Maria Petracca Author

Ricercatrice di parole appropriate per la descrizione di esplosioni emotive. Ha una grande passione per il rumore.

Cold Specks 6/02/2015

Written by Live Report

Cold Specks @ Spazio 211, Torino.

Cold Specks è la voce di Al Spx, cantautrice canadese di Montréal, che nella sua breve carriera vanta già collaborazioni importanti con artisti del calibro di Moby e Swans. Cold Specks è anche un estratto di versi dall’Ulisse di James Joyce, che Al decide usare come nome del proprio progetto (Born in all the dark wormy earth, cold specks of fire, evil, lights shining in the darkness). Cold Specks è in viaggio tra Europa e America per far ascoltare ad una parte di mondo il suo ultimo lavoro, Neuroplasticity; dopo la data al Magnolia di Milano, stasera si esibirà allo Spazio 211 di Torino. Alle 23.30 circa, vestita di un’eleganza semplice e minimalista, Cold Specks sale sul palco insieme ai suoi musicisti e già capiamo che quello che dovrebbe essere, dal nome, un “freddo puntino” è in realtà un incendio emotivo posizionato tra cuore e stomaco. La voce di Al ha radici nel Soul e si porta dietro la potenza ed il calore che lo contraddistinguono. Nell’esecuzione dei brani tocca note altissime per poi riscendere in picchiata, il tutto con grande naturalezza, mentre chitarre, batteria, sax e piano si intrecciano in melodie e battono colpi che esaltano la sua voce, ma mai diventano protagonisti assoluti. Poche volte la vedremo impugnare una chitarra, il suo strumento prediletto è la voce, e proprio con un assolo vocale da pelle d’oca chiuderà il concerto. La potenza della voce cantata contrasta con la sensualità e la dolcezza di quella parlata. Al introduce i pezzi con qualche breve racconto; ci fa sapere che è stata bene in Italia, che ama il Belpaese e ci confessa che oggi è il suo compleanno. Noi, il pubblico, non perdiamo occasione per intonare un “tanti auguri a te” terrificante che si perde al momento del “tanti auguri a…”; lei, che ha un sorriso gentile e probabilmente è anche di buon umore, ci dice anche grazie dopo quello scempio, senza nemmeno insultarci. Mette pace Cold Specks. Dentro, in ogni singola cellula, e fuori, nei silenzi di chi ascolta e non può fare a meno di pensare a quanta luce può sprigionare un freddo puntino nell’universo.

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Biagio Accardi 30/01/2015

Written by Live Report

Biagio Accardi @ Cavallerizza Reale, Torino, 30/01/2015

La cornice del concerto di stasera è la Cavallerizza Reale di Torino, pezzo forte del patrimonio culturale della città, attualmente occupata per via del triste futuro che l’Amministrazione Comunale le ha preservato. Il protagonista della serata è Biagio Accardi, cantastorie originario di Tortora (CS), cittadina situata nel Parco Nazionale del Pollino, polmone verde tra Calabria e Basilicata. Lo spettacolo di Biagio si intitola Kairos, uno dei modi con cui i greci definivano il tempo, da intendersi non come tempo numerico (Kronos) ma come tempo propizio per agire, quello delle opportunità, quello dell’espressione “è arrivato il tempo”. Le canzoni di Biagio, appartenenti al genere Folk, richiamano la musica della tradizione popolare del Sud. Alcune di esse, le Strine calabresi, fanno proprio parte di questa tradizione, pur discostandosi da questa. Se la tradizione prevedeva infatti l’utilizzo della chitarra battente, Accardi si accompagna con chitarre amplificate, sassofono ed effetti registrati. Con questi strumenti, la sua voce e la sua simpatia porta avanti una la sua missione: rieducare alla lentezza, invitare alla riflessione sul modo di vivere frenetico, dedito al consumismo ed altamente contraddittorio (“buttiamo il cibo e contemporaneamente combattiamo la fame”). Si sposta solo in treno per i viaggi più lunghi, mentre per il tour estivo nelle piazze dei paesini che incontra lungo il percorso sul Pollino, viaggia a piedi in compagnia della sua asina Cometa Libera. Dopo una breve chiacchierata Biagio ha definito la serata un po’ sottotono. Avrà avuto i suoi buoni motivi per farlo, di sicuro l’accoglienza in città non è stata delle migliori visto il numero ridotto di partecipanti, ma per chi c’era le sue parole non sono state vane: basta riflettere un attimo per capire che ci sono milioni di modi di vivere in maniera più serena. Alle volte prendere in mano le redini della nostra esistenza sembra qualcosa di impossibile da fare, in realtà ogni momento è quello propizio per agire. Ogni momento è Kairos.

