Mariposa Tag Archive

Mariposa – Liscio Gelli

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Il ritorno della formazione emiliana tra musiche da sala da ballo, filastrocche anarchiche e pagine irrisolte di storia italiana.
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Non Canto per Cantare, il terzo album di inediti dei Cranchi

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Uscirà a febbraio Non Canto per Cantare, il terzo album di inediti dei Cranchi. Il titolo riprende il motto di Victor Jara, cantautore cileno su cui si incentrano alcune canzoni. La giornata descritta in 11 settembre ‘73, sulle note country di un banjo, è proprio quella del colpo di stato che destituì il presidente Allende e portò al potere Pinochet. Allo stesso Jara furono spezzate le dita, per impedirgli di suonare canzoni che potevano rivelarsi scomode per la dittatura militare. Un disco che racconta la voglia di seguire un sogno, sia esso di uguaglianza, di una terra libera e prospera (California 1849), di un amore felice (L’isola infelice), di un ritorno a casa (Tenda rossa). Ma è anche il sogno di legalità di Eroe borghese, ispirata al romanzo di Corrado Stajano sulla storia di Giorgio Ambrosoli, liquidatore della banca di Michele Sindona e assassinato dalla mafia. C’è poi il ritorno alle origini e alla terra di Mariposa, e infine la descrizione del lato umano della fede ne Il cantico e in Mia Madre e mio padre, ispirata a Il vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.

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Deadburger Factory – La Fisica delle Nuvole

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Non c’è modo di parafrasare esaurientemente tutto il mondo che c’è dietro al progetto Deadburger. Loro stessi si qualificano work in progress permanente, con una line up che varia, secondo le esigenze, da due a otto elementi e allo stesso modo è impossibile raccontare in poche righe i tre cd che combinano La Fisica delle Nuvole, considerando che gli stessi possono essere visti sia come singole opere a se stanti sia come parte unica di un progetto più grande, prima scheggia del dittico Mirrorburger. Cercherò dunque di dirvi il più possibile senza stancare ma il suggerimento resta quello di visitare il sito web della band e trovare il modo di avere tra le mani il cofanetto. Dentro lo stesso scoprirete oltre ai dischi un booklet di settantadue pagine che illustra alla perfezione tutto quanto. Si tratta di tre dischi distinti, per titolo, esecutori, idee sostanziali e sonorità che però, in qualche modo, posso essere inglobati sotto la stessa luce. Le stesse cover hanno senso distintamente ma accostate formano un disegno nuovo e più voluminoso.

I tre album de La Fisica delle Nuvole muovono da alcune idee essenziali che riconducono a un nuovo modo di vedere la musica, antico se vogliamo, ma che oggi sembra quasi impensabile viste le dinamiche di godimento del pubblico. Nell’epoca attuale non c’è tempo per ascoltare long-playing, non c’è tempo per ascoltare due volte (da qui l’utilizzo di forme canzoni sempre più banali), non c’è tempo per ascoltare l’album nella sua interezza. Proprio questa necessità di ridare alla musica le sue tempistiche e il suo ruolo di opera d’arte è il primo scheletro del tutto. Altra idea di base è il ruolo dell’immagine che si lega alla musica, visione intesa non come necessità di apparire e quindi rubare l’attenzione attraverso strumenti televisivi e promozionali ma come occorrenza per completare il godimento dell’opera come arte. Il booklet quindi diviene non solo il mezzo attraverso il quale mettere per iscritto i testi, i ringraziamenti e i dettagli di band e album ma anzitutto l’espediente attraverso il quale ostentare la musica dei Deadburger in chiave fumettistica (la band ha lavorato alle opere visive, che poi sono state esposte nella galleria d’arte contemporanea Studio Rosai di Firenze col fumettista Paolo Bacilieri) cercando di recuperare ed esprimere il gusto per il fantastico, l’immaginazione e il suo potere tramite la manualità, la penna, il colore, il disegno.

