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Max Gazzè 11/07/2015

Written by Live Report

Max Gazzè – Flowers Festival Collegno (TO) 11/07/2015

L’atmosfera al Parco della Certosa per questa serata di Flowers pare tranquilla, forse troppo dal momento che i presupposti sono quelli di festa grande. Di quelle sane e con la forza di chi si sballa solo con una birra di troppo e tanti amici. La  serata è infatti organizzata in collaborazione con i ragazzi torinesi di Partycillina, che per l’occasione raccolgono fondi per l’associazione no profit Find The Cure. Purtroppo in queste occasioni farebbe piacere vedere un bel pienone, ma nonostante i nomi di spicco in cartellone (oltre a Gazzè ci sono Dente, Due Venti Contro, Dari) il pubblico riempie l’area del parco per poco più di metà.

Ma poco importa infondo se il paesaggio regala un festival organizzato al meglio: ricco di stand, cibo di ogni tipo (a prezzi più che ragionevoli per altro!), giochi per bambini, postazione per dj-set e un ampio spazio verde. Se poi a colorare il paesaggio ci pensa la musica del buon Max Gazzè, allora anche tutti i centimetri di asfalto si ricoprono di alberi in fiore. Il suo set sembra un house concert, Max sembra invecchiato (bene!) e più statico del solito, vestito con un jeans e una maglietta prese a caso dall’armadio. Poca scenografia ma tanta buona musica, sebbene manchi un poco la fluidità nella sua band che a sua detta ha provato pochissimo per questa prima data del tour. Lo si nota quasi subito in “I Tuoi Maledettissimi Impegni”, suonata lievemente sommessa, quasi con il rischio di sbagliare. Ciò nonostante la canzone non perde la sua rabbia soffusa, la sua ribellione soffice.

Le dita di Gazzè accarezzano il basso in “Vento d’Estate”, perfetta per questa stagione che, dopo diversi giorni, concede un po’ di freschezza alle porte di Torino. “A Cuore Scalzo” rimane il suo capolavoro, perfettamente confezionato da una band che anche se poco rodata segue bene le onde senza mai far naufragare la nave del cantautore romano. Poi un pubblico che canta a memoria “Il Timido Ubriaco”. Gente di ogni età e di ogni genere mentre si abbraccia, si bacia, accenna goffi passi di danza con la birra in mano, rende l’aria molto più quotidiana, un venerdì sera passato in famiglia. Ma una grossa famiglia che va dal metallaro con la maglietta del Sonisphere alla bimba sonnolente nel passeggino, con tanto di cuffie antirumore nelle orecchie. Poche cose ci intimoriscono stasera, a dirci “Quel Che fa Paura” ci pensa Gazzè con questo brano dal disco d’esordio di vent’anni fa, vera chicca di questo concerto. “Come sputi a gola secca, scagliati contro le onde del mare”, frasi forti e visionarie ma di una semplicità disarmante che entrano nelle nostre coscienze anche in una serata così rilassata.

A distendere un po’ gli animi ci pensa “Cara Valentina”, spensierata più che mai grazie ad un riuscitissimo intermezzo Reggae. Qui qualche goccio di birra cade a terra a seguito di passi di danza un po’ troppo azzardati. Altre due chicche arrivano subito dopo: la prima pescata dal 1998 ed è la contorta “Comunque Vada”, poi a sorpresa Max rispolvera un momento di grande musica condiviso con i compagnoni Fabi e Silvestri. Ecco “L’amore Non Esiste”. Non manca niente, Gazzè e musicisti reggono la baracca con umiltà e scioltezza, la gran dote di chi si guarda in faccia e sa come muovere in concomitanza tutte le onde sonore.

