Didn’t we deserve a look at you the way you really are, Steve?

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Abbiamo provato ad esorcizzare il dolore per la scomparsa di Steve Albini parlando di ciò che più conta: il suo lascito a tutti noi, in veste di musicista, produttore e – involontario – intellettuale dei nostri tempi.

È ormai passata più di una settimana dalla morte di Steve Albini, che, per uno strano scherzo del destino, è scomparso a ridosso dell’uscita di To All Trains, nuovo album degli Shellac che vede la luce proprio oggi, dopo ben dieci anni di attesa.

Credere di poter ridurre a qualche riga l’essenza di quel che è stata la vita di una persona, a maggior ragione se non la si conosceva personalmente, se non altro è superbo. 
D’altro canto, non si può nemmeno trascurare la morte di una personalità tanto influente per il timore di mancargli di rispetto con qualche inesattezza, attribuendogli magari qualcosa che pensavamo fosse suo e che invece era solo nostra, oppure affibbiandogli solo quel che siamo riusciti a comprenderne.

Anche per queste ragioni, nonostante “la faccia di scusa più che imbarazzo”, abbiamo comunque deciso di provare a parlare di un uomo che è stato capace di influenzare più persone di quante non ne abbia conosciute e che, verosimilmente senza nemmeno proporselo, ha avuto un impatto considerevole sulla comunità musicale e sulle nostre vite. 

Scriverne, quindi, diventa inevitabilmente scrivere anche di noi stessi, magari scongiurando la foto con il morto ed evitando di sovrapporre o anteporre la nostra storia a quel che effettivamente è stata la vita di una persona che non avrà più modo di replicare. 
E, come se non bastasse, alla morte di qualcuno che aveva avuto modo di conoscere o ammirare in vita Albini rendeva omaggio solo con un laconico “Requiescat”. 

A dispetto di tutte le difficoltà del caso, per tutto quel che ha realizzato con le proprie band, prodotto con i gruppi che ha assistito e per le opinioni nette che non mancava mai di manifestare, Steve Albini è stata una delle persone più influenti, se non la più influente, della scena punk DIY. 
D’accordo o meno con la sue idee, sebbene i cambi di opinione e le contraddizioni, è stato un privilegio poter assistere mentre era ancora in vita alla sua opera e al suo pensiero.

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D’altra parte, il valore di quel che è stato Albini di sicuro non dipende dal numero di volte in cui ne abbiamo condiviso le opinioni. E questo perché Steve Albini, oltre che un musicista ed un ingegnere del suono, è stato – forse inconsapevolmente – anche un intellettuale, dal momento che con il suo operato ha determinato un cambiamento, prima ancora che consensi, intrattenimento e critiche. 

Con il passare degli anni, poi, Albini ha sempre più scoperto le sue carte sfatando anche l’immagine del cinico moralista presuntuoso. L’empatia, l’acume, l’integrità morale e l’umorismo sono stati i tratti che forse più l’hanno contraddistinto. E, nonostante le apparenze, ci teneva agli altri. 
È stato un esempio, era generoso e non era mosso dal solo scopo di accumulare quanto più denaro possibile. Non che il pauperismo sia necessariamente indice di virtù o superiorità morale; tuttavia, se avesse voluto avrebbe potuto tranquillamente chiedere molto di più di quel che ha ottenuto. 

Malgrado i repentini cambi di idea, le antinomie e le opinioni che non abbiamo condiviso, è stato sempre una  bussola morale in un ambiente in cui – come in tanti altri – il profitto può far perdere di vista il rispetto verso gli altri. Steve Albini, per noi, è stato importante anche per questo. 

Con questo compendio della sua attività culturale non abbiamo la pretesa di sapere quanti e quali siano i migliori album a cui Albini abbia preso parte – probabilmente il nostro articolo sarebbe stato smentito, quantomeno in parte, da lui in primis -, malgrado ciò abbiamo senza altro dimestichezza con quei dischi che grazie al suo passaggio su questo mondo hanno più segnato il nostro.

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Slint – Tweez (1989, Touch and Go)

Anno 1989: i Sonic Youth suonano a Kyiv in un live spettacolare, i Nirvana realizzano Bleach e il grunge e la scena di Seattle si impongono come una referenza internazionale. Dall’altro lato del paese invece, in Kentucky, più precisamente a Louisville, qualcosa sta cambiando.