Dentro il booklet troviamo le info sugli album divise in quattro almanacchi suggeriti dai titoli dei dischi mentre la composizione di testi e immagini è una versione alternativa della rubrica “forse non tutti sanno che…” della Settimana Enigmistica; cosi come i caratteri del titolo dell’almanacco sono gli stessi di quello di Benjamin Franklin, il Poor Richard, da cui il nome del robot che anima le scene dei Deadburger, Poor Robot. Come detto, i Deadburger possono essere duo come supergruppo ed è anche questo il motivo per cui il quinto lavoro (volendo considerare i tre cd come opera unica) è firmato dalla Dedburger Factory. Se Puro Nylon (100%) è griffato da tre (Nistri, Casini, Vivona) dei membri dei Deadburger, infatti, nel secondo cd, lo split Micro-Onde/Vibro-Plettri, manca Vivona mentre il terzo che da titolo al tutto è a nome della band stessa. Da qui l’idea di usare il concetto di Factory da aggiungere al più preciso Deadburger (la nascita del nome può essere svelata leggendo libretto o sito web).

Che cosa può però nascondere un progetto all’apparenza cosi complesso? Come si può evitare che il contorno non soffochi il sapore della musica che dovrebbe solo accompagnare? Quanto sostanza e contenuto riescono a reggere il peso di una forma tanto curata? Chiariamo innanzitutto che la proposta sonora dei Deadburger non è, come avrete capito, adatta ai palati più semplici. Si tratta di sperimentazione ma non certo del tipo eccessivamente ostico, cacofonico, difficile da ascoltare, molesto. Anzi, la band mantiene ferme le strutture tipiche della Rock band, utilizzando strumenti adatti anche a un pubblico Pop, scegliendo le strade della sperimentazione che vogliono aprire nuovi varchi al classicismo. L’ossimoro in musica non è mai un pasto facilmente digeribile ma qui la Factory riesce perfettamente a mettere uno di fianco all’altro composizione popolare e sperimentazione, finendo per rivolgersi a un pubblico che probabilmente non esiste come tale.

Il primo disco, Nylon (100%), mette sul piatto la novità degli archi, affiancati da chitarre, fiati e voce che decanta le poesie dello stesso Tony Vivona. Gli otto brani mostrano tutti una struttura basata sul continuo dialogo tra soggetti antitetici. Il suono che ne esce rende esattamente l’idea di musica sperimentale per la gente. Echi industriali (“Readymade / 1940 / Madre”) si alternano a elettronica fatta a mano, pochi secondi di opere come il Socrates di Erik Satie filtrate fino a creare qualcosa di nuovo oppure ricomposte in strutture precise (“Variazioni su un Campione di Erik Satie #1:RE”, “Variazioni su un Campione di Erik Satie #2 L’INGANNO E 3 IL POETA”, “Variazioni su un Campione di Erik Satie #4 LA PELLE), canzoni più classiche, a modo loro (“Oltre / Slow Emotion”), richiami al mondo Jazz (“Obsoleto Blues”), psichedelia (“In Ogni Dove”) e sperimentazione oscura (“Ancora Più Oltre”). Ogni brano meriterebbe una recensione a se ma non potendo dilungarmi oltre resta da mettere sul piatto lo Split, cd numero 2. Qui entriamo in un campo totalmente strumentale. Un po’ alla maniera dei maestri Matmos, nei primi quattro brani tutto prende forma come rielaborazione di suoni prodotti semplicemente da un forno a microonde, mentre le quattro restanti tracce si basano sulla chitarra suonata per lo più con plettri bizzarri come un fallo cromato a pile, rotori per lecca lecca Chupa Pops e uno stimolatore clitorideo Play della Durex. Il risultato è il disco più bello del trittico o forse semplicemente il più vicino alle mie esigenze, pieno com’è si psichedelia cosmica, sperimentazioni, Dub industriale, tribalismi elettronici.

