TOdays 2019, emozione vera e profonda

Written by #, Live Report

Ride, Jarvis Cocker, The Cinematic Orchestra, Nils Frahm

… Spiritualized, Low, Johnny Marr, Deerhunter, One True Pairing, Balthazar, Bob Mould, Adam Naas, Parcels, Sleaford Mods, The Art Of What?!.: certo che leggendo i nomi degli artisti presenti a questa quinta edizione del TOdays Festival, così, d’impatto, che piacciano o meno, che si conoscano o meno (questo genere di eventi serve anche a scoprire nuove cose), viene assai difficile pensare che possa trattarsi di un festival organizzato oggi in Italia.

A ricordacelo, nel suo anno migliore e con con una line-up mai vista in un festival estivo organizzato nel nostro paese – tanto da farmi pensare che questa edizione del TOdays potesse rappresentare una svolta, una nuova possibile strada da poter percorrere per questo tipo di eventi, ovviamente a livello nazionale – è l’ipotizzarne una possibile fine sin dal giorno successivo alla sua conclusione. Pare infatti concreto il rischio che l’edizione del 2020 possa non vedere la luce, ed il direttore artistico Gianluca Gozzi sembra seriamente intenzionato a concludere qui la sua avventura.

Mi auguro sinceramente non solo che il TOdays resti in vita, ma anche che il buon Gozzi ci ripensi, e che sia aiutato nel realizzare il suo progetto. Se a Torino negli ultimi 15 anni qualcosa si è mosso molto del merito è del direttore artistico di questo festival, portato quest’anno a livelli realmente straordinari considerando anche l’attuale periodo storico-culturale del nostro paese.

Un Todays che in ogni caso quest’anno c’è stato, ed è stato bellissimo, pur non essendo iniziato nel migliore dei modi, almeno per quanto mi riguarda.

VENERDì

Per motivi logistici alle ore 18 del 23 agosto, giorno inaugurale del festival, nel momento in cui Bob Mould sale sul palco con la sua chitarra elettrica aprendone questa quinta edizione mi trovo infatti ancora fuori dallo sPAZIO211, dove riuscirò ad entrare solo per gli ultimissimi brani del suo set. L’impressione è che la mancanza di una sezione ritmica si faccia indubbiamente sentire, ma è innegabile che la sua passione, il suo spirito poetico e la sua grinta strabordino, aiutate da un pubblico già piuttosto numeroso visto l’orario, ed al momento in grandissima parte presente appositamente per lui.

Stiamo parlando di un pezzo di storia della musica moderna, la chitarra e la voce (o meglio, una delle voci) degli Hüsker Dü (avete presente Zen Arcade? New Day Rising? Warehouse?) poste in apertura di un festival, oggi, a Torino. Giusto per capirci e senza nulla togliere, ecco chi aveva aperto le precedenti quattro edizioni del festival: Indianizer (2018), Birthh (2017), Pugile (2016), Monaci del Surf (2015). Un cambio di passo mica da ridere.

La seconda esibizione della giornata sarà quella dei Deerhunter, il loro risulterà essere un set semplicemente prezioso. La formazione guidata dal genio di Bradford Cox proporrà il suo pop ricercato ed affascinante e le sue incursioni nel kraut e nello shoegaze seducendo il pubblico apparentemente senza volerlo. L’inconsapevole ammiccamento avrà inizio nel momento stesso nel quale l’eterogenea band farà il suo ingresso sul palco attaccando con Agoraphobia e verrà premiato durante il trittico delle meraviglie Helicopter / Revival / Desire Lines estrapolato dall’eccellente Halcyon Digest e qui posto a metà concerto, indubbiamente tra i momenti più belli di questa prima giornata di festival.

A Cox e soci seguirà uno dei set più attesi di questa edizione, saranno infatti gli Spiritualized di Jason Pierce ad avvolgere i presenti con il loro “space n’ spiritual rock”. Il concerto regalerà un bel turbinio di emozioni, J Spaceman e la sua super band, disposta in semicerchio con il leader seduto all’estremità destra del palco, passeranno da partiture sognanti ad acide progressioni spaziali cariche di elettricità regalando al pubblico un concerto nel quale forza e misticismo andranno ben oltre la semplice convivenza. Vero e puro piacere sinestetico le cui vette saranno toccate con Come Together, Shine a Light, She Kissed Me e I’m Your Man, senza dimenticare la conclusiva cover del celeberrimo gospel Oh! Happy Days firmato Edwin Hawkins Singers.