Già da un paio di anni gli Squirrel Bait (McMahan e Walford) si ritrovano a suonare in giro con i Big Black di Albini. I primi però passano quasi inosservati e confluiscono in una band emergente che si riunisce in studio insieme a Steve per lavorare ad un sound tutto nuovo: prenderanno il nome di Slint, e con loro nascerà il post-rock per come lo intendiamo oggi.

Si tratta di un mix inedito di hardcore rivisitato, progressive, psichedelia e free jazz. L’album d’esordio che poserà le basi di tutta una scena (Tortoise, Dirty Three, June of 44 per citarne alcuni) è Tweez. La copertina in bianco e nero raffigura il frontale di una Saab 900 Turbo ed Albini viene inserito nel booklet come Some Fuckin’ Derd Niffer.

Nove tracce che, come tasselli di un mosaico, compongono un’unica immagine. Tutti i titoli dei brani infatti sono i nomi effettivi dei genitori dei diversi membri della band, ad eccezione di Rhoda (omaggio al cane del batterista). Quasi interamente strumentale (con piccole parti vocali parlate e non cantate come in Ron e Carol), l’album risulta complesso e spigoloso, un noise acido ed anarchico con accenni funk e psichedelici.

Scevro dei codici e delle referenze dell’epoca, ad un primo ascolto potrebbe quasi apparire con un enorme esercizio da studio, e invece si tratta di un lavoro consapevole che unisce rottura e improvvisazione. L’aneddoto infatti vuole che in occasione della registrazione la band non avesse i testi pronti e che si basò dunque sulle registrazioni delle loro conversazioni fatte da Albini.

Distorto, ossessivo ed eccessivo, Tweez è il predecessore perfetto di Spiderland, che viene da sempre citato come pietra miliare del post-rock. Da riascoltare ancora e ancora.

[Paola Simeone]
The Jesus Lizard – Head (1990, Touch and Go) / Goat (1991, Touch and Go)

Reali successori delle idee sviluppate da Albini con Big Black e Rapeman, i Jesus Lizard nascono proprio da una costola di questi ultimi grazie al batterista David Wm. Sims, a cui si aggiungerà, tra gli altri, David Yow, cantante degli Scratch Acid. La produzione di Albini qui è al massimo splendore e creerà le coordinate per la futura esplosione alternative rock.

Head è un disco acido e crudo, dove la chitarra spigolosa di Duane Denison domina sul resto, riprendendo idealmente il post-industrial cauterizzante albiniano, inserendo il noise rock dei Sonic Youth e la voce animalesca di Yow.

Goat invece toglie gli spigoli senza far venir meno le atmosfere claustrofobiche e spingendo forte sulla sezione ritmica: il basso diventa ipnotico e mantrico, mentre la chitarra, che si è rarefatta rispetto all’esordio, cede spazio risaltando parti strumentali e cantate.

I Lizard sforneranno altri lavori di qualità come Liar e Down, sempre sotto la supervisione di Steve, ma le vette raggiunte con i primi due dischi sono difficilmente eguagliabili. 

[Gianluca Marian]
Superchunk – No Pocky for Kitty (1991, Matador)

Nonostante una evidente predilezione per la produzione di dischi crudi, sporchi, dal gusto punk e hardcore, Albini si è cimentato in lavori più che velatamente pop come Surfer Rosa, Pod e soprattutto Seamonsters; ed è in tale contesto che si sviluppa questo disco del 1991.

No Pocky for Kitty dei Superchunk è il primo riassunto del popcore di Hüsker Dü e The Replacements, con il grasso colato indie dei Dinosaur Jr..
Post-hardcore, noise pop e rock, slacker, power pop, indie rock ed emo si fondono, creando un orgcore ante-litteram (molti riconoscono come principio del genere 24 Hour Revenge Therapy dei Jawbreaker, un’altra produzione albiniana).

Il disco è adrenalinico e si percepisce tutta la sua urgenza scaturita da sole 36 ore di registrazione, colte dalla sapiente presa diretta di Steve.
Le antemiche Seed Toss, Cast Iron, Tower e Throwing Things sarebbero un sogno bagnato per moltissime band pop punk e simili odierne.

