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Calibro 35 – Traditori di Tutti

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Quattro musicisti nella stessa stanza; chitarre fuzz, organi distorti, bassi ipnotici e funky grooves riempiono l’atmosfera. Luca Cavina, chitarra e basso, Enrico Gabrielli, organi e fiati, Massimo Martellotta, chitarra elettrica e lapsteel, e Fabio Rondanini, batteria e percussioni, formano i Calibro 35, gruppo italiano (milanese) il cui progetto prende vita sotto i loro stessi occhi. Un progetto che segna la loro carriera e il loro modo di fare musica, soprattutto musica per le immagini. Quindi colonne sonore dedicate ai polizieschi e action thriller con cover e brani originali che sottolineano l’intenzione e la capacità del gruppo di ricreare atmosfere e mondi che talvolta nei film si danno per scontato ma che alcune volte fanno il film stesso. Dunque i Calibro 35 iniziano la loro carriera dove molti gruppi italiani non riescono nemmeno ad arrivare e cioè all’estero: Lussemburgo, Belgio, Stati Uniti. Registrano Eurocrime, documentario americano sui polizieschi italiani, il loro primo album Ritornano Quelli Di…, l’intera colonna sonora del film Said e alcuni brani per i film Gli Angeli del Male, La Banda del Brasiliano e Romanzo Criminale. Nel 2010 esce Rare, raccolta di musiche da film, b-side, versioni alternative e inediti dell’archivio della band e nel 2010 è la volta dell’album Ogni Riferimento a Persone Esistenti o a Fatti Accaduti è Puramente Casuale, contenente dieci brani inediti e due cover, e l’ep Dalla Bovisa a Brooklyn che si muove come sempre tra cover, originali e una storia a fumetti del gruppo.

Finalmente il 2013 porta Traditori di Tutti, uscito in Italia il 21 Ottobre e da Novembre anche in Giappone. L’album è formato da dodici tracce che vivono e riecheggiano le atmosfere poliziesche e filmiche quasi soprattutto degli anni settanta. A primo acchito si potrebbe pensare che sia musica troppo settoriale ed in effetti si percepisce una certa malinconia di quegli anni, il che però non guasta dato che quello fu uno dei periodi più prolifici per la storia della musica mondiale. Ed infatti leggendo qualche loro intervista quella degli anni settanta non viene percepita come una fissazione assoluta ma come un momento da cui partire, come un esempio da tenere ben a mente per poi fare qualcosa di proprio ed in qualche modo originale. Appena si clicca play il “Prologue” ci trasporta in una sorta di atmosfera west abbandonata subito in “Giulia Mon Amour” nella quale si concretizza la loro tecnica spiccata che a quanto dicono è frutto solo della conoscenza dei loro strumenti, dell’atmosfera e dell’improvvisazione che è il punto focale. Ma il pilastro di tutto il lavoro è certamente Traditori di Tutti di Giorgio Scerbanenco, romanzo del 1966 che racconta le indagini che stanno dietro all’annegamento di Silvano e Giovanna. Giovanna è una giovane donna costretta a sposare un uomo che non ama e a ritrovare la sua perduta verginità grazie a un delicato intervento. La sua fine però non avviene con il matrimonio-farsa ma con una crivellata di proiettili e l’annegamento nel Naviglio.

Una Milano e un’Italia violenta e crudele che traspare come uno specchio negli inseguimenti Funky tra gli strumenti (“You, Filthy Bastards!”), nella tensione Rock delle percussioni (“Stainless Steel”), nel fitto vintage delle tastiere (“Vendetta”) e nella psichedelia più spiccata (“Mescaline 6”, “AnnoyingRepetitions”).

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Colors: il disco d’esordio di Luca Poletti con guest Paolo Fresu

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Nato a Belluno nel 1986, Luca Poletti ha una carriera già sorprendente: laureato in pianoforte, musica jazz, strumentazione e composizione per banda a Trento, ha vinto numerosi festival internazionali, ha collaborato con colossi del calibro di Uri Caine, Steve Swallow, Bruno Tommaso e per Colors ha immaginato subito una tromba d’eccezione, come quella di Paolo Fresu. Colors si compone di diciassette pezzi intervallati da preludi (di cui due scritti da Fresu). Trovate maggiori informazioni sui modi per reperire il disco sulla pagina Facebook di Poletti.