A questo punto in quella che avrebbe dovuto essere la line-up originale del festival sarebbe dovuto toccare ai Beirut, ma dopo l’episodio dei My Bloody Valentine – esibizione saltata per chissà quali motivi personali lo scorso anno, e magnificamente sostituita da quella dei Mogwai – quest’anno a dare forfait per seri problemi di salute, per i quali è stato cancellato l’intero tour estivo europeo, è stata la band guidata da Zach Condon (auguri per una buona e pronta guarigione).

A sostituirli, i Ride, e dopo aver assistito al loro concerto vien quasi da sperare non solo che questo festival resti in vita, ma che anche nei prossimi anni gli organizzatori si trovino a dover fronteggiare problematiche di questo tipo. Sinceramente sapevo di poter vedere un gran bel concerto dato il passato della band, ma non avevo ancora ascoltato il nuovo This Is Not A Safe Place, e Weather Diaries – primo lavoro post reunion pubblicato due anni fa – non mi aveva colpito più di tanto.

Signori, i Ride saranno una bomba. Una vocalità pop, nella stragrande maggioranza dei casi molto anni 60, affogata da cascate chitarristiche shoegaze e psych assolutamente novantiane, distorsioni, distorsioni e ancora distorsioni, ma anche tanta, tantissima melodia (e di grande qualità) ed una sezione ritmica che lega tutto in un modo assolutamente superlativo. Il concerto andrà ben oltre la classica durata media da festival e per la prima volta al TOdays (almeno a quanto mi pare di ricordare) si vedrà finanche un bis. La sensazione sarà quella di un pubblico consapevole a poco a poco di trovarsi davanti a un concerto straordinario, e si avrà l’impressione che anche la band da sopra il palco colga questa sensazione sentendo crescere l’attenzione e l’energia dei presenti pezzo dopo pezzo e dando di tutta risposta qualcosa di più ad ogni brano.

Ascolteremo un buon paio di estratti dal nuovo album, le due canzoni migliori del disco precedente (Charm Assault e Lannoy Point) ma soprattutto le immancabili perle da Nowhere (Seagull, prima vera botta del concerto, ma anche la più dolce Vapour Trail e Dreams Burn Down con le sue sferzate noise) e persino inaspettati gioielli dall’omonimo EP d’esordio, e se Chelsea Girl, posta a chiusura concerto, la ci si poteva anche aspettare, difficilmente si poteva pensare di ascoltare anche Drive Blind, un brano veramente totale, la summa dell’arte dei Ride, la ciliegina sulla torta di un concerto straordinario.

Un consiglio agli amici milanesi: non perdeteveli in Santeria il prossimo 4 febbraio.
Tutti a casa ora, che domani si ricomincia.

SABATO

Non sono il re dell’organizzazione, sicuramente non potrei essere io a sostituire Gianluca Gozzi alla guida del festival, ma senza scendere nei dettagli nuovi motivi logistici mi costringono a saltare, questa volta senza riuscire a sentirne una sola nota, il live di Adam Naas posto in apertura della giornata di sabato 24 agosto allo sPAZIO211. Mi dispiace veramente molto perché per quanto sentito dire da molte delle persone con le quali durante l’anno condivido le serate ai piedi dei palchi torinesi ho perso l’esibizione della sorpresa del festival, non lo conosceva nessuno, se ne sono innamorati tutti.

Il giorno numero 2 del TOdays per me inizia dunque con One True Pairing. Chi? OTP è il nuovo progetto di Tom Fleming, bassista, talvolta anche chitarrista, nonché seconda voce dei disciolti Wild Beasts. Il suo omonimo album d’esordio uscirà il prossimo 20 settembre via Domino Recording Company: abbiamo dunque assistito, anche con buon anticipo, come si usava fare negli anni 70, alla sua anteprima live.

