I dischi che non ti ho detto | gennaio – giugno 2026 (parte II)

Written by Recensioni

Ancora qualche uscita della prima parte dell’anno in corso che vi consigliamo di ascoltare.

In copertina: The Twilight Sad © Abbey Raymonde

plantoid – FLARE
[30.01.2026 | Bella Union | psychedelic rock, art rock]

A riprova del fatto che la dimensione live è quasi sempre quella migliore per apprezzare concretamente la musica, se da poco ho recuperato l’ultimo lavoro in studio di questa formazione è grazie al Lars Rock Fest di venerdì scorso. Se i plantoid li avessi incontrati in altre circostanze, ad esempio leggendoli dentro a un asettico elenco di uscite, li avrei probabilmente trovati catalogati come rock progressivo, e avrei proseguito senza ascoltarli mai nella vita – e invece poi quando la vita succede davvero ti ricordi che le etichette sono sempre inevitabilmente vaghe e limitanti, e soprattutto che non si può mai star certi che una cosa non ci piaccia fintanto che non la si assaggia senza remore.

La forza della band di Brighton sta proprio nella disinvoltura con cui dilatano le possibilità del genere partendo dai suoi fondamenti. Il loro personalissimo prog ammicca al funk, ha la giusta potenza e un modernissimo piglio math, ma non teme di concedersi momenti di placido torpore, nel comfort del timbro vocale di Chloë Spence, che è morbidamente soul ma che sa farsi fragoroso all’occorrenza, e tutto questo talvolta accade nel minutaggio di un unico brano – perfetta in tal senso la scelta di Parasite in apertura, a chiarire sin da subito che vale la pena restare a gustarsi le sorprese fino alla fine.

(Maria Pia Diodati)

The Twilight Sad – It’s the Long Goodbye
[27.03.2026 | Rock Action | post-punk, shoegaze, darkwave]

Il sesto album della band scozzese è pioggia battente che non smette mai, un viaggio sonoro di abbacinante malinconia. Epurato dalle ridondanze elettroniche del precedente album, la band di James Alexander Graham plasma un’opera solenne, dove l’elaborazione del lutto e la fragilità della mente si convertono in una bellezza spettrale. Una tensione emotiva che si sviluppa senza sosta lungo l’intera tracklist, trovando una febbrile urgenza in Waiting for the Phone Call, un ordigno post-punk impreziosito dal tocco chitarristico di Robert Smith che fonde geometria abrasiva e dolcezza straniante.

Da questo battito inquieto si scivola poi nelle spire d’ombra di Dead Flowers, una suite funebre di oltre sette minuti in cui le chitarre ululano come sirene ferite su uno sfondo industriale che rievoca le atmosfere più opprimenti dei Cure, prima di evaporare definitivamente nella nebbia di Back to Fourteen, una ballata pseudo folk crepuscolare che fluttua tra ricordi sbiaditi e una desolazione emotiva che sa di ritorno irrisolto all’adolescenza. 
Un’opera densa e dolorosa, capace di trasformare il silenzio della perdita nel più potente e fiero grido della loro intera carriera.

(Federico Longoni)

Yazida – must-haves
[27.03.2026 | Six Degrees | drum and bass, hyperpop]

Ne parlavo l’altro giorno con una mia amica che ha la mia stessa età e che come me si sente cuspide tra la gen Z e i millennials. La cosa che ci rende felici è che le ragazze nate pochi anni dopo di noi, dal 2000 in poi, sono anche le stesse che stanno trainando il revival Y2K conservando solo i migliori vezzi estetici e abbandonando alcuni tratti tossici. La prigionia di quegli anni in cui una taglia 40 di Brandy Melville vestiva in realtà come una 34; la truffa che ci faceva credere di essere sbagliate a tutti costi. Oggi questa roba per fortuna è estinta, come la falsa idea che Paris Hilton fosse un’idiota solo perché giocava ad esserlo. Oggi non si fa più di tutto per avere una rappresentazione della bellezza unica e statiuniticentrica

È per questo motivo che Yazida, artista franco-tunisina classe 2001, è una perfetta esponente di questo risveglio di “nostalgia Y2K sana” che si è poi tradotta in diverse riesumazioni musicali – nel suo caso il filone drum&bass – ed estetiche.  Capo assoluto di questa scena è PinkPantheress, coetanea di Yazida, che si è distinta non solo per la sua capacità di navigare fluidamente nelle acque di TikTok, usandole a favore della sua carriera, ma anche per il coraggio di portare avanti l’idea che “non per forza una canzone deve durare più di due minuti e mezzo”
Yazida è chiaramente una seguace di questa tendenza, e il suo must-haves la consacra già come la gemella Blingee-Nintendo DS-hot pink-scene-queen hairedCORE di PinkPantheress che è, pur nel suo gusto drum&bass, sotterraneamente più goth (passatemi il termine).

(Virginia Bronzini)

The Saddest Landscape – Alone With Heaven
[24.04.2026 | Iodine | screamo, post-hardcore, post-rock]

Il nuovo lavoro discografico del quartetto di Boston arriva dopo undici lunghi anni di silenzio. 
Un’opera  viscerale che esplora le pieghe dell’esistenza con un suono che coniuga melodie strazianti e rabbia tellurica, un’esperienza caleidoscopica e lacerante in cui ogni brano si trasforma in un prisma riflettente dove la malinconia diventa catarsi pura. I testi, intrisi di una poesia imperscrutabile e urgente, si scontrano costantemente con trame sonore dense e imponenti, come dimostra la ferocia poetica di The Invisible Hurt (arricchita dal prezioso contributo di Julien Baker). Perfino nei momenti più diretti. come From Home They Run, le chitarre tessono intrecci labirintici capaci di catturare le oscillazioni logoranti dell’ansia, mentre la sezione ritmica pulsa con una violenza evocativa che trasfigura l’ascolto in un viaggio onirico e intransigente attraverso le zone d’ombra dell’anima.