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Bill in The Tea – Big Tree

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Big Tree è un nome interessante per un album di esordio; bisognerebbe  chiedere ai diretti interessati le genesi di questo nome, che in due parole racchiude un po’ il senso del lavoro del quintetto catanese Bill In The Tea.  Gli alberi, e per la precisione uno in particolare bello grande, si è fatto strada fra i meandri della città sicula mettendo le proprie radici nei territori musicali del Progressive Rock e del Jazz. Da queste appendici  è nato un unico tronco che sorregge come rami nove tracce, per la maggior parte strumentali, ricche di linfa melodica sperimentale, che lanciate verso l’alto si inerpicano su e giù in un in districabile intreccio.  Scelta coraggiosa da parte dei giovani siculi quella di cimentarsi con un genere come quello strumentale che in Italia non ha molti seguaci, anzi lo potremmo comodamente definire come un genere di nicchia.

I Bill in the Tea, però si esprimono su territori completamente differenti rispetto ad alcuni esperti del  genere come i Calibro 35 o gli Zu.  In Big Tree ci si trova principalmente sul piano dell’Ambient , tra suoni leggiadri e impalpabili rubati al Jazz e melodie delicate come in  “Now I Know  What The M Means” o “Change Colours “ oppure si aggiunge un po’ di ritmo e qualche citazione e si sogna in“I Wanna be Franck Zappa” e “Mad”.  Atmosfera è decisamente la parola cardine di tutto il lavoro, anche sei brani risultano un po’ lunghi rispetto agli standard di un ascoltatore medio. Come dicevamo tra tutti questi rami arrivare alle foglie è un viaggio anzi un volo pindarico tra violini che appaiono e scompaiono, suoni eterei e ritmi più corposi , che richiedono spesso pazienza e attenzione all’ascolto. Un lavoro in controtendenza rispetto alla velocità con cui la musica viaggia oggigiorno, un sorta di slow motion musicale, piacevole senza dubbio, ma al tempo stesso senza infamia e senza lode.  Forse  qualche occhiata più maliziosa e qualche passo più ardito avrebbe aggiunto più freschezza al tutto, ma come dicevamo un albero se ben alimentato continua a crescere e ad aggiungere rami e foglie, ed è quello che auguriamo per il quintetto catanese. Un esordio che getta le basi per un possibile futuro.

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Jazz sotto le stelle in provincia di Chieti

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Dal 7 agosto partirà la diciannovesima edizione del festival Jazz Sotto Le Stelle, iniziativa che negli anni ha saputo portare sul palco numerosi artisti di fama nazionale e internazionale del calibro di Rossana Casale, Lino Patruno, Kelly Joyce e Raphael Gualazzi. Jazz Sotto Le Stelle si terrà, come di consueto a Palena, in provincia di Chieti, con il seguente programma:
7 AGOSTO 2013
PENNY LADIES
female Beatles tribute band

9 AGOSTO 2013
RESONANCE TRIO
tribute to Chet Backer

20 AGOSTO 2013
GIANNI FERRERI SMALL BAND
featuring ELENA DRAGANI

21 AGOSTO 2013
MUSICA SPOGLIA
LUIGI BLASIOLI contrabbasso
ERIKA SECONDINO voce

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“Diamanti Vintage” Portishead – Dummy

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Il Trip-Hop con Dummy dei Portoshead ha il suo regno assoluto, lo scettro e la corona di un ragguaglio indistruttibile, la sua pietra miliare che, insieme ai Massive Attack e Tricky, non sarà – a tutt’ora – mai rimossa da nessun altro, e la Bristol caliginosa di nebbia e basse frequenze si innalzerà nei Novanta a capitale mondiale del genere.