Oltre a questo, con quegli anni il progetto del buon Tom non ha altro da spartire. Vestito in modo abbastanza tamarro (inizialmente addirittura con addosso un bomber, il 24 agosto), molto sorridente e simpatico Tom Fleming proporrà un set prevalentemente basato sull’elettronica e sulla sua profonda voce suonando una chitarra che non risulterà mai protagonista. Penso che berci una birra insieme potrebbe essere più piacevole ma aggiungo che va considerato che si tratta di un progetto molto giovane, e dall’esperienza praticamente nulla in ambito live che, nonostante ciò, non ha comunque fatto mancare alcuni buoni momenti, soprattutto durante le esecuzioni dei brani più scuri che meglio si sposano con le corde (quelle vocali) di Fleming.

Ore 20.30, fermi tutti, tocca ai Low. L’esibizione del catartico trio di Duluth è di un livello surreale, il rumore più infernale si sposa con il silenzio più profondo, si vola in alto, si precipita, è un viaggio che spaventa ed attrae lasciandoci infine sospesi davanti a un mondo vergine e smembrato, liberi e persi, salvi.

Il cerimoniale si basa ovviamente sui brani di quella meraviglia, ultima delle tante, che risponde al nome di Double Negative (disco grazie al quale incredibilmente li ospitiamo in Italia per la terza volta in meno di un anno) ma vi si incastrano alla perfezione anche i pezzi selezionati da alcuni dei lavori precedenti, dal ruvido crescendo di No Comprende all’estasiante perla Especially Me, ma è soprattutto il fendente sferrato da Do You Know How to Watz? con la sua incredibile tensione ed i suoi feedback pazzeschi a colpire duro, una miscela slow-drone-noise dalla quale i Nostri, non contenti, partoriscono una Lazy narcolettica e prodigiosa, come sempre (ma sempre in modo diverso) di una bellezza che ha del miracoloso.

Con ogni probabilità i 20 minuti più intensi e disarmanti dell’intero festival.
Mi trovo al cospetto dei Low per la quinta volta ed in ogni occasione mi chiedo come diavolo facciano a creare tutto quel che arriva, accarezza, avvolge e travolge, con una strumentazione così minimale, unita ovviamente alla grazia delle splendide voci di cui sono dotati Alan e Mimì. E poi la loro semplicità, la loro delicatezza, sul palco come fuori, è veramente qualcosa di unico. Una band di un altro pianeta. La più umana delle band.

Può essere una grande sfortuna suonare dopo una simile esibizione, rimanendo a Torino ed al TOdays ricordo che due anni fa per Mac DeMarco arrivare dopo PJ Harvey fu una sfiga immensa, non ricordo assolutamente nulla del suo concerto, quello di PJ ce l’ho stampato nel cuore. Però Polly Jean non ci aveva portati lontano quanto i Low, cosa che non significa fosse stata inferiore, era stata incredibile ma parliamo comunque di un concerto il cui suono era realizzato da una band che contava 10 elementi, con Terry Edwards che durante The Ministry of Defence suonava perfino due sax nello stesso momento, poco fa sul palco Mimì Parker non suonava neanche una batteria per come siamo abituarli a concepirla, ne suonava meno di mezza, insomma parliamo di cose diverse. Non avevamo bisogno di qualcuno che ci riportasse sulla terra.

Io Hozier non  lo conoscevo, ho scoperto al termine della sua esibizione di aver già ascoltato più volte un pezzo dal titolo Take Me to Church, non sapevo di chi fosse, ho scoperto che è suo. I primi brani del suo concerto proprio non mi arrivano, quasi nemmeno mi rendo conto che su quel palco ci sia qualcuno, poi poco alla volta ritorno ad appoggiare i piedi sul prato del cortile di via Cigna 211 accompagnato da un suono normale, folk, pop, blues, anche piuttosto “facile” ma ben suonato, e senza nemmeno l’indie o l’alternative da metterci obbligatoriamente davanti. Hozier e la sua numerosissima band (con cospicua presenza di quote rosa) si divertono e dimostrano una bella intesa, sembrano una famiglia allargata, ascolto e non mi dispiace, in alcuni momenti credo addirittura mi stiano piacendo.