Un atteso ritorno che si impone come un manifesto monolitico ma vulnerabile, un’opera di un’onestà disarmante che sancisce la maturità della band attraverso un compendio sonoro sontuoso, in cui il dolore non è mai fine a se stesso ma si tramuta in una travolgente testimonianza di sopravvivenza.

(Federico Longoni)

Blak Saagan – Un sequestro lungo 10.000 anni
[08.05.2026 | Maple Death | krautrock, elettronica, synth wave]

Da un sequestro reale, quello di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, rievocato nel precedente lavoro Se Ci Fosse La Luce Sarebbe Bellissimo, ad un altro immaginario e distopico, ma non per questo meno scioccante. Infatti, le coordinate dell’ultimo viaggio a firma Blak Saagan sono ancora una volta tra le più disparate: dalla psichedelia kraut cosmica, alla synth-wave fino all’ambient/drone, tutto frullato e interpretato da Samuele Gottardello da vero “archivista” musicologo, forse il migliore in Italia in questo momento (con gli Heroin in Tahiti se ancora fossero attivi). 
Ecco che il nostro consegna alle stampe un triplo LP monumentale (oltre i 100 minuti), un labirintico magma oscuro ricco di influenze, ma asfittico e paranoico come un romanzo di J.G. Ballard. Per raccontarlo come si deve non basterebbe una recensione intera, limitiamoci quindi ad una carrellata di flash.

Il mood dell’album in apertura è frenetico con le iper-cinetiche e cinematiche Blak Fire e Benzocrazia. Ci si impaluda negli asfissianti droni di Mila nel Bosco e nelle eteree divagazioni industrial-gotiche del featuring con Julinko in Il Giorno di Zaha’kol. Il post-rock dello splendido brano collaborativo con Jonathan Clancy (Idoli Rotti fatti di Paura ed Oro) è forse l’unico spiraglio di pace in questo inquietante e inquieto marasma. Un’altra parte dell’album ci porta nei dancefloor cyberpunk di Dentro un Bus Proiettato nel Vuoto, che vanno a degenerare in beat industrial da Cabaret Voltaire in Falso Dio, mentre FRREPa si allontana verso territori synth punk alla Prozac+.
Infine, a corredare il tutto cover e booklet illustrate in maniera eccezionale dall’artista italo-iraniano Majid Bita: grottesche visioni cyber-industriali a china nera tra Charles Burns e Basquiat.

(Gabriele Sottocornola)

Altro – Aquario
[15.05.2026 | La Tempesta | punk, hardcore punk]

Non voglio usare la definizione “artista trasversale”, perché mi repelle quasi quanto “forma canzone”, per questo motivo opterò per: artista operaio.
Alessandro Baronciani, meglio conosciuto per il suo lavoro di fumettista, ogni tanto partorisce i fotogrammi della sua testa anche facendo musica –  e talvolta unendo le due pratiche: vedi RAGAZZAcd, fumetto del 2023 che si sfoglia e non si legge, ma si ascolta. Il confine effettivo tra queste pratiche però non esiste, perché anche quando scrive canzoni, finisce che poi la copertina se la disegna da solo, i dischi se li stampa lui e così il merch ecc. ecc. ecc. ecc.

Sembrerebbe così che Altro sia tautologicamente un side project della sua stessa esistenza. E, a leggere la faccenda entrando nell’universo di Aquario, il discorso non vale per la band in sé, ma sicuramente per questo disco. Il senso è quello di un percorso secondario: l’Aquario è infatti il suo ascendente. Calcolando che molti neanche ci “credono” ai segni zodiacali, valorizzare un ascendente è cosa da pazzi.
Invece la dote operaia più importante di Alessandro Baronciani è proprio questa, buttare fuori pensieri che l’uomo della strada riterrebbe sconnessi, trovando loro un senso; scandagliare sé stesso a partire dagli aspetti laterali, paralleli. 

Il disco (14 minuti di durata) è costellato di autocitazioni e riferimenti al passato, ma è anche, in stile Altro, pieno di giochi da esplorare come le caselle di un calendario dell’avvento. Tutti dicono che gli Altro vanno come delle schegge solo perché gli album durano poco, in realtà Aquario è sì esausto e punk, ma è anche pieno di momenti di nottefonda.
Fonda, Portamivia, Non in mio non me, Nascosto esplodo: titoli che raccontano il desiderio stanco di voler scomparire, in un nichilismo più post che punk. Un desiderio che si equilibra con piccoli divertimenti della quotidianità: i giochi di parole, il rumore di una porta che si apre (l’intro di Dipende dalla storia). Il tutto in quello che credo sia l’album più catchy della loro discografia.
Si dice che l’Aquario sia il segno più creativo, ma anche quello più menzognero dello zodiaco. State all’occhio.

PS: nel disco fisico ci sono cinque canzoni bonus. Ovviamente sul lato Ascendente Aquario.

(Virginia Bronzini)

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Last modified: 24 Luglio 2026