Deadburger Factory – La Fisica delle Nuvole

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Non c’è modo di parafrasare esaurientemente tutto il mondo che c’è dietro al progetto Deadburger. Loro stessi si qualificano work in progress permanente, con una line up che varia, secondo le esigenze, da due a otto elementi e allo stesso modo è impossibile raccontare in poche righe i tre cd che combinano La Fisica delle Nuvole, considerando che gli stessi possono essere visti sia come singole opere a se stanti sia come parte unica di un progetto più grande, prima scheggia del dittico Mirrorburger. Cercherò dunque di dirvi il più possibile senza stancare ma il suggerimento resta quello di visitare il sito web della band e trovare il modo di avere tra le mani il cofanetto. Dentro lo stesso scoprirete oltre ai dischi un booklet di settantadue pagine che illustra alla perfezione tutto quanto. Si tratta di tre dischi distinti, per titolo, esecutori, idee sostanziali e sonorità che però, in qualche modo, posso essere inglobati sotto la stessa luce. Le stesse cover hanno senso distintamente ma accostate formano un disegno nuovo e più voluminoso.

I tre album de La Fisica delle Nuvole muovono da alcune idee essenziali che riconducono a un nuovo modo di vedere la musica, antico se vogliamo, ma che oggi sembra quasi impensabile viste le dinamiche di godimento del pubblico. Nell’epoca attuale non c’è tempo per ascoltare long-playing, non c’è tempo per ascoltare due volte (da qui l’utilizzo di forme canzoni sempre più banali), non c’è tempo per ascoltare l’album nella sua interezza. Proprio questa necessità di ridare alla musica le sue tempistiche e il suo ruolo di opera d’arte è il primo scheletro del tutto. Altra idea di base è il ruolo dell’immagine che si lega alla musica, visione intesa non come necessità di apparire e quindi rubare l’attenzione attraverso strumenti televisivi e promozionali ma come occorrenza per completare il godimento dell’opera come arte. Il booklet quindi diviene non solo il mezzo attraverso il quale mettere per iscritto i testi, i ringraziamenti e i dettagli di band e album ma anzitutto l’espediente attraverso il quale ostentare la musica dei Deadburger in chiave fumettistica (la band ha lavorato alle opere visive, che poi sono state esposte nella galleria d’arte contemporanea Studio Rosai di Firenze col fumettista Paolo Bacilieri) cercando di recuperare ed esprimere il gusto per il fantastico, l’immaginazione e il suo potere tramite la manualità, la penna, il colore, il disegno.

Dentro il booklet troviamo le info sugli album divise in quattro almanacchi suggeriti dai titoli dei dischi mentre la composizione di testi e immagini è una versione alternativa della rubrica “forse non tutti sanno che…” della Settimana Enigmistica; cosi come i caratteri del titolo dell’almanacco sono gli stessi di quello di Benjamin Franklin, il Poor Richard, da cui il nome del robot che anima le scene dei Deadburger, Poor Robot. Come detto, i Deadburger possono essere duo come supergruppo ed è anche questo il motivo per cui il quinto lavoro (volendo considerare i tre cd come opera unica) è firmato dalla Dedburger Factory. Se Puro Nylon (100%) è griffato da tre (Nistri, Casini, Vivona) dei membri dei Deadburger, infatti, nel secondo cd, lo split Micro-Onde/Vibro-Plettri, manca Vivona mentre il terzo che da titolo al tutto è a nome della band stessa. Da qui l’idea di usare il concetto di Factory da aggiungere al più preciso Deadburger (la nascita del nome può essere svelata leggendo libretto o sito web).

Che cosa può però nascondere un progetto all’apparenza cosi complesso? Come si può evitare che il contorno non soffochi il sapore della musica che dovrebbe solo accompagnare? Quanto sostanza e contenuto riescono a reggere il peso di una forma tanto curata? Chiariamo innanzitutto che la proposta sonora dei Deadburger non è, come avrete capito, adatta ai palati più semplici. Si tratta di sperimentazione ma non certo del tipo eccessivamente ostico, cacofonico, difficile da ascoltare, molesto. Anzi, la band mantiene ferme le strutture tipiche della Rock band, utilizzando strumenti adatti anche a un pubblico Pop, scegliendo le strade della sperimentazione che vogliono aprire nuovi varchi al classicismo. L’ossimoro in musica non è mai un pasto facilmente digeribile ma qui la Factory riesce perfettamente a mettere uno di fianco all’altro composizione popolare e sperimentazione, finendo per rivolgersi a un pubblico che probabilmente non esiste come tale.

