim Qqru insieme sul palco dal vivo vi siete chiesti che cavolo c’entrino i tre con l’Indie. Loro sono Punk fino al midollo e più di tanti punk sono veramente brutti, sporchi e cattivi. A mano a mano che li abbiamo conosciuti, già dal lontano 1999, con About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen [as The Zen], fino a Nati Per Subire dello scorso anno, nonostante le tante e normali evoluzioni della loro musica (la più evidente, il passaggio definitivo alla lingua italiana) ci è sempre parso chiaro che il loro spirito fosse simile a quello dei primi punk di tanti anni fa, carico di quella voglia rabbiosa di esprimersi, senza schemi, senza troppo preoccuparsi di tecnica e stile formale. Hanno sempre suonato quello che volevano, come volevano. Hanno sempre detto quel cazzo che gli pareva. Se ci metti tutta l’anima, alla fine la gente apprezza, se non è troppo stupida. È per questo che non può stupire il fatto che, oltre al giudizio positivo del pubblico, gli Zen Circus siano tra le band più ammirate dagli addetti ai lavori. In tante interviste che ho fatto, parlando con musicisti della scena Indie, leggendo inchieste di altri, il loro nome salta sempre fuori. Mettetevi l’anima in pace amanti della tecnica, delle schitarrate onaniste, di tutto quello che il circo Zen non è. Quello che è, è quello che ci voleva per dare nuova vita alla musica italiana, nuovo veleno e nuova carica. Lo spirito Punk-Rock vive ancora ma porta vestiti insoliti. Data questa premessa è chiaro che c’era da aspettarsi, prima o poi, un Ep come Metal Arcade Vol. 1 che loro definiscono “il primo volume di follie punk per una serie di ep a scadenza casuale e giocosa”. Metal Arcade, in realtà, non aggiunge niente alla musica dei pisani ma serve solo a palesare lo spirito ribelle del trio che, in fondo, conoscevamo già. Metal Arcade Vol. 1 è il contributo della band e dell’etichetta Black Candy Records alla quinta edizione del Record Store Day, giornata per la salvaguardia dei negozi di dischi. The Zen Circus e Metal Arcade, dicevamo. Notate niente? Vi dice niente il nome Hüsker Dü? Nati alla fine degli anni settanta furono una della più importanti formazioni Hardcore sperimentali di sempre, autori del geniale concept Zen Arcade del 1984. L’anno prima incisero un Ep nel quale già era palese la loro voglia o necessità creativa di osare e sperimentare nuove strade. L’Ep s’intitola Metal Circus. Tutto torna. Zen Arcade e Metal Circus, Zen Circus e Metal Arcade. Tutto torna. Il disco si apre con Mexican Requiem, rivisitazione in chiave Punk rock di uno dei primi pezzi della band, seconda traccia del già citato About Thieves, Farmers, Tramps And Policemen [as The Zen], primo lavoro vero del gruppo. Il secondo brano, Hillie Billie Cab Driver, è invece parte del secondo album, Visited By The Ghost Of Blind Willie Lemon Juice Hamington IV. Un inizio, dunque che mira a dare una botta di energia anche a lavori giovanili magari suscitando la curiosità e la voglia di cercare e ascoltare anche le cose meno note degli Zen e riprendere le sonorità più sporche degli esordi. Il terzo brano, Polisii Pamputataas è una cover dei finlandesi Eppu Normaali. Un brano bellissimo che mescola, nel perfetto stile degli scandinavi, una melodia accattivante e un ritmo che trascina dalla prima all’ultima nota. Per chi volesse approfondire la loro conoscenza, il brano è contenuto nel primo Lp, Aknepop, traccia numero sette, datato 1978. Vi consiglio di farlo perché non ve ne pentirete. Il brano seguente è la seconda e ultima cover della tracklist (in questo brano e nel precedente partecipano alla parte vocale Ufo che canta in finlandese e Karim in inglese). Where Eagles Dare, dei Misfits, Horror Punk Band statunitense che non ha bisogno di presentazioni. Il brano è datato 1979 ed è contenuto nell’Ep Night of the Living Dead. Il penultimo brano è invece un regalino che Appino e soci hanno deciso di farci per l’occasione. Punk-oi Puppy Sex 2001 è l’unico pezzo inedito di Metal Arcade e s’insinua nelle nostre orecchie come a sussurrarci che in fondo, una svolta musicale Punk per il Circo Zen, potrebbe non essere solo un gioco. Il brano conclusivo è Vent’anni, forse il loro lavoro più famoso, tra quelli contenuti nell’Ep e di certo uno di quelli più legati alla storia di chi suona. Presente già in Villa Inferno ora ci è proposto in salsa piccante. “Io quando avevo vent’anni ero uno stronzo”, canta Andrea Appino. E forse è un modo per farci capire che un pò stronzi lo sono ancora. È forse un modo per farci intendere che essere giovani e stronzi non è una cosa legata all’età. E forse non è un caso che Metal Arcade e gli Zen Circus si leghino a quello Zen Arcade degli Hüsker Dü, concept album sulla giovinezza, lo squilibrio giovanile raccontato dal punto di vista di un adolescente comune. Di sicuro non è un caso che gli Zen suonino Punk. Basta ricordare o andare a scoprire da dove vengono e tutto torna, sempre o quasi.