[Gianluca Marian]
Nirvana – In Utero (1993, Geffen)

Kurt Cobain venne rapito dai riff distorti e al fulmicotone di Surfer Rosa dei Pixies e dall’irresistibile power pop di Pod delle Breeders durante il tour di Bleach. È almeno ad allora che va fatta risalire la sua stima per il lavoro Steve Albini. 

Dopo il clamoroso successo di Nevermind e la sbornia post-tour, i Nirvana ebbero il tempo di ritornare in studio e mettere mano sul quel che sarebbe stato il loro terzo ed ultimo album, In Utero.

Il proposito dei Nirvana era di “registrare il nuovo materiale su 8 tracce con Jack Endino (il produttore di Bleach, ndr), portarle in uno studio a 24 tracce con Steve Albini e alla fine scegliere le versioni migliori”. Ma le sessioni in studio in studio con Endino non decollarono. 
In concomitanza con l’interruzione delle registrazioni, iniziarono a circolare voci su un possibile ingaggio di Steve Albini alla produzione. 

Erano solo voci, inizialmente anche smentite dallo stesso Albini.
In seguito a tale smentita, approfittando anche del clamore mediatico che la vicenda aveva suscitato, il management della band iniziò a muovere i primi passi verso Albini, la cui irriducibilità lo portò a bypassarli con un fax indirizzato direttamente al trio di Aberdeen, reso poi noto in occasione del ventennale di “In Utero”.

Dopo essersi scusato per non aver contattato prima il gruppo perché impegnato nella registrazione di un disco con i Fugazi, Albini mise nero su bianco quel che può essere definito il suo white paper, spiegando anche la sua metodologia di lavoro: 

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Sebbene le registrazioni fossero terminate e la band sembrasse soddisfatta del risultato, l’iter che avrebbe dovuto portare il disco alla pubblicazione subì dei forti rallentamenti. Gary Gersh, A&R della Geffen, aveva messo in dubbio il risultato ottenuto dai Nirvana in studio con Alvini. In più, la distribuzione dell’album non era stata ancora pianificata perché sarebbe stato necessario un nuovo missaggio. 
Dal suo canto, Albini non si rese disponibile a mettere in discussione il proprio metodo di lavoro e il risultato ottenuto in studio con i Nirvana.

Alla fine su la Geffen virò su Scott Litt, che mise le mani solo su Heart-Shaped Box e All Apologies.
Le modifiche apportate furono insignificanti e in qualche modo osteggiate dalla stessa band che aveva sempre apprezzato il frutto del lavoro in studio con Albini.

Ad Albini, famigerato per la sua etica inflessibile, ispirata ai principi del punk e del DIY, nonostante le sue contraddizioni e i cambi di opinione – proprio come quelli di chiunque – non andò mai giù quella vicenda che stava per compromettergli reputazione, carriera e, soprattutto, non ha mai tollerato la manomissione subita dal suo lavoro. 

La forza di In Utero e, più in generale, delle produzioni di Albini risiede nella riluttanza di quest’ultimo nel prendere qualsivoglia decisione artistica sui dischi che aiutava a registrare e nella ferma volontà di preservarne le imperfezioni, a favore dell’energia catturata.  

Il disco venne pubblicato il 21 settembre 1993, Kurt Cobain si tolse la vita il 5 aprile del 1994.
Senza saperlo, con la sua “non produzione” Albini contribuì ad un dei dischi più importanti del grunge e degli anni ’90 e, senza volerlo, al testamento di Cobain che, prima di farla finita, volle dare in pasto ai suoi iconolatri i demoni che lo perseguitavano e le proprie mire autodistruttive. 

Se Nevermind è considerato un manifesto generazionale, In Utero passerà alla storia come l’odissea personale di Cobain.

PJ Harvey – Rid of Me (1993, Island)

Rid of Me è stato il secondo album della lunga carriera di PJ Harvey, un’esplosione di suoni ruvidi e sensualità prorompente, il più significativo manifesto della Polly Jean in versione femme fatale dei primi anni Novanta.

Parlando del disco in una intervista del 1993 al programma – 120 Minutes – su MTV, PJ descrisse alla perfezione il contributo all’opera di Steve Albini, il quale registrò tutte le tracce meno una: 
“Non sembra che sia passato attraverso un processo di registrazione o che venga fuori da degli altoparlanti. Puoi sentire il suono che lui registra; è per questo che ho voluto lavorare con lui, perché tutto ciò che ho sempre desiderato era che fossimo registrati come quando suoniamo insieme in una stanza; e non è mai stato così prima d’ora.”

