Spiritualized Tag Archive

TOdays Festival 2019 [ PHOTO REPORT ]

Written by Live Report

Un po’ di scatti dalla rassegna torinese, tra sPAZIO211 e Incet.
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TOdays 2019, emozione vera e profonda

Written by #, Live Report

Ride, Jarvis Cocker, The Cinematic Orchestra, Nils Frahm
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Cartoline dal TOdays 2019

Written by #, Live Report

Alcune impressioni dall’edizione del festival torinese appena conclusasi.
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TOdays Festival, al via l’edizione 2019 | info e timetable

Written by Eventi

Tutto quello che c’è da sapere sulla quinta edizione del festival torinese.
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Hozier, Spiritualized, Nils Frahm e gli altri annunci del TOdays 2019

Written by Eventi

Anche Jarvis Cocker e The Cinematic Orchestra per la quinta edizione del festival torinese.
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Desert Ships – Eastern Flow

Written by Recensioni

Il ritorno degli inglesi è un buon mix di elementi pop, dream, space e psych
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ITALIANS CHOOSE IT BETTER | i migliori live al Primavera Sound 2018 secondo gli artisti italiani

Written by Eventi, Interviste

In vista dell’uscita della famigerata timetable, ho chiesto ad alcuni musicisti – ai miei preferiti, obviously – di darmi qualche dritta sugli act da non perdere quest’anno, suggerimenti da parte di addetti ai lavori che potessero aiutarmi anche a scoprire qualcuno tra i nomi meno noti in cartellone.

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di dicembre 2017

Written by Eventi

Teho Teardo, Death in Vegas, Julia Holter, Boy Harsher… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #11.11.2016

Written by Playlist

Primavera Sound 2015 – parte I

Written by Live Report

Barcellona a maggio è una città ingiusta nella sua imprevedibilità meteorologica, e nonostante possa avvalermi di una informatrice in diretta sul campo finisco sempre per fare una valigia di dieci chili di inutilità. Nei giorni del Primavera Sound le temperature si rivelano sempre inversamente proporzionali alla pesantezza del vestiario selezionato. Portatevi dietro almeno due parka e potrete star certi di trovare un clima torrido come quello dell’edizione appena trascorsa (brezza marina violenta alle 4 del mattino a parte, quella non se ne perde neanche una).
La kermesse catalana ha compiuto quindici anni e in questo caso, pur trattandosi di una signora, mi permetto di dire che li dimostra tutti, perchè sotto la maggior parte degli aspetti l’affermazione è in senso buono. Quindici edizioni sono trascorse dalla prima nel 2001 a Montjuïc, una sola giornata per una dozzina di performance, fino a raggiungere rapidamente una portata tale da coinvolgere e apportare beneficio a tutta la città grazie all’ampio respiro internazionale di cui ormai gode (che non è solo un bel modo di dire quando ti capita di ingannare l’attesa pre-Interpol aggrappata alle transenne della prima fila in compagnia di due sconosciuti provenienti rispettivamente da El Salvador e da Israele).

prehome_2015

Ci sono tante cose che adoriamo del Prima ma ce ne sono anche molte altre che ci fanno incazzare parecchio. Forse è questo il motivo per cui continuiamo a tornarci, un po’ come ci ritroviamo a fare con gli amanti stronzi.

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Ci piace un sacco il fatto che, oltre alla tre-giorni intensiva al Fórum del Mar, tutta la settimana del Primavera Sound sia dedicata agli eventi live. Mercoledì sera, dopo un rapido ritiro del braccialetto (ultimo momento utile per sbrigare la faccenda evitandosi le code chilometriche del primo giorno di festival vero e proprio), ci gustiamo Albert Hammond Jr. e quella che sarà una delle varie performance della famiglia Strokes all’interno di questa edizione. Non ci piace però il fatto che il mercoledì sembri sempre un grosso sound check generale, e il palco ATP che guarda verso il mare aperto probabilmente non risulta di facile gestione. Timbro vocale nettamente meno virtuoso rispetto alle sue eccezionali doti di chitarrista ma, complice una sezione ritmica ben assestata, Hammond e i suoi ci fanno sculettare a dovere.

