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Detox – Landing

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Esce per l’etichetta bolognese Relief Records EU (la stessa che portò al successo il rapper Inoki) questo primo grande percorso personale del beatmaker e producer Detox. Un artista che non ha bisogno di presentazioni avendo alle spalle oltre quindici anni di carriera con collaborazioni importanti quali quelle con Dj Gruff, Clementino, Angela Baraldi, Roy Paci e Videomind e una militanza nei Blatters (campioni italiani Dmc 2010, Dmc 2011 e Ida 2011). Una collana di pubblicazioni, quella della Relief, che cerca di sviluppare discorsi musicali paralleli e alternativi per voce di artisti con cui collabora o ha collaborato. Questo Landing è un breve Ep, digitale come il suo dna, in cui Diego Faggiani (in arte Detox) si mette a nudo in cinque composizioni a spasso tra Dubstep, modi Afro e ossature elettroniche metropolitane. Interamente realizzato presso il Menounolab vede alcune collaborazioni di spicco che cercano anche di deviare il flusso di tutto come per esempio la bellissima voce di carattere Soul di Alo per il brano “Mr. Hugee” o come un inaspettato suono di violoncello (anche se elettrico) grazie alla partecipazione di Bruno Briscik. Ed inoltre Alex Trebo, i producer Fuso, Q3000, Maxime e Navak (tutti protagonisti della prima traccia “Just Feel”). Un disco visionario, dalla pelle istrionica che spesso cambia faccia ma che di sottofondo mantiene sempre una stessa identità pur dividendosi fra suoni analogici, campionamenti e groove. Come a dire che se nella prima traccia “Just Feel” siamo in una periferia newyorkese, in chiusura con “Road” siamo finiti a trasformare un Reggae giamaicano in una suite Lounge con trombe quasi fosse una Fusion digitale, il tutto passando attraverso drumming africani come nella splendida “Go On” e facendo un salto in notti fumose di luce di led nel futurismo sociale di una famosa città europea.

Il carattere di Detox va ascoltato e lasciato concimare perché quello a cui siamo di fronte non è un disco immediato, non sono suite strumentali banali e superficialmente campionate. Questo Landing è un’opera elettronica che trasuda spontaneità: alcune cose sembrano rubate al caso di un’ispirazione, altre studiate a tavolino. Altre invece raccolte da anni di collaborazioni e di live. Di sicuro non va relegato ad un primo quanto superficiale approccio, come a tener vivo un sottofondo per i nostri aperitivi. In arrivo anche il video ufficiale; per ora ci godiamo questo live-set che è anche trailer di tutta la produzione di Landing.

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Cinque canzoni che fanno stare in pace col mondo gli Inutili

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Kay Alis – Hidden

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L’album d’esordio del quartetto ternano capitanato dalla voce di Alessandra Rossi è il punto d’arrivo e insieme di rinnovata partenza di un percorso iniziato nel 2008 quando la band umbra scandagliava il passato Electro Wave anni Ottanta in cerca della propria dimensione. Hidden è un punto d’arrivo, perché muovendo da quelle ricerche sonore che non disdegnavano di addentrarsi tanto nella New Wave e nell’Elettronica, quanto nel Trip Hop e l’Industrial, sono giunti a un suono distinto, caratteristico, peculiare pur non facendo dell’originalità il punto di forza. Hidden è, però, anche un punto di partenza perché proprio il conseguimento di questo sound specifico pone le basi, vista la buona qualità espressa, di un futuro avvincente sotto diversi punti di vista. Prendendo il via da un banalissimo tema quale l’amore, i Kay Alis (prima moniker della sola Rossi, ora nome della band a tutti gli effetti) ne indagano gli aspetti più felicemente corrotti e inverosimili grazie a voce e testi proprio di Alessandra Rossi, riuscendo a non essere mai insipidi, almeno sotto l’aspetto lirico. Sotto quello squisitamente strumentale, invece, restano le scie nostalgiche di certe sonorità Trip Hop, New Wave e Industrial, specie nella sezione ritmica curata da Samuele Rosati (basso) e Daniele Cruccolini (batteria) ma il lavoro di Giorgio Speranza a synth e programming plasma un sound molto discorde, che convenzionalmente si riduce a eredità ovvia di Kraftwerk e Depeche Mode ma nel concreto sembra un parallelo dalle distanze pericolosamente ridotte dei britannici Ladytron (il legame è rafforzato dalla comune voce femminile alla guida) da un lato e dei canadesi Junior Boys dall’altro. A guardare bene, vista la linearità della proposta dei Kay Alis, i paragoni scomodi potrebbero essere davvero tanti ma la cosa non sarebbe altro che un’inutile distrazione dall’ascolto di un prodotto intrigante almeno per le evidenziate potenzialità. La voce di Alessandra Rossi è croce e delizia; tenue, soffusa, dalla timbrica accattivante e capace di fare da perfetto amalgama tra l’anima Electro e l’urgenza Pop ma, nello stesso tempo, un limite per il futuro se quanto messo sul piatto dovesse essere il massimo manifestabile.