La seconda metà del concerto è puro greatest hits e qui mi accorgo di quanto il cantautore romano abbia dato alla musica italiana: “L’uomo Più Furbo Del Mondo” scatena tutto Flowers, “Il Solito Sesso” è poesia che vaga lenta nel parco ma tutti sono troppo timidi per raccoglierla tra le mani, “Mentre Dormi” è forse una delle più belle canzoni d’amore italiane e poi “La Favola di Adamo ed Eva” dove Max Gazzè ottiene la meritata ovazione dei presenti, che anche se non riempiono lo spazio, mostrano tutto il calore che hanno in corpo. Poi c’è “Sotto Casa”, un po’ di nazional popolare suonato bello tamarro come merita di essere.

C’è infine tempo per qualche bis, Max torna sul palco con la t-shirt di Find The Cure (andate a buttare un occhio al loro sito se non li conoscete) e regala una jazzaggiante “Perso” seguita da “L’amore Pensato” e dalla frivolezza di “Annina”, intramontabile proprio come il finale di “Una Musica Può Fare”. Finalmente suonata decisa, con un bel po’ di enfasi, mancava davvero solo questo. In ogni caso Max Gazzè dirige le onde della sua musica come un burattinaio e questo spettacolo incanta. Non per gli effetti speciali, molto di più per la semplicità con cui lui realizza i suoi giochi di prestigio. L’ho capito davvero solo alla fine, ma la festa non erano Max Gazzè e la sua band ma l’aria magica e paradossalmente casalinga che ci hanno fatto respirare.

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Il tour nazionale di Zibba fa tappa a Chieti Scalo

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Dopo il grandissimo successo del “concertone d’Abruzzo” del Primo Maggio e della Notte Bianca con il raduno nazionale dei fan dei Pink Floyd il 2, Chieti Scalo si prepara ad un nuovo appuntamento musicale organizzato dal Comune di Chieti, Assessorato alle Politiche giovanili, con la consolidata direzione artistica di Music Force: Zibba sabato 16 maggio al Fuoricorso di Chieti Scalo. Il roots rock, gli echi jazz e i ritmi in levare faranno tappa nel celebre locale dello Scalo. Il live è una delle ultime tappe del tour nazionale “Muoviti svelto”, che prende il nome dall’ultimo disco del cantautore ligure, e che è un viaggio in cui basso e chitarra si fondono, dando spazio all’intimità senza mai dimenticare il ritmo, ciò che muove tutto. Le dieci tracce di “Muoviti svelto” hanno visto la partecipazione di grandi artisti del panorama italiano come Niccolò Fabi, Leo Pari, Omar Pedrini, Patrick Benifei e Bunna.

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Metropolis, il nuovo concept album degli Albedo

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Uscirà il 16 marzo in digitale e Cd per etichetta Massive Arts (Fratelli Calafuria, Nadar Solo) e free download per V4V-Records, Metropolis, il quarto disco degli Albedo reduci dal successo di Lezioni di Anatomia (V4V-Records 2013). Metropolis è il quarto disco in studio degli Albedo. Il titolo è un tributo al capolavoro omonimo di Fritz Lang, capostipite della fantascienza al cinema. Metropolis si sviluppa infatti come un racconto, una sorta di moderna Odissea, ambientato nel futuro, in rigoroso ordine cronologico e narrato in prima persona. È la storia di un allontanamento obbligatorio, di un viaggio oscuro dalle terre di origine del protagonista, devastate dalla povertà e dalla miseria, verso un grande agglomerato urbano, Metropolis appunto, alla ricerca di una via d’uscita, di un modo per reagire, per cambiare il proprio destino dettato da una ancestrale profezia. La spinta al benessere materiale, negli anni, tocca territori più profondi nello spirito dell’io narrante, che avvia una disperata ricerca di se stesso: “Chi sono io? Da dove vengo?” Queste domande sorprendono per la loro spiazzante semplicità ma sono solo il principio di una feroce analisi di una civiltà distratta, meccanizzata e spersonalizzata, senza più un Dio a dare conforto o in cui credere, espressa dal punto di vista del protagonista, innocente, puro, giacché giunge da un luogo lontano, diverso e distante dall’inumana Metropolis. Un racconto nel futuro proiettabile a ritroso, nel presente, che attraverso il linguaggio della metafora, riferimento continuo nella poetica della band, svela e analizza vizi e perversioni dei tempi di oggi”.