Un disco cinematico, di talento e visioni atmosferiche letterarie, le pellicole degli anni Sessanta che tornano a srotolarsi per una nuova vita lungo gli strascichi di un Pop vellutato, invisibile e colorato al neon, digressioni sonore dal Soul al Bossanova, raffinatezze e sincronizzazioni che suggestionano l’ascolto come si fosse dentro una bolla d’aria, e poi quel divino decadentismo che si evolve e striscia esistenzialista come una foglia alla fine del suo ciclo vitale; Beth Gibbons voce, Adrian Utley chitarra/basso/theremin e Geoff Barrow alla produzione svelano il lato oscuro dell’anima inglese, apportano quella dolcezza amara e ovattata che ibridata dagli effetti sintetici a loop,  lo scretch mutuato dall’Hip-Hope quella melodia trasversale al French touch, diventa una formula sognante e trippy che ha lasciato segni indelebili in una generazione notturna, al limite del buio.

Undici brani preziosi, teneri e minimalisti, idonei per percorrere costellazioni oniriche e stati di grazia virtuali, la sensualità impalpabile della Gibbons è alle stelle, le impronte Jazz “Strangers”, “Pedestal”,  il soul rarefatto “Roads”, il Dream Pop di “Sour Times”, o la liquidosità eterea di “I Could Be Sweet” producono una serie di vibrazioni quasi estatiche, registri che si allungano e accorciano a seconda della struttura ipnotica o meno che il brano certifica, stop & go “Wandering Star” che vanno ad interpretare il pulse di tempie dilatate e vene a scorrimento aperto; definita la Billie Holyday dello spazio, la Gibbon insieme al sodale Utley firmano un disco che è una vera opera d’arte cosmique, quelle istantanee molecolari che una volta messe in moto sconvolgono con la dolcezza amara qualsiasi secondo della durata del disco e dove la parola “perfezione” trova finalmente e definitivamente collocazioni nella musica degli umani “umanoidi”

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Il nuovo videoclip dei GueRRRa

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È uscito Scimmmia, il nuovo videoclip dei GueRRRa, un trio di indole matematico-anarchica. Scimmmia rientra nel progetto Fonderie Jazzcore ovvero una raccolta di inediti, b-side, rare track e pezzi live che costituiscono la radiografia completa della scena jazz-core e che verrà distribuita da ImpattoSonoro in modo gratuito nel corso delle prossime settimane. Di seguito il clip:

 

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Cosa c’è di diverso nella musica elettronica?

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La domanda è nata quando ad un certo punto, in una bella giornata di sole, mi sono chiesto: perché il Jazz, che per me rappresenta la più alta manifestazione della tecnica sullo strumento, è una musica di nicchia ( solo il 3% della popolazione europea lo ascolta quotidianamente) quando dovrebbe essere il contrario? Allora, cominciandomi a rispondere, ho trovato la strada per questo articolo perché la risposta più banale che mi è venuta in mente, e cioè che è un fatto di ignoranza, mi sembrava troppo scontata, da fighetto un po’ snob e poco esaustiva. E poi così discriminavo il 97% della popolazione. Semplicemente ero partito da una considerazione sbagliata e cioè che non è solo la cultura che avvicina alla musica ma in gioco c’è tutta l’antropologia umana, fatta di aggregazioni, identità, sessualità, estetica, ecc….  Allora qual è la musica che più unisce e più è ascoltata dai giovani d’oggi? La musica elettronica. La mia analisi parte da qui, al rovescio, per portare la musica elettronica nel Jazz e il Jazz in quella elettronica.

Per musica elettronica intendo quei brani che intrinsecamente hanno al loro interno suoni prodotti da strumentazioni elettroniche, la musica da discoteca per capirci e non la musica registrata con mezzi elettronici; l’elettroacustica è un altro viaggio. Quindi musica fatta da sintetizzatori, campionatori, drum machine e sequencer che a ritmo martellante mettono a dura prova le orecchie o le gambe dell’ascoltatore, dipende da che tipi siete. Il mondo che aprono questi strumenti è un mondo vasto fatto di mille sfumature; tra le più recenti la Drum’n’Bass e la Minimal Techno. Sono partito dagli aspetti che più delineano questa musica e ho cercato la sintesi. Ovviamente non sarò esaustivo ma esporrò qui le mie personalissime e opinabili idee.