Il Primavera ci piace perchè è un viaggio nel tempo ininterrotto, che oscilla tra luoghi reconditi del passato e le ultime novità proiettate al futuro. Qualche salto sulle note di “Enola Gay” ma senza farsi intenerire troppo, perchè l’alternativa al momento revival che gli OMD ci offrono sono i Viet Cong all’Apolo, che valgono tutto il largo anticipo con cui conviene arrivare causa alta probabilità di restarne fuori.
Atmosfera da saloon per il main stage illuminato di rosso, Mike Wallace si aggira attorno al banchetto del merch sgranocchiando carboidrati non meglio identificati. Avrà modo e tempo di smaltirli durante un’ora di performance in cui pesterà sulla batteria con un’energia fuori dal comune. I giovani canadesi meritano tutta l’attenzione che hanno ottenuto dopo il debutto con l’EP omonimo in gennaio. Gli arrangiamenti in versione live suonano meno stratificati e l’essenzialità conferisce un vigore che va oltre ogni aspettativa, unito alla voce di Matt Flegel che perde la componente ovattata per farsi greve e urlata. Distorsioni prolungate e perforanti creano un’ipnosi scandita da percussioni potenti e marziali, che dettano di volta in volta le regole del gioco, ora caricando i giri dilatati per un tempo indefinibile, ora scemando e afflosciandosi, in un’altalena emotiva allucinogena.

https://www.youtube.com/watch?v=PR5ptoc9mMw

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Il giovedì mattina scopriamo che non ci piace affatto la prima novità di quest’anno, ossia la necessità di prenotazione per alcuni degli appuntamenti previsti all’Auditori Rockdelux. Ciò significa ad esempio dover arrivare al Forum alle 15, due ore e mezza prima dell’inizio della performance di Panda Bear, peraltro senza alcuna certezza di riuscire ad accaparrarsi i biglietti (un grazie e un concerto pagato per chi lo ha fatto anche per me che mi sono alzata alle 16). Ci piace però inaugurare accomodandoci sulle poltrone della grande sala al piano interrato del Museu Blau e lasciarci avvolgere da cotanta cornice, mentre l’eclettico newyorkese propone uno show in cui peripezie sonore e videoart pesano in egual misura, sensuale e psicotico, dallo stage fino al soffitto di specchi screziati che ne amplifica gli effetti.

Non ci piace invece quando il palco Pitchfork ci frega (e succede di frequente). I Twerps si rivelano imbarazzantemente giù di tono, ma qui non si ha mai tempo di annoiarsi, e ci piace un sacco avere l’imbarazzo della scelta quando si tratta di rivedere il piano d’attacco. Grazie a Baxter Dury al escenario Primavera l’aperitivo del giovedì è salvo.

Una delle cose che ci piacciono di più dei grandi festival è il fatto che in tali contesti gli artisti con lavori in uscita spesso regalino qualche anteprima. Del nuovo dei Sun Kil Moon, uscito qualche giorno dopo il festival, Kozelek ci concede più di un brano. Rompe il ghiaccio sapendo che c’è da rispondere a una domanda che il suo pubblico è costretto a porsi ogni volta, e la risposta è no, stavolta non si lascerà andare agli sproloqui, oggi solo buona musica (anche se poi qualche intermezzo non mancherà, e sarà persino piacevole). “Concederci” è chiaramente un eufemismo se abbinato al soggetto in questione, che dopo una mezz’ora abbondante di performance chiede al pubblico di scegliere tra “Dogs” e uno dei brani inediti, e al sentirsi rispondere la prima opzione esclama un “fuckin’ Dogs!” e sceglie l’altra. Tra i brani nel passato più o meno prossimo, c’è spazio quindi anche per scoprire che nell’atteso Universal Themes le tendenze didascaliche diventano a tratti veri e propri spoken, che si alternano a momenti strumentali più decisi rispetto all’apparato di Benji.
No, proprio non ci piace il fatto che in ogni momento ci siano così tante performance in contemporanea. Capita infatti che scegliendo Kozelek e soci ci si trovi costretti a saltare i Replacements, ma mettetevi l’anima in pace il prima possibile perchè le rinunce saranno tante quante le gioie.

Ci piace parecchio anche lo stage Rayban, con la gradonata vista mare su cui bivaccare all’ora di cena (o in tarda notte, quando la batteria è ormai al 10%). Birra annacquata, paninozzo e Mikal Cronin, ed è subito paradiso. L’eclettico bassista di Ty Segall viaggia ormai spedito sulla sua strada solista e confeziona uno show che si rivelerà tra i migliori di questa edizione, miscelando con disinvoltura episodi del passato Garage con le gemme di Power Pop degli ultimi due album.

Gli Spiritualized sono ormai veterani della manifestazione e non deludono, col loro Alt Rock di qualità che in versione live si srotola con violenza su un pubblico adorante.
Mi dicono dalla regia che l’audio del palco Heineken non ha aiutato i Black Keys. Buon per chi come noi, dopo la psichedelia anglosassone, agli “ohh o-o-ohh” ha preferito trasferirsi al set di Chet Faker.
Ci piace il fatto che da qualche anno il programma del Prima si riveli sempre ben calibrato anche dal punto di vista degli orari, concedendo parecchio spazio anche alle performance elettroniche (in numero limitato fino a poche edizioni fa, anche perchè a un mese di distanza Barcellona ospita un’altra manifestazione interamente dedicata al genere, il Sónar). Dopo la mezzanotte è il momento di iniziare a muovere un po’ il culo a ritmo. Con formazione al completo alle spalle l’australiano si dimena sul palco e fa scintille dividendosi tra microfoni e synth, snocciolando i brani di Built On Glass col morbido timbro Soul che scivola sensuale su un compatto tappeto sintetico fatto di ritmi trascinanti.