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Fink @ Teatro Quirinetta, Roma 28/01/2015

Written by Live Report

Roma, così vicina eppure così lontana dalla provincia abruzzese quando una bella nevicata di fine gennaio può stazionarti nel bel mezzo della A24. Il clima della mattinata di mercoledì scorso non lascia presagire niente di buono per la serata se non una lunga permanenza all’Autogrill di Carsoli. Poi un timido sole pomeridiano mi toglie ogni dubbio. Alle 18.30 scavalco gli Appennini ed eccomi nella Capitale, in tempo utile per concedermi anche un aperitivo a due passi dal Teatro Quirinetta, o apericena, o aperistrafogo, che è forse il termine che meglio descrive il mio atteggiamento davanti a un buffet.
Il tempo mi ha resa intollerante alle location sgradevoli, caotiche e ovviamente dall’acustica di merda. In questo caso sono al riparo da ogni pericolo. Il Teatro Quirinetta, storico spazio dello spettacolo romano da poco recuperato tra Via del Corso e Fontana di Trevi, è un’intima sala nei sotterranei di Palazzo Sciarra, di dimensioni perfette per ospitare l’evento di questa sera. Fink inaugura il cartellone 2015, che si presenta già ricco di performance interessanti.
In coda all’ingresso, io e la mia compagna di questa sera classifichiamo Fin Greenhall come il classico “brutto ma figo”. L’affermazione verrà rettificata di comune accordo dopo i primi trenta secondi di performance. A rafforzare il concetto, si aggiunga agli atti che uno con la voce come la sua potrebbe anche permettersi di avere la faccia di Gasparri senza correre il rischio di perderci in quanto a sensualità.
Ma andiamo per ordine. In apertura, un altro valido songwriter: le note classiche elettrificate del giovanissimo e talentuoso Douglas Dare si accompagnano di sole percussioni e testano gli umori del variegato pubblico. Gli individui intorno a me si dividono equamente in fazioni a cui io non appartengo: i fan devoti che al termine di ogni pezzo si lasceranno andare estasiati ad esclamazioni folkloristiche tipo “sei n’grande, ‘a Finche!”, e i socializzatori selvaggi che annoiati disturbano la prima categoria con recensioni a braccio e non richieste.

FINK

Dopo un breve cambio palco, eccolo arrivare on stage, Fin Greenhall alias Fink, dj, producer, cantautore e chitarrista, uno che nella musica e nell’entertainment ci sta immerso fino al collo da oltre vent’anni. Esordisce con “Pilgrim”, singolo dal sapore danzereccio estratto da Hard Believer dello scorso anno, altro tiro messo a segno dall’artista anglosassone a tre di distanza dal pregevole salto di qualità fatto con Perfect Darkness. Gli arrangiamenti live dilatano ulteriormente le lunghe composizioni e ne enfatizzano la devozione al Blues: la avvolgente “Warm Shadow” si fa più ritmata e contagiosa, “Sort of Revolution” si carica di una corposa sezione ritmica e si disperde in una ampia coda strumentale.
Sarà forse grazie al suo passato in console, ma quel che è chiaro è che Fink sa quando è il momento di spingere ed è in grado di proporre una performance perfettamente equilibrata tra inezioni di energia e frangenti di intimità. “Yesterday Was Hard on All of Us” struggente e sincopata lascia spazio alla title track “Hard Believer” in grande spolvero, e così via saltellando tra i migliori episodi degli ultimi due album. Nel riproporre “Looking Too Closely” dopo l’esibizione in acustico a Gazebo qualche sera prima ride di gusto ricordando Zoro e soci. Le luci che si abbassano su “Wheels” gli incorniciano il profilo in enfatici chiaroscuri, poi torna a farci ballare con “Berlin Sunrise”, gonfiata di Post Rock per l’occasione, che sfuma rallentando il battito. Un’ora e mezza è trascorsa senza alcuna voglia di accorgersene. Il bis è un salto nel passato meno prossimo con “This is the Thing”.
Riemergendo al piano terra scopro di aver condiviso la serata con numerosi esponenti della musica nostrana: Niccolò Fabi, Paola Turci e Giuliano Sangiorgi tra quelli identificati dalla mia collega, dotata di radar per VIP a differenza della sottoscritta che ha quasi pestato un piede a tale Carolina Crescentini. Nella lunga strada verso la macchina che ho lasciato in culo al mondo invidio Paola se n’è andata su una Ypsilon scassatissima ma parcheggiata di fronte al Quirinetta. Ma per te, Fink caro, questo ed altro.