Una collaborazione professionale che non si è ripetuta nei successivi lavori dell’artista originaria del Dorset, ma un’amicizia vera che è rimasta solida nel tempo.

Nel post ricordo su Instagram, PJ ha scritto di aver imparato tanto da Steve Albini a livello musicale e nella vita. Un legame umano che andava oltre e toccava diverse sfere, compresa quella culinaria. Ad esempio quando PJ, da sempre un rinomato pollice verde, era solita inviare a Steve le marmellate prodotte coi frutti del suo orto; e lui rispondeva con consigli mirati per migliorare le confetture, come la sua ricetta speciale della marmellata di rabarbaro senza noci (link). 
Anche in quello, mai banale.

[Dario Damico]
Burning Witch – Towers (1996, autoprodotto)

In origine c’erano i Thorr’s Hammers, fondati dai poco più che ventenni Stephen O’Malley e Greg Anderson, i quali dopo poco tempo decidono di sciogliere il seme da cui tutto è partito per dar vita ai Burning Witch, sulla linea del progetto precedente ma con andamento più sludge e marcio.

Così, nel settembre 1996 i Burning Witch (da cui Anderson va via ancor prima di sedersi nei Robert Lang Studios di Seattle) registrano quello che sarà il loro EP di debutto, dal titolo Towers, che vedrà l’uscita effettiva soltanto due anni dopo.
Registrato e prodotto da Steve Albini, apparentemente piuttosto lontano da quel mondo fatto di urla sataniche e scurissimi rituali, questo lavoro rappresenta l’origine del sodalizio tra lui e Stephen O’Malley.
Unione d’intenti destinata a rimanere viva fino ai giorni nostri, complice la bellissima dedica al produttore/amico pubblicata sulle pagine ufficiali dei Sunn O))).
O’Malley sottolinea come le registrazioni di Towers simboleggino un’importante violenza cinetica nei testi, a cui si va ad aggiungere il ritmo inquietantemente spettrale dei quattro pezzi in ballo. 

Agli amanti di atmosfere pesanti, agli amanti dell’eterno Steve.

[Federica Finocchi]
Shellac – 1000 Hurts (2000, Touch and Go)

Raccontare la parabola artistica e personale di Steve Albini passando per gli Shellac è un’evidenza.
Gli Shellac vengono fuori dalla piccola scena alternativa di Chicago in cui tutti conoscono tutti, e lo stesso vale per Albini, Bob Weston (basso) e Todd Trainer (batteria).
L’idea di base è quella di realizzare un suono più fluido e organico – per stessa ammissione di Albini – rispetto ai suoi precedenti esperimenti con Big Black e Rapeman. Ma il resto è storia.

Dopo tre album pubblicati nei ’90, il nuovo millennio porta ad altissime aspettative e la band risponde realizzando il suo terzo album: 1000 Hurts.
Il titolo è un gioco di parole abbastanza geek, “1000 Hurts = 1000 hertz”. La copertina dell’ LP è un chiaro omaggio ai vecchi nastri audio prodotti dalla Ampex (di cui la band si dichiara fan), mentre per la versione CD viene stampata l’immagine di uno oscilloscopio con un inchiostro che si illumina al buio.

“Non ci sono pezzi da 12 minuti in quest’album. È molto più cattivo. Todd canta”: è così che lo presenta la band. E in effetti, rispetto ai lavori precedenti, 1000 Hurts brilla in tutta la sua purezza minimal.
Analogico, registrato in presa diretta nell’ Electrical Audio Studios tra il ’98 e il ’99 e passato per i mitici Abbey Road per la masterizzazione, l’album racchiude dieci pezzi stringati (il più lungo, Mama Gina, è di 5:44) e segna una rottura con i lavori precedenti.
Ci troviamo davanti ad amtosfere buie, quasi industrial, con questo lo-fi/noise/math rock/post-hardcore freddo e spigoloso. I paesaggi sonori odorano dell’alienazione dei sobborghi residenziali ordinati di Chicago, quelli dei racconti di Norman Mc Lean, lo scrittore preferito di Albini.