Ritmo Molta musica elettronica (non tutta ovviamente) è costruita attorno ad un forte nucleo ritmico, molto più che altri generi. Questo potrebbe discendere direttamente dalle radici della musica come il ritmo tribale. Riconoscere un buon ritmo non richiede una grande formazione musicale e la musica elettronica è piena di grandi battute.

BallabilitàDiciamolo, la musica elettronica ha senso quasi solamente su una pista da ballo. I vari ritmi, di cui sopra, costringono i nostri corpi a muoversi ed è semplicemente fantastico se fatto in gruppo. Per alcuni la musica elettronica diventa molto intrecciata a queste situazioni. Questo è dovuto alla sessualità che porta alla coscienza del proprio corpo.

Complessità timbrica  – La musica elettronica offre una complessità timbrica che va ben oltre ciò che si può trovare nella maggior parte dei generi che utilizzano strumenti tradizionali. Questo deriva dalla molteplicità dei suoni a disposizione dell’elettronica. Le variazioni timbriche generalmente sono poco distinguibili dalla melodia e ci vuole un buon orecchio per poterle apprezzare appieno. Per chi supera questo ostacolo troverà sicuramente interessante le potenzialità di questa musica.

Gamma emotiva L’elettronica ha una gamma emozionale molto più ampia e sfumata di quella che di solito troviamo nella musica tradizionale, ad esempio nella musica melodica. I sentimenti che questa musica può evocare sono raramente così evidenti, al contrario dei messaggi che può dare una canzone Pop. Queste ultime offrono narrazioni “coscientemente” più accessibili, mentre l’elettronica porta emozioni più complesse che non necessariamente si evolvono in modo lineare.

Anticonformismo I gusti musicali possono essere fortemente influenzati da fattori sociali e sono spesso parte della propria identità culturale. Per questo molti generi di musica elettronica tendono ad essere visti come non convenzionali e riescono a fornire da un lato un senso di appartenenza a una comunità e dall’altro rifiutano gli ideali tradizionali. Questo effetto è molto visibile in generi come la Techno.

Concludo dicendo che le “persone comuni” non conoscono la differenza tra la tromba e un trombone e non sanno assolutamente nulla su come si suonano questi strumenti ma in generale tutti gli strumenti. Questa cosa penso sia riconducibile al fatto che non siamo più abituati a guardare gli artisti che suonano perché siamo assuefatti ai video musicali che ci propongono una serie di immagini che vanno verso strade di narrazione musicale più che sulla rappresentazione strumentale. Perciò oggi la musica è una forma di video arte. Non penso che il Jazz e la musica elettronica siano così diversi, anzi, ritengo che siano abbastanza simili. Solo che il Jazz tende a sperimentare melodie astratte su strumentazione fissa mentre la musica elettronica accantona la melodia complessa per cercare spazio al movimento attraverso la varietà delle trame sonore.

Dal min. 4:00 si può apprezzare la prima presentazione in TV di un synth.

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Balagan – Nonostantetutto

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Da Vicenza passando idealmente per gli States, i Balagan ci regalano questo disco, autoprodotto, di blues scuro, folk strascicato, con qualche incursione jazz e samba: un album notturno, da bar gonfio di fumo, col biliardo in un angolo e un barista scontroso oltre il bancone.
I Balagan sono chiari fin dal principio: figli di Tom Waits, basano la loro musica crepuscolare e ruvida sul binomio “voce di carta vetrata” + “atmosfere retrò”. E il connubio è vincente: tra cantautorato da strada e un tono colto, come da concerto a teatro. Strumenti folk, perlopiù, dove comandano i pianoforti e le chitarre, i primi leggeri e sognanti, le seconde ondivaghe e tremolanti.
È bellissimo farsi trasportare in questo mondo di buio con poche, incerte luci a segnare la strada. Davide Ghiotto ci culla sussurrando rauco nelle nostre orecchie, mentre il resto della banda lo accompagna, tra arrangiamenti sapienti e un gusto che si percepisce studiato e di classe.
Il fantasma di Tom Waits è sempre presente, così come il suo emulo italico Capossela (Gatti = Contrada Chiavicone?), insieme a qualche eco da cantautore nostalgico (leggi: Francesco De Gregori in Meste’), fino ad arrivare al recital di USS Constitution, brano che chiude il disco.Sono proprio gli “inciampi” (se così vogliamo chiamarli) a rendere questo disco un piccolo scrigno di perle (penso a Venere, così cantautorale, o a Samba blue, così… samba).
I testi, sebbene alla prima lettura possano sembrare nudi, scarni e poco ispirati, vengono totalmente stravolti dalla voce di Ghiotto, che riesce a far passare, attraverso versi che spesso sembrano filastrocche in rima baciata, una passione e un sentimento che non avremmo creduto potesse abitarli.
Un disco onesto, sincero, suonato e arrangiato bene, forse troppo appoggiato su questa voce così particolare, e che allo stesso tempo ci ricorda (molto? Troppo?) spesso qualcos’altro. Un disco da ascoltare in auto viaggiando nel buio, o seduti in poltrona bevendo da un bicchiere senza fondo, ad occhi chiusi.