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Notturno Americano 17/01/2015

Written by Live Report

Notturno Americano – 17 gennaio 2015 @ Blah Blah, Torino

“Ci sono notti che non accadono mai”. E poi per fortuna ci sono notti che accadono, eccome! Ci sono notti che trasudano emozione, così cariche di significato, che sembrano riscattare tutta la tristezza che a volte invade, inevitabilmente, la vita di ogni comune essere mortale. Il mediatore, colui che ha corso il rischio di pagare il riscatto per lasciare andar via le sensazioni sopra descritte, è stato in questo caso uno spettacolo che porta il nome di Notturno Americano, il reading che Emidio Clementi, storica voce dei Massimo Volume, porta in giro per l’Italia insieme a Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò. La moneta utilizzata per pagare il riscatto è la prosa, unita alla poesia, unita alla musica. La luce è soffusa e sullo sfondo scorrono, proiettate, le tavole di Gianluca Costantini. I suoni di Emanuele Reverberi hanno ora la malinconia del violino, ora la potenza della tromba, mentre Corrado Nuccini crea atmosfere a suon di chitarra e synth. La voce narrante è invece quella di Emidio Clementi, che si cimenta nella lettura de “Il Primo Dio”, il racconto di un viaggio nell’America dei primi del ‘900 attraverso lo sguardo visionario dello scrittore Emanuel Carnevali, e “L’ultimo Dio”, il libro autobiografico dove ripercorre parte della propria vita e ne sottolinea gli aspetti comuni a quella di Carnevali. Notturno Americano è l’ulteriore tributo che Clementi dedica a Carnevali, scrittore e poeta che scopre grazie ad un cliente che una sera d’inverno gli mette in mano un libro dicendogli “Leggilo. Parla di uno come te”. Ma ormai credo non si tratta più di un “uno come te”. Si tratta piuttosto di un “uno come noi”. Perché mentre Clementi legge e declama le sue pagine, ognuno di noi si riscopre improvvisamente Carnevali, per uno o più aspetti: la partenza verso un luogo sconosciuto, il ricostruirsi una vita da zero, il lavoro che fa schifo ma nello stesso tempo hai il terrore di perdere. Per un’ora Clementi è Carnevali, noi siamo Clementi, noi diventiamo Carnevali. È la prima volta che assisto ad un’esibizione del leader dei Massimo Volume; c’è chi pensa che Clementi “sia preso bene” quella sera, ed in effetti sembra esserlo. Quando gli sei accanto per scambiare due chiacchiere, Emidio cerca il tuo sguardo, ti scava negli occhi e ci sprofonda dentro. Poi al saluto finale ti prende le braccia e non puoi fare a meno di pensare a quanta vita c’è disegnata su quei tatuaggi. Poi ti stringe le mani quasi volesse recitare con te una preghiera e infine ti bacia. È un rito che si ripete a dismisura, con chiunque abbia voglia di salutarlo. “ È il 1914 quando Carnevali scende dalla nave, prende la rincorsa, e spicca il volo. Accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa”. È il 2015 quando Clementi sale sul palco, prendiamo la rincorsa, e ci fa spiccare il volo. Stringiamo forte la presa, e ci portiamo a casa un sogno.