Il manifesto è sicuramente il pezzo di apertura, Prayer to God. Tra riff abrasivi e martellanti, la chitarra di Albini sembra dondolare sulla voce distorta che implora: “To the one true God above, here is my prayer […] There are two people here, and I want you to kill them”).
“Fucking kill him” diventa un mantra atroce.

1000 Hurts sono mille ferite, mille tagli dell’opera stessa che potrebbero avere la firma di Lucio Fontana. Un album indispensabile, crudo, brutale, rabbioso e realizzato nella più onesta e totale dedizione alla musica, da riascoltare in attesa di To All Trains.

[Paola Simeone]
Low – Things We Lost in the Fire (2001, Kranky / Tugboat)

Con il loro quinto album, i Low esordiscono una seconda volta. Dopo i lavori degli anni ’90 di puro slowcore, il duo di Duluth, Minnesota, decide di dare una svolta al loro suono tramite un approccio più “pop” alla loro musica.
E, per riuscirvi, la produzione di Things We Lost In The Fire viene affidata a Steve Albini, che riesce in effetti a dare quell’esatto suono che Mimi e Alan volevano dare al disco.

Albini ha mantenuto l’aura slowcore dei Low, fredda e impalpabile, ma è riuscito anche a rendere le canzoni dell’album più calde, avvolgenti e familiari. Quel caleidoscopio di emozioni pop rock che rende questo disco fondamentale nella discografia dei Low, e anche uno degli album più belli del panorama alternativo di inizio millennio, è per l’appunto tutta farina di Steve, che ha rilanciato nell’iperspazio una band che stava diventando troppo ripetitiva.

Brani come Sunflower, Dinosaur Act e In Metal suonano sì slowcore, ma anche pop, folk, indie rock. Sono pezzi che brillano di luce propria, che risplendono ed esaltano l’immensa bravura della band.
Grazie a Steve Albini, i Low ritrovano la propria strada e quel vigore che si stava perdendo, e abbracciano quel suono che negli anni successivi si consoliderà sempre di più e darà alla luce i dischi migliori della carriera di Mimi Parker e Alan Sparhawk.

[Federico Longoni]
Neurosis – A Sun That Never Sets (2001, Relapse)

Nel cataclisma apocalittico che non ha mai scalfito la produzione discografica dei Neurosis, lo squarcio spartiacque si apre nel 1999 con il titanico Times of Grace, che segna l’inizio di una collaborazione ultradecennale con Steve Albini.
È però del disco successivo che voglio parlarvi, quello che mi ha travolto per la prima volta nella creatura Neurosis: A Sun That Never Sets.

Siamo nel 2001 e l’alchimia tra Steve e la band è già granitica. Una sintonia d’intenti, un riflesso prismatico tra i suoi metodi di registrazione e la proposta compositiva del gruppo di Oakland che ha una sua Genesi: “they’re an example of a band that has figured out what they want to sound like. When they go into the studio, they basically execute that plan.” 

Un’attitudine senza compromessi al 100%. Asciutta e viscerale. Con A Sun That Never Sets l’evoluzione pachidermica del post-hardcore conquisterà un nuovo e sconosciuto orizzonte, per l’appunto “falling through a world unknown”. 

Le texture delle suite si fanno più intricate, dilatate e atmosferiche. Strati di gelide folate che incidono marziali, racchiuse nell’anima bruciante delle profonde corde vocali di Steve Von Till e Scott Kelly.
E Albini opera da amanuense, dosando perfettamente le parti dell’equazione: le voci strazianti in rilievo a distruggerti la carne, i colpi di Jason Roeder alla batteria che ti lacerano l’anima quando le distorsioni strumentali e le manipolazioni sonore dei Neurosis cadono dal cielo come macigni liberatori.

Ci sono i violini, ci sono gli abbozzi folk che contraddistingueranno la band nell’ultima parte di carriera, c’è tutto uno spettro sonoro inquietante e impetuoso che Albini cattura e incide con una fedeltà ritualistica. Ritualistica, sì.

Per me i Neurosis hanno sempre avuto un significato intimo e spirituale, e ora che siamo al 13 maggio 2024 e Albini non c’è più, quando partono i tenui arpeggi di Crawl Back In e dalla penombra si levano gli archi malinconici, prima che la band torni a tuonare a piena potenza “we laid so long, eternal night, in my heart it never left I’ll stand here, you go on” sorrido nostalgico pensando a Steve. E sussurro un sincero grazie di tutto.