Ma cosa avrei pensato di questo concerto se anziché dopo il meraviglioso set dei Low, totalmente distante dalla loro proposta, e dal quale si doveva emozionalmente rientrare, avessero suonato dopo una meraviglia in qualche modo più simile come quella di PJ Harvey? Mi sarei dimenticato di loro come accaduto per DeMarco? Se dovessi vedere un concerto tutto loro riuscirebbero a piacermi o scapperei via dopo 3 pezzi? Non credo vedrò più Hozier dal vivo salvo simili occasioni ma sicuramente, per provare a togliermi qualche dubbio, prima o poi un suo disco lo ascolterò.

Non ci sono dubbi invece sul fatto ci aspetti un altro concerto che si preannuncia di altissimo livello: The Cinematic Orchestra nella bella struttura della ex fabbrica Incet, poco distante dallo Spazio, al quale diamo il nostro arrivederci a domani.

Il set dei cinematici è praticamente una presentazione dell’ultimo To Believe affiancato ad alcuni grandi classici della loro produzione come l’immancabile To Build a Home e ad assoli stratificati di sax in loop a formare un flusso sonoro incredibilmente intenso (Tom Sax Loop), sul palco anche la cantante Heidi Vogel assolutamente sublime durante le sue interpretazioni, A Promise su tutte. La band guidata da Jason Winscoe non solo mantiene le aspettative ma le supera abbondantemente.

Un concerto di una pulizia e di una eleganza che quasi mi mette in imbarazzo esserci arrivato così stanco e sudato, tanto che dei The Art of What? – progetto firmato The Art of Noise che fonde ai loro brani quelli di svariati altri artisti celebrando l’arte della campionatura, della quale JJ Jeczalik e Gary Langan sono padrini, ed accompagnando il tutto con un’importante parte visiva – guardo e ascolto solo i minuti iniziali, poi vado a casa per ripulirmi e fare una bella dormita.

Domani si comincia ancora prima e mi piacerebbe riuscire a vivere dall’inizio almeno l’ultima giornata del festival.

DOMENICA

Il primo appuntamento della terza giornata del TOdays è fissato al Parco Aurelio Peccei alle 16 di domenica 25 agosto. Sul palco nel parco in Barriera si esibiranno gli Sleaford Mods, gruppo diametralmente opposto alla Cinematic Orchestra.

Un set pazzesco il loro, organizzato veramente nel posto giusto. Questi due pazzi tengono il palco come pochi altri, Andrew senza far nulla più che far partire le basi e bere birra, Jason con il suo non canto rap dall’animo profondamente punk, la sua rabbia pazzesca, la sua mimica da nobel accostata ad un’ironia feroce e insana ma incredibilmente sincera, mentre salta da una parte all’altra del palco, bevendo acqua. Sporchi e cattivi, volgari, schierati, maledettamente utili e attuali. Il loro set in questo contesto urbano e periferico ne esalta l’attitudine working class e trova la sua perfetta sintesi nelle parole di un amico, che rubo: più che un concerto un’installazione vivente di arte contemporanea (cit. Giampaolo Alessi).

Dopo lo spettacolo (gratuito, tra l’altro) del duo di Nottingham si torna alla casa madre del festival, allo sPAZIO211 l’ultima giornata comincia con il live dei Parcels, giovanissimi australiani che propongono una miscela di funk, dance anni 70 ed elettronica, alternando brani ballabili e capaci di far muovere anche i culi meno avvezzi alla danza (tipo il mio) a pezzi più dolci e malinconici.

Il genere sula carta non è certo tra i miei preferiti ma questi ragazzi sono veramente una bomba, alcuni brani risultano familiari dal momento stesso in cui viene suonata la loro prima nota (Myenemy, Withorwithout, Overnight, Tieduprightnow) e quasi li si canta senza conoscerli. L’amalgama delle voci, gli apprezzabilissimi riff, le loro facce godute mentre suonano e si divertono. Questi ragazzi sono uno spettacolo, sia da ascoltare che da guardare. Simpatici, capaci, armoniosi, freschissimi.