Ci piace mantenere intatto il mood, e al cospetto di James Blake il danzereccio di certo non manca, ma l’atmosfera si fa più sofisticata e penetrante. Blake allestisce un set impeccabile e magnetico, senza alcuna necessità di riempire fisicamente il mastodontico stage Heineken, seduto alle tastiere a generare loop in cui la sua voce straordinaria si dilata all’infinito e si attorciglia alle distorsioni propagandosi viscosa.
Tra il pubblico c’è lo stesso Chet Faker, in un tentativo poco riuscito di mimetizzarsi con un foulard in testa a mo’ di chador (ma forse anche un po’ inutile poichè nessuno sembra riconoscerlo a parte noi). Dissuasi da una eloquente occhiataccia del suo accompagnatore, concludiamo il primo giorno di festival senza riuscire a portare a casa alcun selfie con VIP.

I prossimi giorni continueranno a veder susseguirsi performance indimenticabili, ma altrettanto indimenticabili saranno anche un paio di imprevisti.

In attesa della seconda parte gustatevi il live integrale di Mikal Cronin.

https://www.youtube.com/watch?v=Kxdpznuy9j8

 

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Gluts

Written by Interviste

Ciao ragazzi e benvenuti su Rockambula. Cominciamo a raccontare la storia dei Gluts. Come e quando sono nati?

I Gluts sono nati a fine 2010. Dopo vari cambi di formazione e soprattutto di sonorità la svolta vera c’è stata sicuramente a settembre 2012 con l’ingresso di Claudia al basso. Con lei abbiamo finalmente trovato la strada giusta per quello che poi è oggi il suono dei Gluts  e il suono di Warsaw.

Da quali band sono influenzati i Gluts?

Credo che principalmente siamo una band Punk. Anche e soprattutto per la forte attitudine DIY in cui crediamo davvero molto e che ad oggi ci ha dato sempre grandi soddisfazioni. Se parliamo di influenze sonore, sarà banale e scontato dirlo ma sicuramente il suono dei Joy Division e il “wall of sound” degli A Place to Bury Strangers ci hanno influenzato parecchio.

Warsaw è il vostro nuovo disco; a cosa vi siete inspirati per la sua composizione e di cosa trattano i testi?

Credo non ci sia stata una vera e propria ispirazione a livello compositivo. Non ci siamo mai seduti attorno ad un tavolo per decidere cosa volevamo da questo disco o cosa potesse piacere alla gente. Oltretutto non abbiamo MAI avuto un approccio cantautorale alla composizione delle tracce. È molto difficile che qualcuno di noi arrivi con una canzone “preconfezionata”. Tutto quello che sono i brani di Warsaw nasce da pura improvvisazione in sala prove; senza regole, senza schemi o preconcetti. Attacchiamo gli ampli, ci registriamo e vediamo cosa viene fuori. Le idee buone diventano poi canzoni..le altre..vengono scartate. Per quanto riguarda i testi, sarò breve: trattano di tutto quello che ci circonda; la vita, le ingiustizie della vita quello che ci piace o quello che ci fa incazzare. Alcuni testi hanno anche tematiche forti, vero, ma voglio a nome di tutta la band sfatare il mito che i Gluts “siano una band impegnata”. Non è una cosa che ci è mai interessata e non ne saremmo nemmeno in grado. Preferiamo lasciarlo fare ad altri.

Che tipo di lavoro avete svolto per le fasi di mixaggio e registrazione e dove è avvenuto il tutto?

Registrare il disco è stato davvero una figata. Principalmente perché abbiamo lavorato con persone che conoscevamo già da tempo e che sono prima di tutto amici. Le registrazioni sono state fatte vicino a Domodossola nello studio di Francesco Vanni e Davide Galli (ex Piatcions) insieme a James Aparacio, produttore inglese che ha lavorato con band enormi come Liars o Spiritualized (tra le altre). Diciamo che lavorare per la prima volta con qualcuno che conosceva davvero bene a livello di sonorità quello che stavamo cercando è stato molto bello e gratificante. Le fasi di mixaggio poi sono state fatte direttamente da James nel suo studio di Londra; poco da aggiungere, il tocco inglese si sente, noi siamo estremamente soddisfatti ed il disco suona da paura. Era proprio quello che volevamo, un suono internazionale.

A cosa aspirano i Gluts?