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Valter Monteleone – Hill Park

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Oggi mi trovo a recensire un polistrumentista, Valter Monteleone,  con un esperienza pluriennale come session musician. Ma che pluriennale, decennale è l’espressione giusta. Si decennale. La sua carriera da chitarrista, bassista e batterista ha inizio nellontano 1967 quando comincia la sua esperienza da turnista in varie formazioni pop italiane di spicco come:  Nada Malanima, The Showmen, Nini Rosso, Ombretta Colli, Carmen Villani, Lucio Dalla, Sergio Bruni, Aurelio Fierro, Rita Pavone, Teddy Reno, Betty Curtis.Sicuramente anni di formazione e di pura esperienza visti i nomi e visti i tempi, d’oro appunto. Personalmente la musica leggera Italiana fa inacidire il mio stomaco e mi chiedo cosa mai possa venir fuori da questo disco. Ma soprattutto, perché l’ hanno inviato a Rockambula?!?! Non capisco cosa c’entriamo noi Rocker con la musica pop per l’aggiunta italiana. I dubbi mi assalgono e l’unico modo per toglierli dalle scatole è infilare il CD, Hill Park,nell’HiFi e pigiare su play.
OK allora parto. La prima track è Bossando, il richiamo al latin jazz è immediato. Subito, i primi accordi in levare lasciano alla fantasia lo spazio di una calda spiaggia sudamericana con l’aria calda che ti sfiora la pelle e il tempo inizia a dilatarsi intorno. E’ Jazz, altro che musica leggera italiana, altro che pop. Questo è jazz!!!
Nel 1994, il nostro Valter, inizia la sua avventura jazz che lo porterà a suonare la batteria in varie formazioni, da una Big Band, la Taras Jazz Forum Orchestracondotta dal maestro Domenico Rana all’Academy Jazz Trio.Non faccio elenchi ma la storia continua ed è piena di partecipazioni rilevanti. Inizia a uscire fuori lo spessore di quest’artista, di queste note. L’armonia di questa composizione. Il disco di una vita lo definirei a primo acchitto. Dentro c’è tutta la passione per la musica, lo studio, l’impegno. Roba seria insomma. La tracklist procede con Castle in cui una voce profonda (alla Paolo Conte) accompagna la musica che ci trasporta sempre più dentro questa esperienza. Si prosegue con Hill Park, traccia che titola l’album, che inizia con un temporale in sottofondo, tuoni e acqua a catinelle danno il la alla tastiera e alla chitarra. Molto New Age. Tutto accompagnato dalla sua calda voce. Scorre così quest’album, splendidi giri d’accordi che creano la perfetta atmosfera per qualcosa di intimo, di personale.
Tutto nei minimi dettagli. Note che scorrono lisce senza intoppi e ritmi studiati a pennello. Forse manca qualche virtuosismo di quelli da far drizzar la pelle. Forse si potrebbe anche dire che qualche “notaccia” in più sarebbe stata più viscerale. Ma alla fine che cos’è il jazz?! Nessuno può dirlo e solo l’ascolto può illuminarci.

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