Ancora qualche uscita che vi consigliamo di recuperare, anche dello scorso anno, perché non è mai tardi per scoprire bei dischi.
In copertina: Basement © Jake Foote
Gelli Haha – Switcheroo
[27.06.2025 | Innovative Leisure | experimental pop, synthpop]
Il ‘Gelliverse’ è un luogo che sta “da qualche parte tra lo Studio 54 e l’Area 51” (cit.) e Gelli Haha ne è la fata madrina/sindaco. Si potrebbe pensare, erroneamente, che il suo sia un delirio scatenato da pensieri intrusivi: una mattina si è svegliata, si è vestita con circensi abiti rossi, si è spalmata gli occhi di ombretto rosso, e ha preso in mano un microfono rosso, ma…
Dietro questo progetto si nasconde, invece, un nuovo rigurgito sperimentale/electroclash, di cui il colore è solo uno dei tanti aspetti di un lavoro artistico completo sia a livello visivo sia musicale. Gelli Haha è l’alter ego che consente ad Angel Abaya (che già aveva pubblicato musica col suo nome di battesimo) di sperimentare una certa modalità elettronica, giocosa e spiritualmente infantile, e di portare avanti un discorso sull’identità, tema spesso non semplice da snodare senza l’ausilio di un’estetica correlata.
(È proprio l’estetica stessa che incuriosisce e indirizza l’ascolto, ed è ascoltando la sua musica, sobbalzante come una gelatina, che ci si chiede chi possa celarsi dietro di essa).
La sua ricerca ricorda quella di alcune artiste transfemministe: vedi esempio Shana Moulton che nelle sue installazioni esplora, in diverse forme, il tema dell’ansia sociale tramite il suo alter ego Cynthia – ironia della sorte questo paragone mi è sovvenuto anche perché le due si somigliano – o il modo in cui Juliana Huxtable, DJ e artista visiva, modifica il suo corpo digitalmente, sembrando talvolta provenire da spazi alieni.
Tutto ciò condito da un gusto smaccatamente pop in cui la hit del disco è un brano che si intitola Tiramisu.
(Virginia Bronzini)
Puma Blue – Croak Dream
[06.02.2026 | Play It Again Sam | trip hop, dark jazz]
Il quinto full length del londinese si muove, come di consueto, tra trip hop, alternative R&B, bedroom pop e un’atmosfera dark jazz che gli dona un’identità sfocata ma riconoscibile. Il suono è ipnotico, come una nebbia notturna nella quale si insinuano toni ora più, ora meno rassicuranti, guidato da una voce dal timbro malinconico e sensuale.
Tra passaggi lo-fi e derive psichedeliche, Croak Dream resta emotivamente appagante ed esteticamente elegante, come il blu della copertina. Qualche frattura nella scaletta si sente, ma l’atmosfera oscura e romantica tiene insieme l’esperienza di questo sogno gracchiante.
(Silvio Don Pizzica)
Maria BC – Marathon
[27.02.2026 | Sacred Bones | avant- folk, singer-songwriter, neo-classical]
Ansia climatica e tematiche ecologiste da fine-di-mondo vanno a fondersi con le sperimentazioni dell’artista statunitense, tra folk e musica classica, per comporre uno dei dischi più interessanti di questa prima metà dell’anno. Maria BC ci regala infatti un lavoro che è una preziosissima pietra nera che assorbe la luce ma da cui è impossibile distogliere lo sguardo per la sua sfaccettata bellezza e ineffabilità.
La title-track è crepuscolare, voce languida e malinconica sommersa da violente scosse telluriche che non fanno rimpiangere lo shoegaze rumoristico degli Slow Crush. Lo slowcore fa capolino tra le influenze dell’artista negli isterici accordi di pianoforte e l’oscuro basso di As the earth turns. Ancora, gli ansiogeni e convoluti arpeggi di chitarra che ritornano con codeinesca ostinazione in Pacemaking, dove però il pezzo riesce ad aprirsi e trovare catarsi nel finale. Rare si adagia su una più tradizionale struttura da ballad (avant) folk, comunque mostrando un’interessante produzione in cui materiche percussioni e chitarra acustica dialogano con l’elettronica. Elettronica che ritorna anche nell’intermezzo Port authority, il quale va ad introdurre uno dei pezzi più interessanti dell’album.
The Sound è infatti un brano enigmatico e sapientemente sospeso tra una parte strumentale oscura ai limiti del drone ed un’eterea melodia vocale, che dipinge un acquerello dalle tinte tenui. Sperimentazioni neo-classical folk, come per la sodale Marissa Nadler, sono la colonna vertebrale dell’avvolgente Sabotage e la più sostenuta May this rain. La nostra sembra “giocare” con estremo talento tra le proprie composizioni piano-voce (Night & Day), in cui riecheggiano echi di altre grandi chanteuse d’avanguardia, da Nico a Julia Holter.