Accurata ma non troppo convincente la ricerca melodica; le linee gravi a farne da cornice e la globalità di quanto ascoltato forniscono diversi elementi per ben sperare ma c’è da rilevare che la semplicità mostrata rischia di diventare una debolezza e un handicap per i nostri italiani, specie se contrapposti ai colleghi lingua madre. Per andare oltre ed ergersi prima nel panorama tricolore e poi, magari, in quello oltre confine serve uno sforzo in più, possibile ma difficile da parte della Rossi, ben più alla portata dei restanti musicisti. Hidden è un buon lavoro che rischia di restare anonimo per mancanza di coraggio in fase compositiva e che potrebbe diventare il via di una bellissima realtà nostrana se solo musica e voce riuscissero a superare i propri limiti.

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Arturocontromano – Pastis

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Questa band calca le scene torinesi da più di 15 anni, come un fiume in piena tra Ska, Reggae, Folk nostrano, Funky e cantato in italiano mai banale e fuori dal tempo. Anche questo nuovissimo Pastis è fresco e concreto. A cavallo tra la maturità e la poca voglia di crescere, restare sognatori incalliti con i piedi per terra. L’inizio di “E la Sera” è festa, con quelle voci sotto che sanno di vino rosso versato in bicchieri da piola. Il contrabbasso e la batteria swingata sono gioia pura, perfetto poi l’incastro con il piano wester e con il sax. Un suono che ammette miriadi di sfumature, “Fermo a Carnevale” è sarcastica, contro ogni tipo di moda, sbilenca con quella tromba e quella ballata in levare. Sembra il gioco di un equilibrista che si destreggia con una gamba sola, il senso di caduta costante aumenta il divertimento. Il tutto poi impreziosito dalla collaborazione con gli Eugenio in Via di Gioia, tra i migliori gruppi in circolazione oggi a Torino.

La canzone più bella arriva con “Il Cassetto”, vecchia fotografia impolverata. Semplice, uno schiaffo in faccia di nostalgia e i rimpianti di una fredda divisione. Ma ci pensa il gruppo a creare un suono magico su un tema alquanto scontato, potere sopraffino del Pop. Il resto del disco scorre come acqua tra le dita in una calda notte d’estate, fresca e dissetante (anche se la bevanda più adatta a rappresentare un disco che si chiama “Pastis” di certo non è l’acqua!). Non mancano però temi più caldi che le mani le bruciano. “Il Senso Del Non Senso” galleggia su un substrato ballabile e latino, le parole sono però le più impegnate del disco e si collocano nel bel mezzo della striscia di Gaza. “Pastis” è eterogeneo, multiculturale ma ha il suo filo logico che lega una canzone all’altra e ogni brano ha in sé qualcosa che merita un commento. “La Mia Esplosione” e “Sospiro” dimostrano come gli Arturocontromano giochino col Jazz, avvicinandosi a Vinicio Capossela ma anche al maestro Paolo Conte. Il sax domina la scena in questi due pezzi stradaioli. “Vorrei Adesso” e “Dall’Altra Parte dell’Oceano” sono scanzonate e studiate a puntino per scatenare il pubblico di un concerto. Senza dimenticare mai quel senso di nostalgia e di consapevolezza che racchiude tutto il Pastis. Il titolo descrive tutto per bene, questo è un album da bere: per dimenticare le brutte batoste, per ricordare i bei tempi, per un brindisi tra vecchi amici o semplicemente per sciogliere più le gambe e fare baldoria.

