Unwound, trent’anni di New Plastic Ideas

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L’inarrestabile ascesa verso l’olimpo della dissonanza, tra post-hardcore, nichilismo e un vago sentore di ineluttabilità.
[ 21.03.1994 | Kill Rock Stars | post-hardcore, noise rock, post-rock ]

“Doesn’t really matter”.
Nichilismo, apatia, indifferenza. Tutto concentrato in poche, semplici parole, sputate fuori tra una bordata di feedback e l’altra in Entirely Different Matters, traccia d’apertura di New Plastic Ideas, secondo album in studio degli Unwound.

Il trio formatosi tra Tumwater e Olympia, Washington, aveva ben chiaro fin dall’inizio quale sarebbe stato il percorso da seguire, arrivando poi a perfezionare e personalizzare i propri intenti uscita dopo uscita.
La lucida disperazione degli Slint, la veemente dissonanza dei Fugazi, lo sperimentalismo spinto dei Sonic Youth, il passionale malessere dei Rites of Spring: un concentrato di tutto questo e molto altro, per un suono che viene costantemente scomposto e rielaborato in maniera personale e inconfondibile.

A cavallo tra il 1993 e il 1994, il compito che attende Justin Trosper, Sara Lund e il compianto Vern Rumsey è quello di migliorare e rendere ancor più personali i contenuti del distorto e detonante debutto di Fake Train.
Per riuscirvi, i tre puntano a forgiare un suono che risulti al tempo stesso ruvido e dirompente, tagliente e atmosferico, mostrando anche una innata tendenza alla sperimentazione che col tempo diverrà un tratto imprescindibile del percorso artistico della band.

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La drammatica Arboretum è perfetta per comprendere fino a che punto le sonorità del trio si siano già fatte estremamente mature e personali. L’indolente inizio scandito dalla voce di Trosper viene sconquassato dall’ingresso in scena di una sezione ritmica a dir poco incisiva, con le perforanti linee di basso di Rumsey a suonare come una selva di minacciosi tuoni in arrivo. Una coda sonica figlia di Daydream Nation suggella un brano che coniuga alla perfezione post-hardcore e slowcore, noise e post-rock. Vera e disperata melanconia.
Non da meno è Hexenzsene, uno degli episodi più vagamente orecchiabili del disco, che si esalta nell’alternanza tra bordate sonore dense di distorsioni e rallentamenti colmi di pathos.

Se però è vero che uno dei tratti più distintivi e seminali della band è il suo proverbiale post-hardcore dissonante e angolare, New Plastic Ideas presenta in tal senso alcuni dei pezzi più compiuti e riusciti.
Dalla tormentata Envelope alla nevrotica Entirely Different Matters, passando per la ruggente All Souls Day, la vena rumorosa del gruppo si esalta in un vortice di drammatica efferatezza sonora, con l’irresistibile batteria di Lund costantemente impegnata a costruire un’impalcatura poderosa e sfuggente allo stesso tempo.

Ciò che puntualmente colpisce degli Unwound è la capacità, album dopo album, di suonare sempre uguale a sé stessi eppure ogni volta diversi. In ogni lavoro si aggiungono nuove sfumature, si imboccano direzioni inesplorate, si scorgono velleità inaspettate, eppure sono loro, sempre loro, immancabilmente loro.
Sebbene inseriti in un contesto artistico perfettamente riconoscibile, suoni e intenti risultano assolutamente unici e personali, impossibili da confondere e, di conseguenza, imprescindibili per una quantità incalcolabile di band a venire.
È musica che va sempre oltre, in continuo movimento, ed è forse questo il più grande merito ascrivibile al gruppo.

Il parossistico nichilismo trova completa esaltazione nella conclusiva Fiction Friction, angosciata perla post-slowcore. 
It’s a shattered day all around, it’s a shattered day in our town / It’s another day down the drain, it’s another day just the same: l’inesorabile e apatico dolore di un’intera generazione viene scolpito nella pietra come un mantra indelebile. Puro e ineluttabile post-esistenzialismo.

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È davvero complesso stabilire se l’album in questione sia effettivamente il migliore degli Unwound. E forse è anche futile, dal momento che si è al cospetto di una discografia quasi irripetibile per qualità, varietà e importanza storica.
Gli si potrebbe forse preferire la criptica sfrontatezza di Repetition, oppure la sfrenata irruenza di Fake Train. Per non parlare della desolata alienazione post-tutto di Leaves Turn Inside You, canto del cigno della band (e non solo, ma questa è un’altra storia).

Quel che conta è che, se siete alla ricerca di un suono al tempo stesso graffiante e desolante, ansiogeno e dissonante, apatico e sferzante, (ri)scoprire New Plastic Ideas dovrebbe essere la prima cosa da segnare in agenda.
In fin dei conti, non sempre è vero che “doesn’t really matter”.

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Last modified: 13 Aprile 2024