 

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Nicolas J. Roncea – Old Toys

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Giuro che un giorno imparerò a sognare, a disegnare nuvolette di panna con acquerelli chiari su sfondi scuri.  Non tanto per me, per accontentare gli altri. Un sound che ti avvolge come una coperta nel cuore di una gelida notte di gennaio, anni settanta nelle corde vocali, attitudine country. E’ il secondo disco di Nicolas J. Roncea battezzato Old Toys. Il sorriso viene meno lasciando spazio ad un magone intenso ma allo stesso tempo ben voluto, la stranezza del dolore che qualche volta porta piacere, la genuina semplicità di un disco suonato con il giusto appeal, poco sensuale e molto emotivo. Perché basta una chitarra ad allungare orizzonti, il semplice timbro della voce, qualche effettino elettronico piazzato al posto giusto e qualche onesta collaborazione (Mattia Boschi, Luca Ferrari, Ru Catania, Gigi Giancursi e Carmelo Pipitone) per mettere in piedi un album di tutto rispetto. Poi il talento Nicolas J. Roncea, è ovvio. Vuoi comprare il mio cuore?  Lo vendo al migliore offerente. Trovo analogie con gli esordienti Annie Hall e spero in questa cosa, poi mi strapazza per la testa anche la vissuta chitarrina di Bob Corn e del suo The Watermelon Dream , un susseguirsi di somiglianze vaghe, inutili, invadenti. Old Toys si lascia gustare interamente senza malizia, cantautorato elegante che esce dalla nicchia porgendo la mano verso l’indie pop più sofisticato, l’energia della melodia assale le nostre papille gustative, le atrofizza. La luce inizia ad invadere la stanza.

Io mi lascio investire da questo disco maturo, pronto per gettarsi nella folla senza arrossire, tenendo sempre alta la qualità della musica espressa. Old Toys è un buonissimo disco, Nicolas J. Roncea è un ottimo cantautore dei giorni nostri.

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Il Disordine delle Cose – La Giostra

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Una lacrima scende sulla guancia fino ad arrivare sulle labbra, un sapore bellissimo, il cuore si stringe. Siamo ancora capaci di piangere, non è affatto roba da poco. Il Disordine delle Cose arriva al secondo album La Giostra confermando ampiamente (e ancora di più) i consensi caricati sulle spalle due anni prima con l’omonimo esordio discografico. Questa volta si registra in Islanda con autonoma produzione (Cose in Disordine) nello Sundlaugin Studio con la complicità di Birgir Jòn Birgisson, il fonico e manager dei Sigur Ros. Tutto detto, artisticamente c’è solo da guadagnare.

Il suono intimo e tondo de Il Disordine delle Cose scardina subito il male dalla mia vita, si entra velocemente a contatto con qualcosa di interiormente valido, il sentimento comanda sempre e comunque le nostre azioni, non siamo mai stronzi abbastanza. Lascio andare il disco desiderando fortemente di ascoltarlo e riascoltarlo ancora senza tregua perdendo il contatto logico con la realtà, i suoni sono strutturati e legati tra loro in maniera dolce, un bacio sussurrato sulla bocca, la salivazione azzerata. Ho voglia di innamorarmi ancora. Si parla di promesse non mantenute e rapporti finiti ma tirati avanti per inerzia nel singolo/video anticipa disco Sto Ancora Aspettando, interpretazione concreta quella del cantante Marco Manzella che si butta nel mezzo di vortici infiniti mantenendo alto il profilo della canzone d’autore. “Il tuo respiro è un attimo tra il dire e il fare” in Mi Sollevo la dice lunga sull’incertezza delle decisioni, sulle scelte che contano nella vita. Qual è la scelta giusta? Avere il coraggio di lasciarsi andare? Quattordici brani per dare vita a La Giostra, passione da vendere e testi da cucirsi sulla pelle, il dolore insegna la vita, ho paura a esternare le mie emozioni. Un disco che aiuta a ritrovare quello che abbiamo celato nell’ipocrisia di una società infame e priva di cuore, l’amore è il bene ma anche il male. Il Disordine delle Cose ritrae indubbiamente una delle migliori band dell’attuale scena italiana, loro prendono questo posto con una deliziosa prepotenza, il loro disco suona come pochi altri in questo malinconico periodo. Da rivelazione diventano conferma. Con loro si potrebbe diventare persone migliori e tornare a piangere senza avere vergogna.

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