Il terzo Cd, il terzo album è la parte più importante di tutta l’opera, quantomeno perché gli otto brani sono totalmente a firma degli otto Deadburger (nel finale diventeranno tredici, grazie alla presenza di Paolo Benvegnù, Enrico Gabrielli (Calibro35, Mariposa, Afterhours), Une Passante e Marina Malupolus (Almamegretta). Per la prima volta l’orchestra psichedelica si mette al servizio della forma canzone, che qui, seppur spesso sottoforma di Spoken Word, è rappresentata nella maniera più consona. Attitudine Jazz e psichedelia fanno da contorno a parole precise che si stagliano su improvvisazione e progettazione che spaziano dal Krautrock alla World Music, fino al Progressive e il Cantautorato. Come detto, dei tre è questo l’album più corposo, più caldo, più pieno di sé, anche se non è questo il preferito dal sottoscritto. Tanta sperimentazione che punta sulla teatralizzazione della musica un po’ nell’accezione propria dei Nichelodeon ma senza scivolare nella ricerca di esasperazioni vocali.

C’è un po’ di tutto dentro i tre album che compongono La Fisica delle Nuvole e forse quello che manca è solo una vera capacità di innovare. Probabilmente però non è questo l’intento ultimo della musica sperimentale; osare, rischiare non tanto per creare un nuovo modo di comporre ma piuttosto per coinvolgere l’orecchio e abituarlo a percepire la musica sotto punti di vista diversi. La Fisica delle Nuvole è un’opera d’arte perché non si limita a mostrarsi ma ti penetra fino al midollo scavando e sputando le parti di te più nascoste, spingendoti a dubitare di te stesso, delle tue sensazioni, delle tue emozioni, del tuo essere. La Fisica delle Nuvole è musica talmente alta che basta per rendere più accettabile il resto.

P.s. merita due parole il Dvd contenuto nel cofanetto nel quale si trova il videoclip “Micronauta” (cd 2), per la sceneggiatura di Vittorio Nistri e disegni e animazione di Andrea Cecchi. Si tratta di un’opera cosmica abbastanza semplice, che parte da Stanley Kubrick e finisce in un forno a microonde per sviluppare temi come il dualismo tra la pragmaticità e l’assoluto. Una clip senza troppe pretese in fase estetica ma piena di spunti in quanto a contenuti. Per ora non visionabile se non in gallerie d’arte o rassegne di cortometraggi.

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Craxi – Dentro il Battimento Delle Rondini

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Niente a che vedere col politico, i Craxi sono il genuino progetto parallelo di musicisti noti del panorama alternative nostrano, considerando che stiamo parlando del vocalist Alessandro Fiori dei Mariposa, di Andrea Belfi, ex-Rosolina Mar e attivo negli Hobocombo (batteria), di Luca Cavina dei Calibro 35 e Zeus! (basso), di Enrico Gabrielli, ex-Afterhours e ora Calibro 35, Der  Maurer, Mariposa (chitarra). Un progetto ambizioso, dunque, che si apre con “Rosario”, brano caratterizzato da una lunghissima introduzione noise alla Marlene Kuntz che apre lentamente, tenendo l’ascoltatore in tensione, in attesa dell’esplosione (che di fatto, non arriva), mentre la voce, sforzata e declamata, più che cantata, arriva direttamente dalla gola. Non sono depressi, non sono incazzati, ma hanno quell’agitata impazienza new wave che si avverte nelle sonorità cupe di “E tu Non ci Sei”, dove gli sfasamenti tonici e l’accompagnamento ipnotico catturano e soffocano.