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Fabi Silvestri Gazzè – Il Padrone della Festa

Written by Recensioni

Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè insieme per un album corale, in parte scritto a sei mani e in parte fatto di apporti personali dei tre cantautori della scuola romana. Apprendo la notizia sul web ad aprile dello scorso anno, a ridosso dell’uscita del primo singolo estratto, “Life is Sweet”. Un banner pubblicitario lampeggia sulla pagina web, sono mio malgrado alla ricerca di una macchina nuova e non c’è modo di sfuggire agli algoritmi della rete, e accanto all’articolo l’ironia della sorte ha appiccicato un annuncio che recita “usato garantito”. Sono in molti a dire che l’arrivo di un lavoro corale fosse prevedibile e alcuni lo auspicavano da tempo. A metà settembre, la release ufficiale de Il Padrone della Festa. È inequivocabile sin dal primissimo ascolto che il succitato padrone qui è Fabi. Tra le dodici tracce individuo i brani di Max Gazzè con un pizzico di fatica in più di quella che avevo preventivato. Il suo sound ironico fa capolino solo in “Arsenico”, giustapposizione di fiati e liriche sottili, dopo tre brani sufficienti a sancire il ruolo di deus ex machina di Niccolò. Non si discute l’eccelsa fattura del prodotto finale. Esecuzione raffinata e cura puntuale nelle registrazioni sono garantite da un esercito scelto di musicisti, tra cui Roberto Angelini e Adriano Viterbini solo per citarne un paio, oltre che ovviamente dall’esperienza dei tre generali. Ciò nonostante resto perplessa sulle dichiarazioni del trio sulla natura ludica e spontanea dell’esperimento. Il Padrone della Festa ha piuttosto l’aspetto di un’esca da lanciare nei palasport, non di un divertente e sperimentale mescolarsi. Eppure in passato li avevamo visti collaborare fruttuosamente (indimenticabile “Vento d’Estate” di Fabi e Gazzè, raro caso di pop contagioso e al contempo raffinato) o guidarsi vicendevolmente l’uno nelle fatiche dell’altro senza contaminarne la natura. Li ritroviamo ora miscelati in un modo che finisce per appiattire le peculiarità di ognuno, quei dettagli che pur gravitando nello stesso circuito li avevano sempre piacevolmente contraddistinti. Inevitabile è perciò che questo “usato garantito” che i tre propongono oggi suoni meno potente se paragonato agli episodi del passato di ognuno dei tre. Sì, insomma, sono un po’ incazzata, perché penso che con qualche sforzo in più e qualche sold out in meno ora io avrei tre ottimi dischi da ascoltare mentre invece me ne ritrovo uno soltanto con cui devo anche in qualche modo tentare di far pace, ed anche che dopo il successo del tour in Italia e in Europa la situazione appaia ormai consolidata e dovrò probabilmente accontentarmi di metter su “Lo Spigolo Tondo” quando avrò voglia della vocazione gitana di Silvestri, di “Canzone di Anna” come condensato degli arrangiamenti orchestrali di cui Fabi è capace, e accenderò un cero a “Il Dio delle Piccole Cose” pregandolo di concedermi a breve un Max nella sua forma migliore, tutto intero.