(Gabriele Sottocornola)
Crooked Mouth – Cosmic Folklore
[20.03.2026 | Ætheric | neo-folk, industrial, acid folk]
Per tutti gli orfani del neofolk industrial-esoterico di Death in June e Current 93, questo disco potrebbe fare al caso vostro. Settimo LP di un progetto nato nel 2012 in Canada per volontà del fondatore Ian Campbell, trasferitosi ora a Vilnius, già dal titolo quest’album lascia poco spazio ai dubbi riguardo il suo contenuto: divagazioni esoteriche, tra cosmologia e arcaici rituali, in punta di strumentazioni folkloristiche ed elettronica d’atmosfera.
Il nuovo lavoro si fa forza della residenza nel cuore dell’Europa per intercettare una miriade di collaboratori (impossibile citarli tutti) e fondere post-modernisticamente altrettante influenze di varie culture della parte centro-orientale del vecchio continente, tra Lituania e Francia, Bielorussia e Inghilterra.
Spiccano alcuni episodi dal marcato sapore folkloristico, con strumentazione scarna e arcaica, come l’introduttiva Kelias Kelelis e la ballad francese Pierre de Grenoble (qualcuno ha detto Lankum?). In altri invece sono gli aspetti più marzial-industriali a prendere il sopravvento, ad esempio in Follow the Signs! e in When the Sun Married the Moon, quasi a sfociare nell’ennesimo progetto post-punk. Le danze sabbatiche vengono però riprese nella nenia acid-folk di Jaunas Mėnulis, prima di pagare il debito (di sangue) nei confronti dei numi tutelari Dead Can Dance con Užteka Saulužė.
(Gabriele Sottocornola)
Hiding Places – The Secret to Good Living
[03.04.2026 | Keeled Scales | alt-country, indie rock, alt folk]
Galeotto fu quel post sponsorizzato di Instagram, comparso abbastanza volte da imprimere nella mia mente un refrain: “I’m a holy roller”. A curiosità stuzzicata e diffidenza superata segue una graduale infatuazione per questa band del North Carolina nata nel 2020 ma qui al primo LP, dopo un EP prodotto nel 2024 da Colin Miller (Wednesday, MJ Lenderman).
Proprio ai vicini Wednesday viene spesso associato il loro sound, a cavallo tra indie e alt folk, a tratti distorto e anch’esso accompagnato da doppie voci, ma meno spigoloso, più spazioso e slowcore nonostante le distorsioni dai tocchi grunge (One Hand, Dead Dove).
Quel che colpisce è la calma maturità di un lavoro che sa esattamente cosa dire e dove fermarsi, come occupare lo spazio del disco nonché farsi spazio in una scena esistente (quella dell’alt country, che tanto va per la maggiore) portando nuove ispirazioni e paesaggi sonori, senza ripetersi o calcare la mano.
The Secret to Good Living sorprende perché al terzo/quarto ascolto scatta qualcosa: distrattamente, come successo con quel post Instagram, quando parte la title track (o anche Holy Roller, o Heat Lightning) ti illudi per un attimo di star ascoltando un classico, un pezzo che conosci da quindici anni perché gli Hiding Places sono riusciti a catturare un sound al contempo familiare e fuori dal tempo – ed è forse questo il significato di maturità.
(Claudia Viggiano)
Basement – WIRED
[08.05.2026 | Run For Cover | emo, indie rock, slacker rock, post-grunge]
A otto anni di distanza dalla loro ultima pubblicazione, la band del Suffolk è tornata con una sorta di reset mentale. L’energica traccia d’apertura Timewaster riprende esattamente da dove i Basement ci avevano lasciato, ma con un suono che appare più evoluto, guarito.
Molti dei temi dell’album ruotano attorno a questo senso di pace, maturità e crescita. Maturità che emerge in modo particolare nella malinconica ballata Embrace che prima accarezza con le chitarre emo per poi sfoderare un grandioso ritornello grunge.
Oltre all’emo e al post-grunge, ci sono momenti nel disco più sfacciatamente indie rock, come nella brillante Pick Up The Pieces, e momenti quasi folk da finestrini abbassati in una sera d’estate, come nella bellissima Longshot.
Con WIRED i Basement sono tornati nella loro forma migliore. Ci sono inni pronti a fare da colonna sonora a innumerevoli estati, ma c’è anche quell’introspezione che da sempre la band ha saputo cesellare con grande capacità. Un album schietto, diretto e sincero, che suona fresco e non annoia mai.
(Federico Longoni)
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Last modified: 29 Luglio 2026