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Verdena – Endkadenz Vol.1

Written by Recensioni

Endkadenz Vol.1 è il sesto album dei Verdena, band italiana che, nel tempo, ha saputo sorprendere per la sua capacità di rinnovarsi e sperimentare senza però venire meno alla propria identità. Il titolo, stando a quanto dichiarato in un’intervista per Rockit, è un termine coniato dal compositore tedesco Kagel che coniugava musica e teatro nell’esibizione, e rappresenta “un movimento ben preciso che determina la cadenza finale di un concerto”; Endkadenz è l’ultimo colpo di timpano durante il quale il timpanista aveva il “compito di rompere la pelle, di buttarsi dentro al tamburo e di rimanere lì immobile”. L’album, che viaggia in coppia con Endkadenz Vol.2 (in uscita nei prossimi mesi), è composto da 13 tracce (stesso numero del Vol. 1 di Wow). L’utilizzo del piano (“Nevischio”, “Vivere di Conseguenza”) riconduce al precedente album Wow, sebbene il piano a muro di Endkadenz suoni in maniera più calda, molto diversa dal suono elettronico del sopracitato album. La presenza di distorsioni rimanda invece ancora più indietro, a Requiem e al suo sound più duro dal sapore Grunge, ma anche a sonorità vagamente Shoegaze (“Inno del Perdersi”); scordatevi dunque le chitarre spagnoleggianti di “Razzi, Arpia, Inferno e Fiamme”, siamo ben lontani da quelle sonorità. Effetti di distorsione sono applicati anche alla voce, accompagnata a volte da cori finti percepiti come voci lontane (“Puzzle”, “Contro la Ragione”). Insieme alle chitarre distorte, grande protagonista resta sempre la sezione ritmica, che a tratti picchia in maniera compulsiva e autonoma, quasi a staccarsi completamente dalla linea melodica della voce (“Derek”), e che trova meno possibilità di esprimersi in termini di potenza rispetto al passato per via di pezzi dal ritmo più lento. Elemento del tutto nuovo è la presenza delle trombe (“Diluvio”, “Contro la Ragione”, “Sci Desertico”), anche se si tratta di suoni digitali e non di veri e propri fiati. Per quanto riguarda i testi, l’ ermetismo in stile Verdena viene quasi del tutto abbandonato per fare spazio a componimenti più strutturati, che a tratti perdono quelle caratteristiche di spigliatezza ed immediatezza per via della continua ricerca di rime e assonanze. Endkadenz segue la linea di Wow e rappresenta un altro passo in avanti verso nuove forme sonore, pur restando con lo sguardo rivolto verso Requiem ed album anteriori. Parafrasando le parole di un’amica, la vera chiave dell’evoluzione sta nel non accettarsi mai; è questo il motore che permette di rinnovare e superare sé stessi. Il rischio è quello di renderci irriconoscibili agli occhi di chi ci conosce o, in questo caso, ad un pubblico fedele ma a volte anche abitudinario. Non è il caso dei Verdena, che con un abile gioco di equilibri sono riusciti ancora una volta rinnovare la loro musica, pur rimanendo fedeli alla propria linea espressiva.

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Linda & The Greenman 15/01/2015

Written by Live Report

Birrificio Officine Ferroviarie, Torino

Linda & Greenman è il nuovo progetto musicale che l’ormai ex “perturbato” Gigi Giancursi ha avviato con Linda Messerklinger, artista multitasking (attrice, ballerina, coreografa, cantante, fotografa). Il neonato duetto piemontese si è esibito nel neonato Birrificio delle Officine Ferroviarie, che ospita nell’interrato una sala concerti di tutto rispetto. Il duo acustico si esibisce per quasi un’ora, avvalendosi della collaborazione di Dario Mimmo, polistrumentista che abbiamo visto esibirsi prevalentemente alla fisarmonica. Sono ancora pochi i pezzi di loro produzione, ma si sa, ogni nuovo progetto richiede del tempo, soprattutto in fase di decollo. I pezzi del concerto sono soprattutto cover (tra le tante: Sara Jaffe, “Annarella” dei CCCP, “Love Will Tear Us Apart”), interpretate dalla bellissima voce di Linda, mentre il Greenman si cimenta alla chitarra ed accompagna con la voce diversi brani. Il duo è affiatato, il pubblico sembra divertito, ed anche io sto bene, lo intuisco da sorriso che mi sento stampato in faccia. Unico momento di perplessità è stato durante l’ultimo pezzo, il loro primo singolo, “Una Stagione In Silenzio” (cantato con sorpresa prevalentemente da Gigi): roba “troppo già ascoltata”, troppe le somiglianze con Dente, troppi giochi di parole, troppi papapapapapà, che troppo ricordano quell’incipit faffaraffafafafa. È troppo presto comunque per esprimere giudizi in tal senso, si parla per il momento solo di sensazioni. Aspetteremo e vedremo cosa hanno da dirci e farci ascoltare, Linda & The Greenman. Per il momento, durante i loro live, sanno farci sorridere.