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La Band della Settimana: Laika Vendetta

Written by Novità

Il progetto Laika Vendetta nasce ad Alba Adriatica (TE) nel Luglio 2011 e inizia a farsi strada nel panorama emergente italiano. Con Laika, Silvia, Jeanne e…le Altre, album autoprodotto, raccolgono un buon consenso di critica e pubblico, passaggi radio su emittenti come Radio Delta 1, Radio Onda D’Urto, Virgin Web Radio e molte altre ancora. Date e collaborazioni con artisti come Paolo Benvegnù, Iosonouncane, Aucan, Sick Tamburo, Giorgio Canali, Niccolò Fabi, Rezophonic, Management del Dolore Post-Operatorio, Niccolò Carnesi e altri ancora. Premiati in diversi Festival come MW Festival 2011, Gulliverock 2012, Free Tribe 2012, Sotterranea 2013, i Laika Vendetta sono una band dove la tensione “si crea tra la poesia decadente dei testi da una parte, e il vitalismo e l’ aggressività della musica dall’altra” (cit. Suono). A febbraio 2013 entrano in studio con Manuele “Max Stirner” Fusaroli (produttore di Tre Allegri Ragazzi Morti, Teatro degli Orrori, Zen Circus, Management, Nobraino, Criminal Jokers, etc). Registrano Elefanti in Fuga, pubblicato a Febbraio 2014 per il collettivo artistico LA NOIA, un disco che si pone da una parte come una critica ai valori professati dalla società dei consumatori, dove la felicità è stata sostituita dal possesso, dall’altra come una spinta vitale a ricercare un Sé più profondo.

Freschi vincitori della seconda edizione di Streetambula Music Contest, sono loro la nostra nuova band della settimana

Sito Ufficiale

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Euphorica – La Rivelazione

Written by Recensioni

Indubbiamente è quasi impossibile comprendere e percepire la distanza tra il mondo reale, quello dei megastore, dei dischi venduti, dei passaggi televisivi, dei video su Mtv e volendo anche Rock Tv o altri canali radiotelevisivi pseudo alternativi come quello XXX (mi autocensuro perché non abbiamo necessità di un’altra denuncia) di Virgin Radio e ciò che è il mondo di noi rincoglioniti che incurvati sul pc divoriamo recensioni su sfigate webzine, inseguendo una next big thing che in realtà non avrà mai un futuro, ascoltiamo migliaia di dischi e brani sconosciuti, provando a scorgere estro e genio, con la sottesa idea che magari saremo i primi a penetrare la grandezza dei futuri nuovi Joy Division. Se i nostri Have a Nice Life sono dei mostri d’inarrivabile talento, dobbiamo ammettere con disincanto che quelli cui frega sono veramente pochi. A questo punto, se proprio dobbiamo rotolarci nel fango del (quasi) anonimato, ci sia concesso quantomeno di godere di una qualità e un talento che mai proverà il pubblico dei suddetti canali radiotelevisivi pseudo alternativi di cui sopra. Se proprio voglio essere tra quelle duecento persone che ascolteranno il disco di una oscura band di una depressa provincia italiana, che mi sia concesso di origliare l’ostentazione dell’alternativo e non le brutte copie, o anche solo copie, di una delle band promosse da uno di quei canali radiotelevisivi pseudo alternativi di cui ho parlato prima. Come dire, se vuoi farmi provare del caviale da diecimila euro il chilo, fa che quella merda di uova abbiano un gusto fantastico perché di pagare solo il fatto che siano rare non mi frega molto.