[Daniel Molinari]
mclusky – Mclusky Do Dallas (2002, Too Pure)

Sarcastico e dissonante, spigoloso e dissacrante, disagiato e volgare: il secondo album della band gallese è uno di quelli che meglio intercetta alcune delle prerogative che hanno reso Albini un vero e proprio totem della scena indie e alternativa internazionale.
Del resto, dal sodalizio con una band sui generis come i mclusky non poteva che venire alla luce un lavoro imperdibile e detonante, oltre che sardonico fin dal titolo stesso (mutuato da quello di un celebre film porno di fine anni ‘70).

Quello del trio di Cardiff è un noise che ha tutta l’efferatezza del post-hardcore e l’immediatezza del punk, oltre che un innato gusto per la melodia che rende il tutto dannatamente coinvolgente e orecchiabile.
Le convulse Lighstabre Cocksucking Blues, What We’ve Learned, To Hell With Good Intentions sono veri e propri manifesti di disagio e nevrosi, ma i mclusky dimostrano di saperci fare anche quando rallentano i ritmi (Fuck This Band).
Un guazzabuglio sonoro a cui la mano di Albini dà un ulteriore tocco di ruvidezza e dissonanza, uno di quei dischi da mettere su quando avverti il bisogno di ricordarti che non sei l’unico disagiato su questo pianeta.

“My love is bigger than your love”. E anche il malessere, forse.

[Vittoriano Capaldi]
Songs: Ohia – The Magnolia Electric Co. (2003, Secretly Canadian)

Qualche giorno fa, sull’immarcescibile last.fm, mi sono imbattuto nel seguente commento: “Hope Jason Molina and Steve Albini are jamming together in the great beyond”. Una cosa che suppongo abbiamo pensato in tanti in questi giorni, un parallelismo doloroso e pressoché inevitabile.

Dodici persone in una stanza, tutte intente a suonare in presa diretta un pezzo mai provato prima insieme. La registrazione di quel capolavoro assoluto che è Farewell Transmission, brano di apertura e manifesto dell’album, è un autentico miracolo, oltre che la dimostrazione più lampante dell’obliquità geniale che caratterizzava Albini.

Un disco che è uno spartiacque, sia nella vita musicale di Jason Molina (da un lato è l’ultimo uscito a nome Songs: Ohia, ma rappresenta anche una sorta di introduzione al futuro progetto Magnolia Electric Co.), che, più in generale, nel cantautorato a tinte folk e indie a cavallo tra i due millenni.
Un lavoro intriso di malinconia, dolore ma anche di quella speranza tenue eppure persistente che riesce a tenere in vita persino le situazioni apparentemente più disperate (e l’esistenza di Jason era realmente pervasa da una sofferenza senza tempo).

Ascoltare la conclusiva e struggente Hold On Magnolia o la lacerante Peoria Lunch Box Blues – magistralmente interpretata da Scout Niblett – fa tornare in mente le parole che Albini stesso declamava in uno dei pezzi più caustici dei suoi Shellac: “We’ll be lucky if I don’t bust out crying”.
Otto tracce in cui immergersi senza riserve, lasciandosi cullare da una melanconia sofferta e al tempo stesso conciliante.

“I will be gone, but not forever”.

[Vittoriano Capaldi]
OM – Pilgrimage (2007, Southern Lord)

Da una costola degli Sleep (basso e batteria) nascono gli OM, band americana che prende il nome dal concetto Hindu di “om”, che a sua volta si riferisce alla vibrazione naturale dell’universo. E infatti nel progetto troviamo elementi di musica tibetana ed etiope, miscelati ad un’altissima dose psichedelica e iconografie cristiano/ortodosse che da Pilgrimage in poi avranno un ruolo fondamentale.

Steve Albini è il produttore di questo terzo disco e lo sarà anche nel quarto lavoro degli OM, ma è con Pilgrimage che il Nostro definisce il suono della band. Un sound decisamente più esoterico e contemplativo rispetto ai precedenti lavori, che prende ossigeno dal resto del mondo e concede spazio a chi ascolta.
Grazie ad Albini, il lavoro assume l’aria di una seduta di meditazione tra incensi e fumi di ogni tipo: non sai se ne uscirai sorprendentemente guarito o parzialmente stordito, ma sai che quella è la miglior via tentatrice.

