Kim Gordon – The Collective

Written by Recensioni

L’eterna gioventù sonica di Kim Gordon: la voglia di sconvolgere e fallire.
[ 08.03.2024 | Matador | industrial hip hop, experimental rock ]

“Ho passato trent’anni a suonare in una band e sembra stupido dire che non sono una musicista, ma per
gran parte della vita non mi sono considerata tale né ho mai studiato per diventarlo. Certe volte mi vedo
come una rockstar in miniatura […], e anche come artista visiva e concettuale, c’è sempre un aspetto
performativo in qualsiasi cosa io faccia.”
Kim Gordon ama presentarsi così nella sua autobiografia Girl in a Band pubblicata nel 2015. Titolo programmatico, che la presenta come un’artista e attivista, icona femminista suo malgrado (vedi alla voce No Icon, il suo libro pubblicato nel 2010) che rifiuta da sempre etichette di ogni tipo.

E il miglior modo per definire quest’artista, ormai leggenda della scena noise e avant-garde newyorkese (e non solo), è proprio affidarsi alle sue parole. Compositrice, musicista, artista visiva, nata e cresciuta a Los Angeles e trapiantata a New York, la Gordon è stata influenzata dalla scena bohémienne della downtown e dalla gente che ne faceva parte: Andy Warhol, Velvet Underground, Allen Ginsberg, John Cage, Glenn Branca, Patti Smith, Television, Blondie, Ramones, Lydia Lunch. Un immaginario collettivo che odora di factories, di frenesia e di edifici in pietra bruna e mattoni rossi, molto diverso dall’odore delle vecchie case di Los Angeles, dell’oceano poco distante, un odore invisibile che si mescola al sole.

Ed è in questo immaginario che Kim Gordon cresce e si afferma. Non ripercorreremo la sua storia nei Sonic Youth, l’incontro con l’ex marito e cofondatore Thurston Moore e nemmeno la loro dolorosissima separazione. Tutto questo potete leggerlo nella sua autobiografia, o forse lasciarlo da parte e considerare Kim Gordon come un’artista a sé e non solo come la bassista di una band leggendaria.
Anche perché quella con il gruppo newyorkese non è certo stata l’unica esperienza collettiva di Kim.

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La Gordon si ritroverà prima con le Free Kitten a fine anni 90, progetto “formato per sfizio, come contraltare della scena free improv del CBGB, tutti maschi bianchi piuttosto inclini agli eccessi, che si esibiva nelle matinée la domenica” e raccontato in Un lavoro da donne. Saggi sulla musica, l’antologia curata insieme alla scrittrice irlandese Sinéad Gleeson. Poi col duo Glitterbust insieme ad Alex Knost nel 2016, un breve esperimento durato un anno soltanto, e infine nei Body/Head insieme all’artista visivo e chitarrista Bill Nace, noto sulla scena noise di Boston, in quella che probabilmente è stata la più lunga esperienza dopo i Sonic Youth.

In parallelo, la Gordon continua la sua carriera di artista visiva e si divide tra gallerie, musei e performances. L’esordio solista – e il suo ritorno a L.A. – arriva nel 2019 con No Home Record, titolo che strizza l’occhio al film No Home Movie di Chantal Akerman. L’album, composto durante i suoi spostamenti da un b&b all’altro, è la trascrizione in musica del declino dell’American dream. Il sogno non esiste più, ma l’esperimento di Kim solista è perfettamente riuscito.

Tre anni dopo arriva At Issue, nato dalla collaborazione con Lauren Connors, chitarrista profilico e maestro del blues minimal. Altro esperimento, questa volta nato da una richiesta dell’Issue Project Room di New York che propone ai due lo spazio per una performance inedita di un’ora e mezza, che sarà registrata e messa su vinile. Attacchi corrosivi avvolti da armoniche e riverberi. Un linguaggio preso in prestito l’uno dall’altro.

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Arriviamo così al 2024, anno in cui la Gordon ci regala The Collective. L’album viene presentato con il video del primo singolo BYE BYE. Diretto dalla fotografa e regista Clara Balzary, con la fotografia di Christopher Blauvelt, il videoclip vede protagonista Coco Gordon Moore, figlia di Kim e Thurston Moore.
Il testo è la checklist che una donna, probabilmente Kim o forse Coco, sta preparando prima di partire per un viaggio ( Buy a suitecase, pants to the cleaner / Cigarettes for Keller / Call the vet / Call the groom / Call the dog sitter). Il suono è distorto, meccanico e caotico. È il preludio di The Collective, che nasce dalla collaborazione con il produttore Justin Raisen (John Cale, Yeah Yeah Yeahs per citarne alcuni) e dalla produzione aggiuntiva di Anthony Paul Lopez.