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Captain Mantell – Bliss

Written by Recensioni

Immaginate un viaggio. Ma mica un viaggio qualunque. Immaginate un viaggio nello spazio, di attraversare galassie ed imbattervi in una supernova, evitare buchi neri e sfiorare una nana rossa, il tutto mentre state inseguendo un ufo. Poi immaginate di tornare indietro, di trovare un pianeta Terra irriconoscibile, e di dover andare a ritroso con la memoria, alla ricerca del ricordo di ciò che non esiste più. Il tema del viaggio. Il tema del ritorno. Il tema della ricerca. È questa la trama nella quale si intreccia il filo conduttore che lega gli album dei Captain Mantell, band capitanata da Tommaso Mantelli (ex bassista de Il Teatro Degli Orrori), il cui nome ricorda quello del Capitano Thomas F. Mantell Jr, il primo (e spero unico) pilota morto durante l’inseguimento di un ufo. Bliss è l’ultimo lavoro della band, e narra proprio del ritorno del Capitano sulla Terra, pianeta ormai irriconoscibile ai suoi occhi. Da qui la necessità di scavare nei ricordi alla ricerca delle proprie origini, che in musica si traduce con il ritorno da parte dei membri della band (Tommaso Mantelli, Sergio Pomante, Mauro Franceschini) alle loro origini musicali, il che comporta decisamente la ricerca di nuove sonorità rispetto agli album precedenti. Dall’Electro Punk si passa quindi al Rock, che rimane alla base dell’intero disco, ma che si arricchisce di numerose sfumature e contaminazioni. Ed è così che si percepiscono, solo per citarne alcuni, elementi di Rockabilly (“With My Mess Around”, “Dead Man’s Hand”), per poi passare a pezzi che evocano il buon vecchio Blues (“The Ending Hours”). Ovviamente vengono chiamate in causa anche sezioni ritmiche veloci e ossessive, per non fare torto al Punk (“Ugly Boy”), e c’è poi l’introduzione del sax, che inevitabilmente conferisce al tutto quel retrogusto di Jazz. Il livello d’attenzione durante l’ascolto è altissimo, il disco non scende mai di tono, è un continuo susseguirsi di eventi sonori che non ammettono nessuna distrazione. Un disco dal ritmo incalzante, dalle movenze sensuali, vuoi per la presenza di certi riff che si ripetono con un fare ammaliante (“Love/Hate” e “To Keep You In Me”) quasi fossero le fasi di un corteggiamento in musica, vuoi per la voce di Tommaso Mantelli, prima profonda, poi sporca, poi cattiva (“The Day We Waited For”). Numerosissime anche le collaborazioni presenti nel disco, tra le quali nominiamo Liam McKahey che mette a disposizione la sua voce per “Side On” e Nicola Manzan che si è occupato degli arrangiamenti di “The Ending Hour”, “To Keep You In Me” e “First Easy Come, Then Easy Go”. Un lavoro corposo (14 brani all’appello) e ben curato (anche a livello di grafica in copertina e booklet), ed una ricerca di sonorità vasta ed attenta, dove non sono ammesse le ripetizioni. Un gran bel lavoro di ricerca delle proprie origini, musicali e non. Un gran bel risultato per le nostre orecchie.

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Nobraino 19/12/2014

Written by Live Report

Nobraino– 19 dicembre 2014 @ Hiroshima Mon Amour, Torino

Me lo ricordo bene il mio primo concerto dei Nobraino. È stato all’incirca due anni fa, sempre all’Hiroshima Mon Amour (in realtà mi trovavo lì per ascoltare Giorgio Canali & Rossofuoco): che spettacolo che fu! Che animali da palcoscenico e che frontman fantastico Lorenzo Kruger, capace di sostenere un concerto di quasi tre ore (non scherzo, tre ore!), con una carica tremenda, senza mai scendere un attimo di tono. Tornai a casa felice. Stessa location, diversa compagnia, pubblico aumentato notevolmente (com’è giusto che sia), e ben diverso lo spettacolo a cui ho assistito lo scorso 19 dicembre: quel frontman dalla voce d’abisso che tempo addietro mi aveva lasciato senza parole è apparso sottotono e “scazzato” (concedetemi il termine, rende benissimo l’idea) fin da subito. La band, impeccabile nell’esecuzione come sempre, quasi priva però di quella “verve” che tempo addietro mi aveva entusiasmata. Certo, i momenti di delirio non sono mancati: il salto sul pubblico, l’ormai famosissima performance del taglio di capelli a qualche volontario (a quanto pare è diventato un rituale dopo che Kruger l’ha eseguito su sé stesso al concerto del 1° Maggio nel 2012), il tour di Kruger sotto il palco; il tutto però è apparso assolutamente privo di naturalezza, quasi come dettato da un copione al quale non crede più nessuno. E se lo stesso artista non è convinto della sua performance, come può esserlo il pubblico? Tuttavia a fine concerto tutti sembravano abbastanza divertiti, ma almeno tre soggetti (io e chi era con me) hanno avuto la percezione che sono gli stessi Nobraino a non divertirsi più per ciò che fanno; inoltre gli stessi soggetti sopra citati hanno anche sperato che si trattasse di un caso isolato, di un evento paranormale, di una semplice giornata di merda per chi era su quel palco, perché pensare che possa essere ormai “quello” un concerto dei Nobraino, beh, metteva troppa tristezza.

