Fink @ Teatro Quirinetta, Roma 28/01/2015

Written by Live Report

Resoconto del live nell’intima sala nei sotterranei di Palazzo Sciarra.

Roma, così vicina eppure così lontana dalla provincia abruzzese quando una bella nevicata di fine gennaio può stazionarti nel bel mezzo della A24.

Il clima della mattinata di mercoledì scorso non lascia presagire niente di buono per la serata se non una lunga permanenza all’Autogrill di Carsoli. Poi un timido sole pomeridiano mi toglie ogni dubbio. Alle 18.30 scavalco gli Appennini ed eccomi nella Capitale, in tempo utile per concedermi anche un aperitivo a due passi dal Teatro Quirinetta, o apericena, o aperistrafogo, che è forse il termine che meglio descrive il mio atteggiamento davanti a un buffet.

Il tempo mi ha resa intollerante alle location sgradevoli, caotiche e ovviamente dall’acustica di merda. In questo caso sono al riparo da ogni pericolo. Il Teatro Quirinetta, storico spazio dello spettacolo romano da poco recuperato tra Via del Corso e Fontana di Trevi, è un’intima sala nei sotterranei di Palazzo Sciarra, di dimensioni perfette per ospitare l’evento di questa sera. Fink inaugura il cartellone 2015, che si presenta già ricco di performance interessanti.

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In coda all’ingresso, io e la mia compagna di questa sera classifichiamo Fin Greenhall come il classico “brutto ma figo”. L’affermazione verrà rettificata di comune accordo dopo i primi trenta secondi di performance. A rafforzare il concetto, si aggiunga agli atti che uno con la voce come la sua potrebbe anche permettersi di avere la faccia di Gasparri senza correre il rischio di perderci in quanto a sensualità.

Ma andiamo per ordine. In apertura, un altro valido songwriter: le note classiche elettrificate del giovanissimo e talentuoso Douglas Dare si accompagnano di sole percussioni e testano gli umori del variegato pubblico. Gli individui intorno a me si dividono equamente in fazioni a cui io non appartengo: i fan devoti che al termine di ogni pezzo si lasceranno andare estasiati ad esclamazioni folkloristiche tipo “sei n’grande, ‘a Finche!”, e i socializzatori selvaggi che annoiati disturbano la prima categoria con recensioni a braccio e non richieste.

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Dopo un breve cambio palco, eccolo arrivare on stage, Fin Greenhall alias Fink, dj, producer, cantautore e chitarrista, uno che nella musica e nell’entertainment ci sta immerso fino al collo da oltre vent’anni. Esordisce con Pilgrim, singolo dal sapore danzereccio estratto da Hard Believer dello scorso anno, altro tiro messo a segno dall’artista anglosassone a tre di distanza dal pregevole salto di qualità fatto con Perfect Darkness. Gli arrangiamenti live dilatano ulteriormente le lunghe composizioni e ne enfatizzano la devozione al Blues: la avvolgente Warm Shadow si fa più ritmata e contagiosa, Sort of Revolution si carica di una corposa sezione ritmica e si disperde in una ampia coda strumentale.

Sarà forse grazie al suo passato in console, ma quel che è chiaro è che Fink sa quando è il momento di spingere ed è in grado di proporre una performance perfettamente equilibrata tra inezioni di energia e frangenti di intimità. Yesterday Was Hard on All of Us struggente e sincopata lascia spazio alla title-track in grande spolvero, e così via saltellando tra i migliori episodi degli ultimi due album. Nel riproporre Looking Too Closely dopo l’esibizione in acustico a “Gazebo” qualche sera prima ride di gusto ricordando Zoro e soci.

Le luci che si abbassano su Wheels gli incorniciano il profilo in enfatici chiaroscuri, poi torna a farci ballare con Berlin Sunrise, gonfiata di post rock per l’occasione, che sfuma rallentando il battito. Un’ora e mezza è trascorsa senza alcuna voglia di accorgersene. Il bis è un salto nel passato meno prossimo con This is the Thing.

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Riemergendo al piano terra scopro di aver condiviso la serata con numerosi esponenti della musica nostrana: Niccolò Fabi, Paola Turci e Giuliano Sangiorgi tra quelli identificati dalla mia collega, dotata di radar per VIP a differenza della sottoscritta che ha quasi pestato un piede a tale Carolina Crescentini.

Nella lunga strada verso la macchina che ho lasciato in culo al mondo invidio Paola se n’è andata su una Ypsilon scassatissima ma parcheggiata di fronte al Quirinetta. Ma per te, Fink caro, questo ed altro.

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Last modified: 9 Marzo 2021