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Duran Radio | Intervista allo staff della radio web dedicata ai Duran Duran

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evoL | Intervista al Pop Rapper dalla provincia alla conquista di Milano

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Zirkus der Zeit – A Shape in the Void

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Probabilmente, tra l’infinità di dischi che ho avuto il piacere di ascoltare negli ultimi mesi, nessuno come questo A Shape in the Void dei liguri Zirkus der Zeit è riuscito a mettermi nella stessa condizione di difficoltà valutativa.

Partiamo dalle prime impressioni e da quei fattori che servono poi a costruirsi un’iniziale opinione; cominciamo da quegli elementi congegnati dal duo e che, inevitabilmente, vogliono innalzare l’asticella del nostro interesse. Un nome in tedesco che significa Il Circo del Tempo; due membri di sesso opposto rintanati sotto gli pseudonimi di V e Z; un album dal titolo in inglese che si traduce in una forma nel vuoto; un artwork minimale, oscuro e accattivante; una foto/disegno che ritrae V e Z in una posa che ricorda un’altra coppia che, come vedremo, è da considerare punto di riferimento dei nostri Zirkus der Zeit. Se l’intento era di rapire la nostra attenzione, ci sono riusciti; quello che resta è andare al sodo con l’ascolto e qui iniziano i dubbi. Tanta “solennità” inizia a sciogliersi col passare dei minuti e la prima cosa che viene voglia di fare è incazzarsi per una sorta di tradimento artistico ma poi subentra la serietà di chi è chiamato a descrivere qualcosa che probabilmente non conoscete (nonostante sia il secondo album) e non avete ancora ascoltato. Quello in cui certamente riesce il duo è, prima di tutto, creare un immaginario che coinvolga reminiscenze che superano la sola musica e fornire elementi per fantasticare e viaggiare nello spazio e nel tempo, nel passato e nel futuro, dentro e fuori i confini del mondo. Quello che colpisce è sicuramente il coraggio, soprattutto di V che crea trame soniche complesse, articolate, dalle continue variazioni e sicuramente non consone alle più ovvie produzioni nostrane. Quello che, invece, diventa il punto debole dell’opera è, prima di tutto la voce di Z, la quale, sopra tappeti sonori contorti e oscuri, prova a fare sfoggio di muscoli ma non regge il peso con la sua timbrica mediocre e una tecnica non proprio fuori dal comune.

Eppure non è solo lei a non convincere perché, se è vero che di V possiamo apprezzarne il coraggio (del resto, in Italia essere coraggiosi, nel senso di diversi non è poi cosa di troppo sforzo) non possiamo dire altrettanto degli arrangiamenti e del sound nel suo complesso, che da più parti si vuol far ricondurre a influenze di prestigio quali NIN, King Crimson, Tool addirittura, ma che in realtà, finisce per forgiare solo una copia non troppo riuscita dei Dresden Dolls in chiave Rock. Sono proprio loro il punto di riferimento principale, o almeno l’accostamento più opportuno, nonostante mai citato a quanto pare, per i nostri Zirkus der Zeit, soprattutto nelle sessioni di piano/voce che sono poi anche le più interessanti. Proprio come la band di Boston capitanata da Amanda Palmer, i liguri lavorano su atmosfere cinematografiche noir, su sonorità da Dark Cabaret, su immagini nostalgiche come sbiadite foto in bianco e nero, alternando poi Piano Rock e un banale Alternative Rock misto a Prog e Metal senza vera convinzione ma che finisce per essere l’unica vera variante notevole dal più noto e già citato duo.

Se dunque la fortuna del duo americano è da ricondursi alla creazione di questo varietà grottesco e circense da Belle Epoque, non si può dire lo stesso di chi cerca di imitarne all’eccesso lo stile e se i primi hanno avuto non solo la capacità di essere primi e diversi ma anche di produrre brani eccelsi e immortali, unendo sensibilità e divertissement ad arrangiamenti notevoli e una voce incantevole e intensa, gli italiani non riescono a colpire nello stesso modo, riducendo il tutto a una sorta d’imitazione basilare che vorrebbe forgiarsi di derivazioni più complesse senza riuscirci.
Detto questo, sembrerebbe ovvia una bocciatura per il secondo album dei Zirkus der Zeit, ma da qui i dubbi palesati all’inizio. A Shape in the Void è come un tema copiato dal primo della classe ma un tema ben scritto, con qualche spunto interessante e comunque diverso dalle banalità di quattro asini che si scopiazzano tra loro senza riuscire a mettere insieme un pensiero decente. Dunque, dopo una serie innumerevole di ascolti, non posso che promuovere il duo, se non altro perché hanno tutte le potenzialità per andare ben oltre quei limiti. L’importante sarebbe iniziare a essere davvero se stessi e partendo da questo presupposto si potrebbe veramente capirne il valore. Avvolgere i Dresden Dolls di fumo e veli neri, di schitarrate e ritmiche pesanti e contorte, non può bastare.