Mi spiace che gli Euphorica e l’ascolto del loro secondo Lp La Rivelazione arrivi puntualmente dopo quello del nuovo lavoro di Kozelek, Current 93 e Have a Nice Life perché non posso negare che la cosa abbia fatto germogliare in me una discreta irritazione verso la musica italiana e la sua incapacità sia di azzardare e sia di promuoversi al di là dei canali di nicchia e ostentarsi a un pubblico che non sia solo appassionato di un certo specifico genere.  Mi infastidisce perché La Rivelazione, dopo diversi ascolti, si rivela un album di buona fattura, soprattutto se paragonato a quel tipo di Pop Rock nostrano i cui principali artefici preferirei non nominare. Piacciono molto le intromissioni del Folk (“L’Equilibrista”, “La Terra”) anche se ogni cosa, dalla sezione ritmica alle chitarre acustiche fino alle linee melodiche hanno lo scopo principale di intraprendere una strada Pop che vuole essere impegnata senza esserlo veramente. I testi, rigorosamente in madrelingua, raccontano secondo le più disparate sfaccettature, d’identità e maschere, di essere e apparire. Parlano di vita sfruttando riferimenti colti (“Demone”) ed episodi reali (“Il Predicatore”), raccontano la paura (“Shangri –La”) affrontando immancabilmente il sinonimo più poetico di vita stessa e cioè amore (“L’Ultima Danza”, “Tu”).

Il disco degli Euphorica spazia dall’Indie Pop accurato negli arrangiamenti (“Visione”) e dai riferimenti al Pop da classifica che però non si affanna dietro la ricerca ossessiva e ansimante di una melodia banale ma di successo, un po’ come il Niccolò Fabi meno noto (“Giuda”), fino al Rock attento a testi e armonie dei Tre Allegri Ragazzi Morti (“La Rivelazione”), con le quali le affinità vanno anche oltre le ovvietà delle linee vocali, che nel qual caso fatico ad apprezzare anche ben oltre gli aspetti puramente tecnici. Anzi, arriva a infastidirmi particolarmente quando insiste sulle vocali finali tanto che il pezzo che più riesce a emozionarmi non ha testo, né titolo e tuttavia non brilla neanche per originalità. La Rivelazione è un disco che ti fa arrabbiare quando poco prima hai ascoltato il mondo innaturale di una band del Connecticut ma che riesce anche a farsi perdonare, man mano che la musica si scioglie come neve nelle orecchie, magari lasciandoti nel cuore anche quel brivido di una goccia gelida che scorre sul collo. Non mi piace troppo quello che fate, non mi piace per niente anzi ma se proprio dovete farlo, per favore fatelo cosi.

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Dimartino 02/11/2013

Written by Live Report

Voi non ci crederete ma dopo il concerto dell’altra sera al Circolo degli Artisti, la prima cosa che mi viene in mente se penso a Dimartino è Niccolò Fabi. Non perchè sia possibile accostarli stilisticamente, questo nessun recensore in Italia avrebbe l’ardire e l’ardore di dire (notate il gioco di parole che denota la padronanza linguistica del sottoscritto, altro che “scusate il gioco di parole”), ma perchè a pochi passi da me al concerto di Dimartino c’era Niccolò Fabi. L’ho incontrato in fila, era dietro di me, lui ha pagato ed io avevo l’accredito stampa; mi ha guardato mentre dicevo “ho un accredito” (magari solo perchè gli ero davanti) e io l’ho riguardato sprezzante negli occhi con uno sguardo western che nel mio cervello di idiota significava chiaramente “Stai attento a quello che fai con la tua chitarrina, sono un recensore spietato, se mi fai un disco di merda ti stronco”. Nel suo sicuramente significava: “mo’ a sto’ pigmeo si nun’ ze leva ooo meno”. Avrebbe fatto bene. Comunque sono qui per parlare del concerto di Dimartino e cascasse il mondo lo farò.