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Beatrice Antolini 13/12/2014

Written by Live Report

Si è fatta attendere un po’, ma alla fine è arrivata, pronta a calcare il palco del Blah Blah di Torino. Beatrice Antolini ha una giacca stile Ministri ed i capelli biondi, diversi da quelli rossi della copertina di Vivid, e diversi anche da quelli neri che aveva ai tempi di “Confusion is Best”, la canzone con cui l’ho conosciuta. “È una psicopatica dei capelli” penso subito, “o una coraggiosa che non teme i cambiamenti”. Qualunque sia il modo in cui si voglia vedere la cosa, resta il fatto che questa patologia nei confronti dei capelli ce l’ho anche io, e Beatrice mi fa sentire meno sola al mondo. La one woman band si dimostra subito attenta nei confronti del pubblico, ci saluta calorosamente, in maniera grintosa, poi indossa le cuffie e con altrettanta grinta comincia a picchiare sulla batteria, lo strumento che andrà per la maggiore durante la serata, perché solo per alcuni pezzi si sposterà alle tastiere. I brani suonati sono tratti principalmente dal suo ultimo EP, Beatitude, uscito lo scorso 11 novembre per La Tempesta, e dal suo ultimo album, Vivid, del 2013. La posizione alla batteria dovrebbe già farmi intuire molto dell’evoluzione sonora di Beatrice, che avevo lasciato aggrappata all’elettronica. È il ritmo ora a fare da padrone, forte, ossessivo, a tratti tribale. E mentre lei picchia sulla batteria e incanta con la sua voce, in sottofondo una base fatta di suoni elettronici, chitarre, piano ecc. completa l’opera. Per un solo pezzo Angelo Epifani salirà sul palco ad accompagnarla con la chitarra, il resto della musica sarà tutto di Beatrice e di una miriade di suoni, che andranno ad abbracciare diversi generi musicali, dal Pop all’Electro wave, passando per il Rock e la musica psichedelica. ll concerto volge al termine, ed è un vero peccato. Beatrice per un’oretta ci ha rapiti, fatto scuotere il capo, battere velocemente i piedi, ballare. A fine concerto chiacchiera con tutti nell’area merchandising e dà un bacetto a chiunque si sia messo a parlare con lei o le abbia fatto un saluto (o abbia acquistato il disco, ovvio). Sul palco restano i tre cuori luminosi della scenografia, che non sono però tre cuoricini del cazzo, ma sono cuori con tanto di arterie e vene, grandi e luminosi. E penso che sia un po’ questa la Beatitude che canta Beatrice, una medicina preziosa per chi ha un grande cuore che batte e se ne sbatte di tutto ciò che non conta davvero; un cuore che si illumina al suono di quella magia che ci pulsa dentro, e che qualcuno prima di noi ha chiamato Musica.