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The Incredulous Eyes – Red Shot

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Una partenza moscia, con mood triste alla “Small Poppies” di Courtney Barnett, più  un nome e un immaginario grafico che rimandano ai Tre Allegri Ragazzi Morti; fatto sta che nella  testa tutte le mie ipotetiche aspettative si concretizzavano in un album dall’attitudine decisamente differente. Red Shot, invece, è un disco che spinge, che  inizia con una serie di tracce corte per poi maturare una complessità musicale in constante evoluzione nell’arco delle sue tredici canzoni. Rock di matrice che ricorda a  momenti i migliori Foo Fighters ma che assomiglia soprattutto ai Royal Blood con l’unico difetto di perdersi sporadicamente in qualche malinconico momento nickelbackiano. Musica da sottobosco indie, locali piccoli e sotterranei, concerti bui e bagnati di sudore, un posto di diritto nelle playlist “alternative” di Spotify. Gli Incredulous Eyes riescono a liberarsi anche da tipici stilemi che affliggono il Rock italiano offrendoci un prodotto dalle sonorità totalmente internazionali, impresa non così scontata nella nostra penisola, senza compiere nulla di eclatante ma presentandosi con un album di ottima fattura.

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Vinile vs Cd vs Mp3: è una questione di qualità o una formalità?

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A parità di tecnica di registrazione vogliamo qui toccare i vari aspetti, ma anche le trasformazioni, che i supporti audio hanno avuto nel tempo e come lo studio dell’apparato uditivo, unito all’avvento dell’information technology, abbia aiutato a elaborare nuove tecniche di diffusione dei materiali audio. Cominciamo dal pentagramma; quando la frequenza fondamentale di una nota (es. LA1=110Hz, LA2=220Hz … LA4=440Hz) viene raddoppiata, non facciamo che andare più in alto di un’ottava. Allo stesso modo, se vogliamo salire di un semitono basta moltiplicare per 21/12 la fondamentale. Dodici sono i semitoni che compongono una scala. L’orecchio umano è in grado di percepire un range di frequenze che vanno da 20Hz a 20KHz e va detto che la massima sensibilità si ottiene intorno ai 2-4KHz (che è la banda vocale utile trasmessa ad esempio sui cellulari); inoltre, come è facile intuire, con l’avanzare dell’età il limite superiore dei 20KHz tende a diminuire. Provate voi stessi, cliccate play sul video qui sotto e sentite che età hanno le vostre orecchie!!!

Le variabili che entrano in gioco nella registrazione del suono, nella propagazione e successivamente nell’ascolto fanno si che, nel tempo, l’informazione contenuta nella registrazione sia andata via via diminuendo cercando di far risaltare maggiormente le frequenze dove l’orecchio ha la massima sensibilità. Così si risparmia memoria nei supporti a scapito di una “fantomatica qualità”. Dico fantomatica perché non fà differenza se ascoltate un vinile, un mp3 (con compressione decente) o un compact disc; non è il supporto a creare la differenza ma un insieme di cose come la qualità della registrazione, le vostre orecchie, il tipo di impianto Hi-Fi che avete in casa, l’ambiente che vi circonda e poi il supporto audio utilizzato. Quindi, lasciando perdere la registrazione perché non dipende da noi, le nostre orecchie per le quali c’è poco da fare, l’assenza di impianto Hi-Fi visto che i soldi sono sempre pochi, cerchiamo di capire che differenza c’è tra i supporti più diffusi.