Come afferma la stessa Gordon in una nota, le intuizioni dub e trap irregolari e destrutturate di Raisen fanno da contrappunto ai suoi collage di parole e ai suoi mantra. Un universo condiviso, che ritroviamo anche nel secondo singolo I’m a Man.
Il pezzo inizia con una dichiarazione d’intenti: “It’s not my fault I was born a man”. Farcito di incursioni soniche brutali, il messagio che Kim rivolge al genere maschile arriva diretto. “So what if I like a big truck / Giddy up, giddy up/ Don’t call me toxic”. La voce di Kim, distorta e quasi lontana, continua ad urlare ruvida “I’m a man” come un grido di impotenza, una resa al declino del ruolo della mascolinità nell’epoca capitalista.

Le immagini del video scorrono nitide, la regia è affidata a Alex Ross Perry e i due protagonisti sono Conor Fay ed ancora Coco Gordon-Moore. Fay spia da una serratura questa ragazza in minigonna fucsia e collant arancio che sdraiata sul pavimento guarda diversi vestiti. Appena va via, Fay fa incursione ed inizia a provare i suoi abiti. Vestito da donna come in un sogno allucinato, con la voce di Kim che continua a ripetere “I’m a man” a tratti scruta immagini di vecchi western mentre Kim appare con il suo chiodo in pelle.

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Un album che è al contempo complesso e diretto. La voce di Kim risuona come quella di una sacerdotessa che riesce ad ipnotizzare le folle. Il suono è pura sperimentazione: brutalismo, noise, avant-garde, tutto legato ad una “geologia scintillante e senz’aria, agitata, cavata, grida fatta di dati, rimbalzata lungo i tunnel sotterranei, che raggiunge le nostre orecchie” per prendere in prestito le parole dell’artista inglese Josephine Pryde.

Un lavoro in cui c’è tutta l’urgenza dell’ansia. Dover dire assolutamente tutto per liberarsi da pesi, ricordi e dalle brutture del mondo contemporaneo. Quel mondo che è racchiuso nella solita L.A. decaduta, illuminata solo di notte dai neon di negozi. I suoni sembrano rincorrere una data di scadenza, riportata anche all’interno delle nostre relazioni.
In The Candy House Kim canta “I won’t join The Collective / But I want to see you”, per poi continuare con “Are you in a collection?”, un manifesto dell’individualismo imperante, su cui i sussulti rap diventano taglienti e strisciano sulla voce quasi disperata di Kim.

Trophies invece si apre con delle percussioni tribali, che amplificano il senso di perdizione di questo album, un paesaggio sonoro oscuro e agitato che traccia il dolore dell’amore in un gift shop. Le chitarre sono così pesanti da risultare quasi opprimenti, in tutto questo sovraccarico sensoriale, abbiamo l’impressione di essere sopraffatti.
Ma è soltanto il riflesso di quest’epoca folle e agitata in cui, come dice la Gordon stessa, “per calmarsi, sognare, evadere con la droga, i programmi TV, lo shopping, Internet, tutto è facile, agevole, conveniente, brandizzato”.
Tutto ciò è testimoniato anche – e soprattutto – da Dark Inside, una sensazione oscura e soffocante, l’ossessione ripetitiva che ritorna nel suono e nel testo “The song is breathing down my back / Breathing down my neck” o dalla sarcastica Psychedelic Orgasm, dove tutto diventa piacere (“Going to the store/ Gonna cook it up / Passing all the kids / TikToking around”.

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A Tree House, Shelf Warmer e The Believers il compito di accompagnarci verso l’uscita, fino al pezzo finale Dream Dollar, dove le parole “dream” e “dollar” sono ripetute in loop, per racchiudere insieme la fine del famoso sogno americano e la perennità assicurata del capitalismo.

A proposito di The Collective la Gordon dice “Mi ha fatto venire voglia di sconvolgere, di seguire qualcosa di sconosciuto, forse anche di fallire”.
Noi siamo assolutamente d’accordo con lei: in quest’album si sente la voglia di andare fino in fondo, di scavare sul fondo, di mostrare l’assurdità dell’epoca contemporanea e di fluttuare fino alla prossima esplosione. Perseguitati da voci sintetizzate senza corpo, ossessionati da proiezioni di perfezione e velocità, come schegge impazzite proviamo sempre a cercare un divertimento obbligato, l’ennesima futile vittoria. Questo disco ce lo ricorda, ci scuote e, dopo averci rincorso, prova a salvarci da tutto ciò.

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Last modified: 13 Aprile 2024