Experimental Tag Archive

R.A.P. Ferreira – Purple Moonlight Pages

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Un album che si spera sia d’esempio per tutta la nuova scuola rap oggi più che mai carica di talenti.
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What’s up on Bandcamp? [febbraio 2020]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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What’s up on Bandcamp? [gennaio 2020]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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What’s up on Bandcamp? [novembre 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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What’s up on Bandcamp? [ottobre 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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What’s up on Bandcamp? [settembre 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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Settembre ci porterà via con sé

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300 secondi o poco più di tanta roba!
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What’s up on Bandcamp? [giugno 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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Lourdes Rebels – Lolita

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Barachetti / Ruggeri – White Out

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White Out è un concept sul “male di testa”, un male fisico e psicologico che colpisce e porta al declino la società occidentale a causa dal suo vivere alienante dovuto alla scelta di sposare le volontà del capitalismo, portatore, con i suoi eccessi e con le sue gravi e conseguenti mancanze, di quello che risulta essere a tutti gli effetti un angosciante dolore esistenziale. Un male che presentandosi come un miglioramento risulta paradossale, un male che può sedurre e che ci ha sedotti nonostante l’evidente abuso, per altro privo di contenuti, della propria influenza da parte di poche, ma importanti e ricche, persone-società. Un male che sfocia nella perdita e nel delirio della realtà interiore e che viene ottimamente descritto dall’album firmato da Luca Barachetti (ex Bancale) ed Enrico Ruggeri (ex Hogwash) al loro debutto con questo progetto.
I due hanno unito le loro forze per dare vita a 12 canzoni-non-canzoni nelle quali l’alienazione della nostra epoca è tradotta in musica e parole attraverso i poetici testi di Barachetti ed il suo spoken infingardo che mette in collisione patologia e creatività in un’introspezione dove la parola, ora descrittiva ora cronachistica, nella percezione del presente disagio lavora in perfetta simbiosi col corpo e con l’inconscio che manifestano le proprie pulsioni attraverso le trame sonore realizzate da macchine analogiche, strumenti autocostruiti e strumenti tradizionali suonati in modo non convenzionale di Ruggeri. Ne viene fuori un disco per certi versi avanguardistico che a seconda dei momenti potrà farci pensare a La Monte Young o ad Eliane Radigue come a Fennesz, un disco capace di risultare futuristico come primordiale descrivendoci questo dolore ancora troppo sottovalutato tra minimalismi, cacofonie, distorsioni elettroniche, droni e percussività più o meno industriali di ogni sorta.

White Out è dunque un album indubbiamente politico che scava lentamente la solitudine ed il male dei nostri tempi affascinando sin dall’iniziale sussurro dai suoi suoni spettrali e atonali di “Dolore Bianco” cui segue la percussività deviata di “Corpo Occidentale”, dove ogni cosa prodotta è cosa desiderata ed il desiderio stesso, avendo ampiamente superato la sua capacità di tolleranza, risulta essere un sentimento ormai sepolto (desiderio fisico compreso). Ottimi momenti, in un disco dove si potrebbe tranquillamente segnalare ogni singolo brano, sono la ninna nanna dall’andatura Minimal ma tecnoide della title-track, l’amara ironia di “Panda Psichico”, centrata sui ritmi che questo grande Nulla ci costringe a seguire e sul cedimento fisico e mentale che ne consegue, o ancora l’opprimente incontro/scontro tra ragionevolezza e follia di “Macula” (titolo ripreso da una poesia di Paul Celan, a cui il brano è dedicato) ed i cerebrali battiti della straniante ballata “Pulsa”, mantrica e ferrettiana, che ci porta a periodi storici oscuri nei quali era ancora tuttavia possibile intravedere una rifioritura.