Quasi mi spiace finiscano per lasciar posto ai Balthazar, il cui set per certi versi (una certa leggerezza e la presenza in alcuni brani delle classiche ritmiche Funk) non risulta distante. Qui troviamo però un uso più sostanzioso di percussioni ed un suono che di base vira più verso l’indie pop. Sinceramente alla lunga la loro esibizione mi stanca e annoia un po’. Fossi una donna potrei godermi la loro bellezza, soprattutto quella un po’ più oscura di un paio dei 5 elementi che formano la band, ma da maschietto non posso far altro che approfittarne per mangiare un buon panino e bere un paio di birre in attesa di Johnny “Fucking” Marr e Jarvis Cocker.

Una delle ovazioni più grandi che mi sia mai capitato di sentire allo sPAZIO211 accoglie Johnny Marr al suo ingresso sul palco. Il set proposto è suddiviso in maniera piuttosto equa tra pezzi storici degli Smiths, produzione solista e brani degli Electronic. Le sue pose sono quelle della supermegarockstar scafatissima che fanno la gioia dei professionisti della fotografia.

Riguardo ai brani proposti degli Smiths a fine concerto ho sentito molti criticarlo per averli cantati troppo alla Morrissey. É vero, li ha cantati proprio in quel modo lì, ma non ci trovo nulla di strano e non mi sono dispiaciuti per niente, anzi, li ho trovati tutti molto ben eseguiti, da Bigmouth Strikes Again a This Charming Man ma soprattutto How Soon is Now? e quella There Is A Light That Never Goes Out che ha regalato un sing-along da brividi. Credo si tratti di pezzi ormai divenuti patrimonio dell’umanità, sono di tutti, penso non sia sbagliato eseguirli in modo che chiunque possa cantarli. Che poi si possano proporre anche personalizzandoli maggiormente a livello vocale è una possibilità con la quale tra l’altro riesco anche a concordare, ma è una possibilità, niente di più, non mi pare ci sia motivo per crocifiggere Marr e sminuirne una prova maiuscola ed assolutamente emozionante.

Incredibile è stato anche Jarvis Cocker, che personaggio e che personalità! Con i suoi modi british fino al midollo (ovviamente anche accentuati da grande attore quale si dimostra) il Nostro regala uno spettacolo nello spettacolo grazie alle sue movenze (sin da entra sul palco sulle note di Heart of Glass dei Blondie con in mano un piccolo specchio atteggiandosi come un re) ed ai suoi simpatici e stravaganti interventi. Ma la musica non è un contorno, e la band che lo accompagna ne esalta ogni singolo brano, da quelli più introspettivi (Am I Missing Something?), a quelli più dance (You’re in My Eyes, House Music), durante i quali la classica sfera da discoteca anni 70 posizionata sopra le teste dei musicisti esalta il già ottimo gioco di luci, sino a quelli più intensi e spericolati (Sometimes I Am Pharoah, Must I Evolve?).

Dal reportorio firmato con i Pulp arriva solo His ‘n’ Hers, ma nessuno se ne lamenta, e ci mancherebbe altro davanti a un simile spettacolo! Tutto quel che accade sul palco durante questo set è semplicemente perfetto anche nei momenti apparentemente meno studiati. Applausi (tanti, tantissimi) e via, ci si sposta alla ex Incet per l’ultimo concerto del festival.

Il conclusivo set di Nils Frahm è assolutamente sorprendente già solo per via della strumentazione presente sul palco: sintetizzatori, pianoforti, tastiere, effettistica e macchine di ogni tipo e dimensione tra le quali il Nostro si muove a velocità folli perdendo goccioloni di sudore, ed in una sorta di trance sembra guardare ovunque e da nessuna parte. Pare di trovarsi di fronte ad un folletto in libera uscita da una fiaba, lo osserviamo e trasecoliamo.

I brani di All Melody, sua ultima fatica, crescono in modo esponenziale rispetto all’ascolto su disco, il mix di neoclassica ed elettronica, di brani eterei ed inquieti che Nils ci propone e noi tutti assorbiamo ascoltando in religioso silenzio è pura poesia. Un’esperienza, l’ennesima di questi 3 giorni, che supera le già alte aspettative iniziali. Emozione vera e profonda. Un festival pazzesco che non avrebbe potuto concludersi meglio di così.

Peccato che adesso si rischi di perderlo. Speriamo non accada, speriamo si sia capaci di ripartire da qui. Sarebbe importante, oltre che giusto e bellissimo.

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Last modified: 2 Settembre 2019