Nello stesso anno il nostro Steve dimostrerà di averci preso gusto, producendo altri dischi molto ston(ati)er, tra cui Good Luck and Good Speed dei Weedeater e Scream of the Iron Iconoclast degli Stinking Lizaveta

Il consiglio è di lasciarsi andare ai ritmi trascendentali di Pilgrimage (ma anche del successivo God Is Good) a cui Steve Albini ha, ancora una volta, conferito il suo tocco magico.

[Federica Finocchi]
Cloud Nothings – Attack On Memory (2012, Carpark / Wichita)

Dylan Baldi nel 2011 ha vent’anni e un cassetto pieno di pezzi “depressi”. Ha appena trasformato Cloud Nothings, il suo progetto indie pop da cameretta, in una vera e propria band per poter suonare live, e l’impatto di questi nuovi brani sul palco è di quelli che ti stende, una gragnola di riff a rotta di collo supportati da una batteria impazzita. Per il primo album “serio”, Baldi vuole che il disco suoni esattamente come la band dal vivo (“ed è quello che fa Steve Albini […] ecco perché l’abbiamo scelto”). 

La storia da qui in poi è semplice: Albini registrava chiunque, intervenendo solamente quando sentiva che qualcosa non funziona. Per il resto del tempo si faceva amabilmente i cazzi suoi, nel caso dei Cloud Nothings giocando a Scarabeo su Facebook (a quanto pare utilizzando bizzarre parole di due lettere che nessun altro nella stanza conosceva) e aggiornando il suo blog di cucina. 

(Steve) non ci ha dato nemmeno un suggerimento durante le registrazioni”, ma la sua mano si sente in maniera tangibile su ogni colpo della batteria di Jason Gerycz e sulla chitarra feroce di Baldi. Pezzi iconici come Wasted Days, Stay Useless, Cut You, Our Plans sarebbero esistiti comunque, ma probabilmente non avrebbero mai suonato in maniera così perfetta per l’urgenza e la sorda disillusione che volevano comunicare.

L’album che vedrà la luce nel 2012 da queste registrazioni, Attack On Memory, è tante cose: l’ingresso in scena di una delle migliori band nel coniugare sfuriate ai limiti del noise e melodie incredibilmente pop (oltre che una delle più continue), la fotografia di una generazione perduta che ha come unico sfogo quello di alzare il volume e un tassello fondamentale degli ultimi anni in cui l’indie rock rumoroso era ancora rilevante, prima che il poptimism di prendesse tutto.

[Sebastiano Orgnacco]
Sunn O))) – Life Metal (2019, Southern Lord)

La si può percepire sotto il gelido e imperturbabile drone, attraverso la scorza dura ed impenetrabile delle maestose distorsioni, oltre il vuoto imperscrutabile disegnato dalle chitarre di Stephen O’Malley e Greg Anderson: in Life Metal esiste un’anima eterna, pulsante come una lontana stella già spenta di cui ancora riusciamo a scorgere la fredda luce. Un cuore che batte nei nitriti dei destrieri che introducono Between Sleipnir’s Breath, nell’algida voce dell’islandese Hildur Gudnadòttir.

Facciamo un salto indietro all’estate del 2018, quando i Sunn O))) decidono di affidarsi alle sapienti mani di Steve Albini, agli Electrical Audio di Chicago, per la produzione di Life Metal – poi pubblicato il 26 aprile dell’anno successivo. L’esperienza del Nostro maturata nei contesti più “rumoristici” della scena alternativa si rivela un immenso valore aggiunto per il misterioso duo americano. L’approccio totalmente analogico di registrazione e mastering cattura ogni singolo dettaglio della titanica opera, esaltandone una potenza domata e controllata che su disco riesce a risultare quasi simile ad una sensazionale esperienza live.

Come una stella morente che ancora emana la sua luce, anche a distanza di anni continuiamo a captarne l’immortale essenza; un album che è la colonna sonora di tutte le nostre più torbide attività dell’inconscio, ne sentiamo ancora l’eco riverberare fra le nostre sinapsi come un oscuro, persistente pensiero in background. 

[Francesca Prevettoni]
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Last modified: 30 Maggio 2024