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The Fire – Bittersweet

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Cosa succede quando un musicista, preso da un irrefrenabile istinto creativo, esce dall’universo in cui si trova per entrare in un’altra dimensione che lo porta a comporre un pezzo, interpretare una cover, sperimentare nuove sonorità? E cosa succede quando il suo operato, figlio dell’istinto primordiale di fare musica, non si colloca apparentemente in un progetto preciso? I The Fire si sono posti l’interrogativo, e si sono dati una risposta con Bittersweet, un EP uscito per Ammonia Records, che raccoglie appunto tutti quei pezzi che rappresentano degli esperimenti sonori, non inseribili in nessun LP in quanto non attinenti al percorso sonoro in esso contenuto e che addietro sarebbero andate a costituire la B-side di un vinile. Il dubbio che subito mi assale è: non avrebbe forse senso dare anche ad un EP un’organizzazione più organica, secondo un percorso sonoro ben definito? Ma i The Fire sembrano essere consapevoli e responsabili del modo in cui stanno gestendo la faccenda, e così Bittersweet raccoglie volutamente cover nate per altri progetti, pezzi nati a seguito dell’evoluzione di riff adottati per il soundcheck, canzoni che provengono da situazioni diverse e momenti della vita distinti, tutte racchiuse in un unico lavoro che ne consente l’ascolto ed evita che possano perdersi nell’oblio. E così troviamo “Bittersweet” dal sound duro accentuato dalla voce piena di carattere di Olly Riva, seguito da una cover di “Roxanne” dei Police in chiave decisamente più rockeggiante dell’originale; a seguire “She’s The One” e la ballata “Lonely Hearts”. Per finire le due cover “Dr Rock” dei Motörhead e “Train In Vain” dei The Clash, quest’ultima interpretata per sola voce e chitarra con percussioni minimaliste. Nel complesso si tratta di un buon lavoro, buona produzione e arrangiamenti, anche se il tutto è privo di quel guizzo artistico capace di renderlo particolare.

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Fast Animals and Slow Kids 15/11/2014

Written by Live Report

Al solo pronunciare la parola “Alaska”, la mia immaginazione produce visioni che hanno a che fare con paesaggi glaciali ed ameni, terre brulle e vette alte, freddo, ghiaccio, ma anche silenzio e luoghi di quiete. L’Alaska dei Fast Animals and Slow Kids, nella sua versione live, è invece tutta un’altra storia. Sarà anche ghiaccio quello che esce dalle loro chitarre, ma è ghiaccio che scotta, e ben lo confermano i cuori incendiati che se la sono data di santa ragione sotto il palco scatenando il delirio. Merito di chitarre, batteria, percussioni aggiuntive, basso, e del frontman Aimone Romizi, instancabile campione di salto sul pubblico.

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Sono state due ore di mani e piedi in aria, di individui volanti, capitati sul palco per caso ed arrivati chissà da dove, improvvisatori di salto sul pubblico anche loro, mentre i FASK continuavano la loro performance, aggiungendo casino al casino e suonando, oltre ad  Alaska, alcuni pezzi tratti da  Hybris (“A Cosa ci Serve”, “Maria Antonietta”, “Troia”) e Cavalli (“Copernico”).

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A chiusura di tutto, sono queste le serate che danno risposta agli enormi quesiti che ci attanagliano nel corso della nostra esistenza. E la risposta è che non esiste una risposta. Le cose accadono e basta, il perché sono tutte cazzate. Le cose accadono e ci siamo noi, piccoli o grandi a seconda dei giorni, a doverle affrontare. A volte ne usciamo campioni, a volte ne usciamo presi a calci in culo. Tutto sta nel come affrontare tutto. E se dovesse capitarti l’assurda domanda: “qual è il senso di tutto”, stai tranquillo che non esiste un senso. Esistono però momenti, o giorni (a seconda della botta di culo che ti capita), in cui qualcosa dentro di te si muove, qualcosa ai limiti della rabbia e a confine con la gioia. Che sia odio o che sia amore chi se ne frega. Se qualcosa si muove vuol dire che sei vivo, e finché sei vivo sei sempre in tempo a cambiare musica. Nessuna esistenza è sprecata se hai ascoltato la musica giusta.

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Swans 9/10/2014

Written by Live Report

Era di certo uno degli eventi musicali più attesi il mini-tour degli Swans di Michael Gira e lo dimostra il sold-out al circolo degli artisti di Roma. A Torino il concerto si è tenuto al’Hiroshima Mon Amour, il 9 ottobre. Alle dieci e mezza, puntuale, comincia lo show. Gli Swans si palesano in tutta la loro grandezza con due ore e mezza di concerto interrotto solo da brevissime pause. Due ore e mezza di inquietudine e violenza emotiva, di fronte alle quali non tutti riescono a resistere; c’è chi sente la necessità di assumere dosi massicce di caffeina, chi si lascia tentare dall’annuncio di Michael Gira circa l’imminente fine del concerto e lascia prematuramente il campo di battaglia, senza sapere che il live sarebbe durato ancora una buona mezz’ora. Anche Cristiano Godano (o il suo sosia n.1, nel caso avessi preso un abbaglio) ad un certo punto si dissolve varcando l’uscita prima della fine.