Apertura di Valentina Gravili, brindisina di nascita, romana d’adozione cantautrice dalle influenze mediorientali sia in viso che nelle melodie. Mi ricorderò della sua performance per il pedale che il batterista aveva collegato al microfono il quale moltiplicava le voci in maniera che la Gravili sembrasse accompagnata da un coro di Bonzi. Bell’effetto. Ma arriviamo al concerto del cantautore siciliano: Dimartino si presenta in total black: giacca, pantalone, barba rifilata e t-shirt scollatissima senza peli sul petto: non aggiungo altro. Bel trio, quello di Dimartino, dal suono particolare e dovuto al fatto che lui suona alternativamente il basso o la chitarra e quindi pur in ambito rock complessivamente risulta molto pulito e ben equilibrato. Talmente equilibrato che quando in qualche pezzo vengono utilizzate delle sequenze la voce finisce per soffocare in mezzo al volume sonoro accresciuto. Una per una sfilano molte delle canzoni che compongono i suoi primi due dischi e l’ultimo ep Non Vengo più Mamma e in più una bella e intensa versione di “Sobborghi” di Piero Ciampi. Giusto Correnti alla batteria sembra suonare in un gruppo Indie Rock inglese più che in una band di un cantautore, Angelo Trabace con la partecipazione teatrale e la gestualità facciale di un cantante neomelodico dà bella mostra delle sue indiscutibili doti di pianista. Complessivamente il live è piacevole ed anche più energico di quello che mi aspettassi dalla produzione in studio, una bella sorpresa. A volte ho avuto la senzazione che l’ interplay fosse ancora un pò acerbo, come se fosse la risultante monolitica di tre diversi modi di sentire il repertorio, poco comunicanti tra di loro e ancora un pò postadolescenziali.

Nulla che non si acquisti con qualche altro anno di live. Spettacolo nello spettacolo la presenza di Fabi vicino al bancone e gli sguardi furtivi di molti degli spettatori per cercarne di capire le impressioni dalle reazioni, quasi a volere da lui una legittimazione per farsi piacere il concerto. Una sorta di imperatore musicale che con lo scuotere della testa invece che con il pollice in alto poteva legittimare o meno un pezzo piuttosto che un altro. Spettacolo nello spettacolo, nello spettacolo all’uscita: alcuni vanno verso il banco del merchandising di Dimartino ma molti di più rimangono a chiedere autografo e foto ricordo a Fabi. Non cambieremo mai.

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Nuvolari Libera Tribù: tantissimi appuntamenti estivi

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La XXI stagione estiva del Nuvolari Libera Tribù di Cuneo prevede una intensa programmazione, dal 6 giugno al 7 settembre 2013. Si tratta di un grande locale all’aperto, presso il parco della gioventù della città, con concerti di musica dal vivo, praticamente quasi tutte le sere. Gli eventi sono quasi tutti gratuiti: saranno solo una decina le serate a pagamento, in occasione delle perfomance di alcuni artisti più noti, del calibro di Max GazzèNiccolò FabiAfrica UniteModena City Ramblers. Potete trovare l’intero programma dei concerti, le indicazioni per raggiungere il locale e altre informazioni sul sito.

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Definitivo il calendario di GruVillage

Written by Senza categoria

Il Festival, che si tiene alle porte di Torino, a Grugliasco, in un’area verde ritagliata nel grande centro commerciale del paese, prende forma: si parte lunedì 17 giugno con Ian Anderson, per proseguire il 20 con i Ministri e il 30 con i Sud Sound System. Il fitto calendario, che si sviluppa per tutta l’estate fino al 2 settembre con l’esibizione di Asaf Avidan, prevede anche gli show di artisti come Niccolò Fabi, Skunk Anansie, Raphael Gualazzi, George Benson e Cristina d’Avena con i Gem Boy.
Per ogni informazione, visitare il sito.

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