Il primo disco, Nylon (100%), mette sul piatto la novità degli archi, affiancati da chitarre, fiati e voce che decanta le poesie dello stesso Tony Vivona. Gli otto brani mostrano tutti una struttura basata sul continuo dialogo tra soggetti antitetici. Il suono che ne esce rende esattamente l’idea di musica sperimentale per la gente. Echi industriali (“Readymade / 1940 / Madre”) si alternano a elettronica fatta a mano, pochi secondi di opere come il Socrates di Erik Satie filtrate fino a creare qualcosa di nuovo oppure ricomposte in strutture precise (“Variazioni su un Campione di Erik Satie #1:RE”, “Variazioni su un Campione di Erik Satie #2 L’INGANNO E 3 IL POETA”, “Variazioni su un Campione di Erik Satie #4 LA PELLE), canzoni più classiche, a modo loro (“Oltre / Slow Emotion”), richiami al mondo Jazz (“Obsoleto Blues”), psichedelia (“In Ogni Dove”) e sperimentazione oscura (“Ancora Più Oltre”). Ogni brano meriterebbe una recensione a se ma non potendo dilungarmi oltre resta da mettere sul piatto lo Split, cd numero 2. Qui entriamo in un campo totalmente strumentale. Un po’ alla maniera dei maestri Matmos, nei primi quattro brani tutto prende forma come rielaborazione di suoni prodotti semplicemente da un forno a microonde, mentre le quattro restanti tracce si basano sulla chitarra suonata per lo più con plettri bizzarri come un fallo cromato a pile, rotori per lecca lecca Chupa Pops e uno stimolatore clitorideo Play della Durex. Il risultato è il disco più bello del trittico o forse semplicemente il più vicino alle mie esigenze, pieno com’è si psichedelia cosmica, sperimentazioni, Dub industriale, tribalismi elettronici.

Il terzo Cd, il terzo album è la parte più importante di tutta l’opera, quantomeno perché gli otto brani sono totalmente a firma degli otto Deadburger (nel finale diventeranno tredici, grazie alla presenza di Paolo Benvegnù, Enrico Gabrielli (Calibro35, Mariposa, Afterhours), Une Passante e Marina Malupolus (Almamegretta). Per la prima volta l’orchestra psichedelica si mette al servizio della forma canzone, che qui, seppur spesso sottoforma di Spoken Word, è rappresentata nella maniera più consona. Attitudine Jazz e psichedelia fanno da contorno a parole precise che si stagliano su improvvisazione e progettazione che spaziano dal Krautrock alla World Music, fino al Progressive e il Cantautorato. Come detto, dei tre è questo l’album più corposo, più caldo, più pieno di sé, anche se non è questo il preferito dal sottoscritto. Tanta sperimentazione che punta sulla teatralizzazione della musica un po’ nell’accezione propria dei Nichelodeon ma senza scivolare nella ricerca di esasperazioni vocali.

C’è un po’ di tutto dentro i tre album che compongono La Fisica delle Nuvole e forse quello che manca è solo una vera capacità di innovare. Probabilmente però non è questo l’intento ultimo della musica sperimentale; osare, rischiare non tanto per creare un nuovo modo di comporre ma piuttosto per coinvolgere l’orecchio e abituarlo a percepire la musica sotto punti di vista diversi. La Fisica delle Nuvole è un’opera d’arte perché non si limita a mostrarsi ma ti penetra fino al midollo scavando e sputando le parti di te più nascoste, spingendoti a dubitare di te stesso, delle tue sensazioni, delle tue emozioni, del tuo essere. La Fisica delle Nuvole è musica talmente alta che basta per rendere più accettabile il resto.

P.s. merita due parole il Dvd contenuto nel cofanetto nel quale si trova il videoclip “Micronauta” (cd 2), per la sceneggiatura di Vittorio Nistri e disegni e animazione di Andrea Cecchi. Si tratta di un’opera cosmica abbastanza semplice, che parte da Stanley Kubrick e finisce in un forno a microonde per sviluppare temi come il dualismo tra la pragmaticità e l’assoluto. Una clip senza troppe pretese in fase estetica ma piena di spunti in quanto a contenuti. Per ora non visionabile se non in gallerie d’arte o rassegne di cortometraggi.

Last modified: 18 Novembre 2013

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