Il Vinile è il supporto analogico per eccellenza e, seppur molti di noi non abbiano mai sentito il suo suono, rimane sempre un must per gli appassionati, tanto che alcuni riferiscono che il suo effetto acustico risulti “più caldo”: ma è solo l’irregolarità dei solchi che produce una lieve distorsione che lo fa sembrare tale. Messi da parte i gusti personali, l’incisione su vinile rimane molto fedele alla qualità dei trasduttori (microfoni) utilizzati per la registrazione. Sfatiamo però qualche mito: per prima cosa, è vero che durano anche 100 anni, certo ma a patto che li manteniate con cura, non li facciate cadere e che possediate un giradischi con una buona testina. Giradischi che, per suonare sfruttando tutte le qualità, ha bisogno di manutenzione periodica e di una spolverata se non utilizzato di frequente, dopo ovviamente aver sostenuto una spesa iniziale per l’acquisto cercando di non risparmiare troppo. Incidono sul suono, ad esempio, le vibrazioni derivanti dal motorino che lo fa girare e, del resto, si tratta pur sempre di suono riprodotto per mezzo semi-meccanico. GIUDIZIO: tanti ricordi portano da lui ma in fin dei conti al giorno d’oggi è scomodo da utilizzare.

Il Compact Disc è il primo surrogato dell’era digitale; l’audio stereofonico (LPCM) viene memorizzato in formato digitale, campionato a 44,1 KHz con campioni di 16 bit che regolano l’andamento della pressione sonora. I 44,1 KHz sono il risultato del teorema del campionamento di Nyquist-Shannon secondo cui la frequenza di campionamento deve essere doppia rispetto alla frequenza massima del segnale da acquisire. Ricordate la sensibilità dell’orecchio umano, 20 KHz? Ecco spiegato perché il CD ha un campionamento a 44,1 KHz e cioè per accogliere tutte le frequenze udibili dall’uomo. Seppure queste specifiche tecniche hanno reso il CD il migliore dei supporti, c’è da dire, come ben sappiamo tutti, che se non conservati bene alla lunga si rovinano. GIUDIZIO: ottima qualità, facilità di utilizzo, ma attenti a non lasciarli al sole.

MP3 e FLAC sono i nuovi formati digitali, “senza supporto”, adatti alla trasmissione e condivisione in rete. Ulteriormente compressi e campionati secondo specifici algoritmi ed estratti dal CD sono, rispettivamente, con perdita di qualità, lossy e senza perdita di qualità, lossless. Il formato FLAC (768 kbit/s) lossless rimane il più adatto all’ascolto, grazie alla sua alta fedeltà, molto simile al CD e una più versatile archiviazione che però vede file dell’ordine dei 10/20 MB. Non è facile trovare in rete del materiale con questi standard. GIUDIZIO: ottimo compromesso, adatto ai tempi che viviamo; peccato non sia così facile reperire album in questo formato. L’MP3 rimane il più utilizzato e diffuso ai giorni nostri grazie alla ridotta occupazione di spazio, 3/4 MB leggeri da streammare. Esistono tre diversi livelli di compressione sviluppati negli anni. Sintetizzando, possiamo dire:  Layer I, compressione a 384 kbit/s, eccellente qualità audio, utilizzato nei sistemi professionali digitali, utilizza il metodo di eliminazione delle frequenze mascherate sfruttando gli studi di psicoacustica. Layer II, compressione tra i 192 e i 256kbit/s, usa algoritmi più sofisticati del precedente ottenendo una qualità eccellente a 256 kbit/s ma anche a 192 kbit/s raggiunge buoni livelli. Layer III, compressione tra i 112/128kbit/s, utilizza, oltre che i precedenti metodi, anche una codifica estrema basata sull’entropia del contenuto informativo. Con 128 kb/s otteniamo un suono molto vicino all’originale. GIUDIZIO: è impossibile farne a meno al giorno d’oggi e se proprio potete scegliere prediligete il rapporto di compressione più elevato.

Ognuno ha i suoi gusti, o meglio le sue orecchie, basta non cadere troppo in basso e cercare il compromesso migliore nella situazione in cui vi trovate. Un sano trasformismo, senza bandiere da sventolare, ci può portare a scegliere il Vinile per gli album che ci hanno segnato o che non possiamo far a meno di possedere. Il Compact Disc in caso volessimo gustare a pieno o sostenere un gruppo. Il FLAC se proprio volessimo archiviarci tutto. Per tutto il resto c’è il buon vecchio e pirata Mp3.

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