Ma White Out è anche speranza, voglia di rivincita, voglia di riprendersi la propria vita e dei 12 brani che lo formano 4 sono “analgesici”. Si tratta di 4 tentativi di salvezza in cui l’umano, fin qui più o meno forzatamente complice della situazione ma in ogni caso disumanizzato, entra in conflitto con sé stesso. “Uomo Scritturato” è ad esempio un invito (al mondo dell’arte ma non solo) a tuffarsi dentro una realtà da rivedere e da riscrivere con onestà e profonda partecipazione partorito dopo dopo aver assistito ad uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni. Ma è in “Cretto del Vero” che il tentativo di guarigione si fa ancor più evidente; il brano, indirizzandoci al terremoto del Belice (il pezzo è dedicato ad Alberto Bucci autore del Cretto di Burri di Gibellina, opera sorta in memoria del paese raso al suolo cementificando le macerie in modo da ripercorrerne le strade), dona inizialmente una sensazione di rottura sottolineata dai versi di Barachetti per poi giungere ad una cassa dritta che regala la sensazione di una netta ed improvvisa presa di coscienza accompagnata da una speranza tanto utopica quanto sentita (attendi un glicine, una vertigine che colmi di ritorni e ritorni queste venature di vuoti). Si conclude con l’apocalittica genialità di “Fiume Verticale” brano dove più che mai le parole prendono vita attraverso una reazione che rappresenta l’atto salvifico ultimo; il prendere coscienza del dolore dell’esistenza e tramite esso combattere quello del vuoto esistenziale, per quanto il rischio di ritrovarsi domani ancora una volta riassorbiti e vittime di quell’iniziale dolore bianco (così descritto dal duo nella cartella stampa: ciò che ci lascia il presente è una passione senza resurrezione che il giorno seguente scompare, ma ritornerà. Nel sepolcro su cui è inciso il nostro nome noi non ci siamo) coi tempi che corrono, ahinoi, non si possa escludere.

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Le Classifiche 2016 di Silvio “Don” Pizzica

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Deerhoof – The Magic

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Per la band statunitense più nipponica che ci sia (la presenza di Satomi Matsuzaki non è pura estetica) non è ancora arrivato il momento di porre fine a un percorso artistico lungo oltre vent’anni eppure ancor più prolifico che duraturo. Mai capaci di fare breccia tanto nel grande pubblico quanto in quello più avvezzo a sperimentazioni di sorta, nella loro vasta produzione vantano solo una manciata di opere davvero degne di nota, tutte da ricercarsi nel periodo che va da Reveille del 2002 a Offend Maggie del 2008. Da quel momento si sono susseguite, fino a questo The Magic, una serie di uscite sulla stessa falsa riga, sia stilistica, sia qualitativa, con album di buona fattura ma mai capaci di andare “più in là” e sancire una mai troppo palesata ricerca di grandeur. Mantenendo intatto il loro stile forgiato su una miscela pazzoide di Rock, Noise Pop, Experimental, Art Pop/Rock con quelle reminiscenze da Sol Levante già accennate (vedi “Kafe Mania!”) stavolta provano ad aggiungere qualche elemento, non certo nuovo ma meno caratterizzante le loro precedenti elaborazioni come il Punk, il Glam, l’R&B (“Model Behavior”) ad esempio, con qualche suono rubato all’Elettronica anni 80. Ad arricchire la tracklist enorme (quindici pezzi) ma abbordabile (poco più di quaranta minuti) la voce di Satomi, sempre intrigante senza suonare fuori dal comune e qualche interessante trovata melodica, oltre a quella capacità che li ha sempre contraddistinti di amalgamare perfettamente striduli rumoristici a ritmiche ammalianti, insistenti e armonie distensive. The Magic è ciò che un buon amante della band di San Francisco dovrebbe aspettarsi ma purtroppo non è ciò che un loro vero amante avrebbe desiderato. Eppure, a pensarci bene, un sincero amante dei Deerhoof non avrebbe mai pensato che Greg Saunier e soci sarebbero stati capaci di andare oltre a questo The Magic.

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