Il basso spadroneggia in “I Diari Del Kamikaze”, mentre il panorama industrial sembra essere il faro di “Drive In”, con il suono penetrante (un fischio, una sirena, una sveglia insopportabile di una mattina di hangover) che caratterizza intro e interludio. La lezione degli Afterhours, invece, si sente in “Le Ali di Alì”, mentre in “Si Appressa la Morte, Non ci è Dato Sapere” sono le avanguardia la vera ispirazione: una matrice quasi Folk, ma vagamente riconoscibile, alterata, distorta, digerita elettronicamente per un risultato visionario e psichedelico, poco gradevole all’ascolto, forse, ma molto pregevole sul piano sperimentale-compositivo. “Santa Brigida” è la più ritmata e coinvolgente fisicamente, mentre “Se me lo Chiedi Dolcemente” si pone a cavallo tra le sperimentazioni internazionali hippie del Rock anni ’60-’70 e un sapore intellettualoide hipster di ben più recente foggia: il trattamento melodico-timbrico richiama l’oriente mistico indiano, mentre la voce declamata riporta alle letture degli scrittori della Beat Generation. La title-track, “Dentro il Battimento Delle Rondini”, invece, è un visionario testo decadente alla Teatro Degli Orrori.L’impressione generale è che la band incarni bene tutto ciò che non vorremmo essere ma siamo, tutto lo squallore di una generazione precaria, corrotta dai media, costretta a guardare indietro anziché avanti. Un moto di ribellione, però, quasi nel tentativo di restituire speranza e vigore, viene dato da “Sono il Mio Passeggero”, dove finalmente la voce prende il volo in un recitato con urletti dal profilo melodico incerto, che, ancora una volta, mostrano l’implicita cupa inquietudine che i Craxi ci raccontano. Il disco chiude con “Le Mostre di Pittura”, una critica ben poco velata alla società finto-intellettuale odierna, ironicamente arrangiata con violini e battiti di mani che decorano il tappeto Grunge aspro di sottofondo.

I Craxi non sono piacevoli e non vogliono esserlo, perfettamente inseriti in quella nicchia di musicisti italiani che non hanno intenzione né di divertire, né di sensibilizzare, ma solo di mostrare tutto il loro profondo disgusto per la situazione vigente. Tecnicamente bravissimi, assolutamente non orecchiabili, new wave quanto basta per soddisfare i fautori del ritorno in auge del genere, avranno sicuramente fortuna. A me non hanno fatto impazzire, ma de gustibus.

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Campetty – La Raccolta Dei Singoli

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Dalle ceneri incombuste degli Edwood e Intercity, rinascono a vita nuova i Campetty, l’unione di Fabio e Michele Campetti con Paolo Mellory Comini e Giannicola Maccarinelli, e La Raccolta dei Singoli è il frutto di questa apprezzabile congiunzione che in dodice tracce declina la vena creativa ad un pop-cantautorale senza disdegnare incursioni nelle estetiche melodiche indie che mettono in mostra una dimensione allargata e preziosa che è in fondo la  potenza delicata dei grandi dischi in cerca di allunaggio.

I cosidetti “sognatori” stazionano in una dimensione tutta loro, diversa dal presente e alternativa ad un ipotetico futuro, ma rimane la certezza che la parte migliore di un certo modo di fare musica sia ancora da aspettare, o forse, ce la abbiamo già intorno ma non la recepiamo in pieno, poi questo bel disco, questo bel catalogo di poetica intima e sussurrata, tra i Tiromancino e Senigallia da speranza intuitivaefavorisce la voglia di un retrogusto convincente da esibire negli ascolti genuini e senza difetto; ed è un esordio discografico con la nuova ragione sociale che si muove sottilmente con la nostalgia dei giorni andati e quelli che si approssimano, un registrato che ha passione da vendere e che promette piuttosto bene se si cerca il bello delle piccole cose e delle grandi occasioni, da ascoltare ogni volta che una visione opaca ostruisce l’apertura d’anima.

Anche disco che rimetterà in piedi un certo “indie thing”  dopo il calo d’interesse generale, tracce e arie che in un solo ascolto confezionano un feeling d’ascolto complice e confidenziale, chiavi d’intesa perfetta che fanno sgranchire le idee con la Ferrettiana “Cowboys Blues”, con il pacato onirico echeggiante “The Muffa Forest” o con la melodia etera di una voce divina, quella di Sara Mazo degli Scisma che in “Mariposa Gru” ingigantisce il pathos femminile illimitatamente; la varietà di queste piccole gemme registrate fanno luce tenue ad una fruibilità generale di livello, alzano punti di assoluto piacere e scavano un’incisività concettuale stilosa, basta accendere il filo teso di “Brasilia”, catturare l’armonia tenue di “Vittoria” o agganciare la battuta emotiva di “A Nastro”, una ballata che si colloca tra gli ingredienti base dell’eleganza incorporale, impalpabile.

I Campetty non solo convincono, ma portano la media ben sopra la media, ogni istante del disco è una seduzione che preda perdutamente qualsiasi orecchio attento. E non sono parole, ma fatti concreti.

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