(Ride ndr); le aspirazioni! Diciamo che aspiriamo a fare musica che soddisfi ed esalti prima di tutto noi stessi. Quest’anno ci siamo già tolti delle belle soddisfazioni (il MiAmi, A Night Like This Festival ed altri due festival che faremo a breve) e ne siamo felici. Suonare il più possibile, nel limite degli impegni lavorativi di ognuno di noi, è sicuramente l’aspirazione più grande. Riuscire a portare Warsaw al di fuori del nord Italia e anche all’estero sarebbe figo e ci stiamo infatti muovendo per far si che succeda. Non abbiamo più, purtroppo, vent’anni e quindi ovviamente ci sono anche altre priorità. La musica però è la nostra passione, da sempre. Non siamo dei professionisti ma lo facciamo nel modo più professionale possibile e quindi pretendiamo professionalità e serietà.

Dei vostri live cosa ci dite, è difficile trovare un posto dove suonare ed organizzarsi? Nella vostra città come siete messi?

Credo che la dimensione LIVE sia proprio quella dove si possa apprezzare di più chi siamo veramente. Dico questo perché è capitato spesso che amici o anche persone che non conoscevamo dopo un nostro concerto venissero a farci i complimenti per la rabbia e la passione che ci mettiamo. Sul palco  diamo davvero TUTTO e questo chi viene a sentirci credo lo apprezzi molto. Per quanto riguarda l’organizzarsi, ad oggi non sapremmo darti una risposta certa perché stiamo appunto cercando di organizzare un mini tour promozionale di Warsaw in giro per l’Italia per il prossimo inverno e vedremo come andrà. A sensazione comunque penso che ci sia dell’interesse ancora vivo per la musica LIVE e soprattutto gente che abbia voglia di sbattersi e organizzare concerti come si deve. Su Milano, mi permetto di citare mio fratello Marco: “Milano è una bella città, ma un posto del cazzo se si parla di musica” (ride ndr).

Parlando di concerti: dove suonerete nei prossimi giorni?

Abbiamo ancora due date confermati per l’estate e una già confermata per fine settembre. Saremo sabato 9 agosto a Piateda (SO) al Rock And Rodes mentre martedì 12 agosto saremo a Fara Vicentina (VI) all’Anguriara Fest. Siamo molto esaltati di partecipare a questi due festival perché quando siamo stati contattati dagli organizzatori abbiamo subito avuto la sensazione di parlare con persone che ci mettono una passione enorme e credono tantissimo in quello che fanno. Questo è davvero molto importante per noi e quindi non vediamo davvero l’ora. Per fine settembre invece siamo molto contenti di aprire la stagione di un locale storico della nostra zona come il Circolone di Legnano in compagnia di Maria Antonietta. Precisamente venerdì 26 settembre.

Come è stato accolto Warsaw dalla critica?

Direi che tutto sommato fino ad oggi non ci possiamo lamentare. Un risultato fin qui positivo. Come spesso succede un mix di mega esaltazione e disfattismo totale dove la verità sta sempre nel mezzo. Permettimi di dire che secondo me chiunque ascolti Warsaw in maniera oggettiva e senza preconcetti o cazzate attorno di nessun genere non possa dire di trovarsi davanti ad un disco BRUTTO o prodotto MALE. Poi ovviamente, come tutto, può piacere o non piacere per le più svariate ragioni. Dal canto nostro ci abbiamo investito davvero tanto tempo, tanti soldi e tanti sacrifici quindi ci crediamo moltissimo.

Siete già a lavoro per qualche altro disco o in generale materiale inedito?

Abbiamo iniziato da poco a lavorare su qualche nuova traccia ma è tutto ancora in fase embrionale. L’idea è quella comunque di non stare mai fermi e quindi in tempi relativamente brevi riuscire a buttare fuori un Ep oppure perché no un secondo LP (ride ndr).

Bene ragazzi, l’ intervista si chiude qui, concludete come meglio credete…

Buon natale e… mi raccomando!

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Grass On The Sun: online il video di I Feel It Coming

Written by Senza categoria

I Grass On The Sun (Alessandro Hicks e Gabriele Sancho) sono un duo di ispirazione Psycho Gaze e Space Rock di Massa. I riferimenti musicali rimandano all’esperienza psichedelica inglese degli Spacemen 3 e Spiritualized unita all’approccio shoegaze di matrice Jesus and Mary Chain. Al momento due sono i singoli estratti da quello che sarà il loro primo EP (autoprodotto) in uscita entro il prossimo agosto 2014; “The Corner” e “I Feel It Coming”. Entrambi i brani sono scaricabili gratuitamente sulla pagina bandcamp del gruppo. L’uscita dell’ultimo singolo “I Feel It Coming” ha visto anche la realizzazione di un video a firma di Missahleah Jones.

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