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Un concerto che ha messo a dura prova in molti, tranne loro, gli Swans, che dopo più di due ore di ritmi serrati si sono schierati davanti al pubblico con una nonchalance degna di nota; hanno ringraziato, senza mostrare cenni di stanchezza o cedimento, con addosso addirittura la voglia di scherzare, quando Gira per la presentazione della band conferisce ad ognuno un nome italiano, di un musicista o del tutto anonimo, riservando per sé stesso quello di Cicciolina.

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Ma tralasciamo gli aspetti di contorno, e concentriamoci sulla musica di questi “Cigni” selvatici, più neri che bianchi, dai toni scuri e oscuri, autori di una musica ricca di tormento, capace di rimanere ferma, immobile, costante, ossessiva per un lungo periodo, per poi esplodere all’improvviso (si pensi che solo l’introduzione del concerto dura più di dieci minuti, prima che la band al completo si manifesti sul palco). E quando parlo di esplosioni, parlo di momenti in cui tutto si accentua e diventa estremo (penso soprattutto al ritmo incalzante della doppia batteria), pur mantenendo un inspiegabile equilibrio tra le parti. I momenti di deflagrazione sono anche quelli in cui Gira accenna una sorta di danza, con movimenti delle braccia che ricordano proprio quelli di un cigno.

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Un’esibizione che richiede una certa dose di preparazione psicologica e concentrazione per l’ascolto (gli occhi di Michael Gira ne sono l’emblema, restano chiusi per la maggior parte del tempo), alla quale in molti non erano preparati. Un concerto, però, non è certo un corso di preparazione all’ascolto; un concerto è il momento più vero e reale per addentrarsi nel mondo di un artista, per capire quanto sia autentico e vicino nella realtà all’idea che trasmette di sé, nonché la prova del nove per le nostre sensazioni ed emozioni che si evidenziano durante l’ascolto digitale. E dopo questo spettacolo non c’è più niente da fare, se non affermare che gli Swans sono stati sé stessi, dall’inizio alla fine.

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Ponda – Vinavil

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0882 è il prefisso telefonico di quella parte della provincia di Foggia che ha a che fare con santi, laghi salati, isole al largo del mediterraneo e piccoli borghi ad alto consumo di Birra Peroni. La 0882 Fam è quella invece citata sulla copertina Vinavil, ultimo disco di  Ponda, un lavoro autoprodotto, registrato e missato dove capita, prodotto grezzo e genuino, come specificato sul retro della copertina. Vinavil, la colla vinilica che tutti almeno una volta nella vita si sono spalmati sulle dita per poi tirarla via, come una pelle che ormai non ci appartiene più; Vinavil, l’adesivo universale inodore, che poi in realtà un odore ce l’ha, e credo sia rimasto impresso nella mente di molti. I riferimenti al Sud ed alla Puglia in particolare sono tanti, a partire già dall’“Intro”, dove a tratti fa capolino l’inconfondibile voce di Lino Banfi; ma l’elemento distintivo principale  di questo prodotto made in Sud è l’utilizzo del dialetto come forma espressiva nella quasi totalità del disco, cosa che caratterizza enormemente il lavoro ma che rischia di renderlo incomprensibile al di fuori del territorio locale. Tuttavia questo non sembra essere un problema per Ponda, che per la sua musica ed i suoi testi sembra non aver bisogno di sottotitoli.

Il disco scorre, e score bene; dalla prima all’ultima traccia (“Roosh Roosh”) Ponda crea un flusso, un unico fiume di suoni senza interruzioni, dove però trova comunque il modo, tra uno scratch ed un finto inserto pubblicitario di promozione del disco, di cambiare ritmo e “musica”. I racconti sono quelli di una terra in cui chi resta, e resta per fare musica, tra milioni di difficoltà da superare, ha anche l’arduo compito di confrontarsi con chi gli chiede “ma quando la finisci”?  Un disco semplice, nell’eccezione buona del termine, senza troppi fronzoli, “genuino”, per prendere in prestito le parole di Ponda; un disco che parla di vita vissuta, in un territorio difficile, in un posto dove a detta di molti non si produce musica, ma i fatti di tanti dimostrano il contrario.

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