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Deerhoof – The Magic

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Per la band statunitense più nipponica che ci sia (la presenza di Satomi Matsuzaki non è pura estetica) non è ancora arrivato il momento di porre fine a un percorso artistico lungo oltre vent’anni eppure ancor più prolifico che duraturo. Mai capaci di fare breccia tanto nel grande pubblico quanto in quello più avvezzo a sperimentazioni di sorta, nella loro vasta produzione vantano solo una manciata di opere davvero degne di nota, tutte da ricercarsi nel periodo che va da Reveille del 2002 a Offend Maggie del 2008. Da quel momento si sono susseguite, fino a questo The Magic, una serie di uscite sulla stessa falsa riga, sia stilistica, sia qualitativa, con album di buona fattura ma mai capaci di andare “più in là” e sancire una mai troppo palesata ricerca di grandeur. Mantenendo intatto il loro stile forgiato su una miscela pazzoide di Rock, Noise Pop, Experimental, Art Pop/Rock con quelle reminiscenze da Sol Levante già accennate (vedi “Kafe Mania!”) stavolta provano ad aggiungere qualche elemento, non certo nuovo ma meno caratterizzante le loro precedenti elaborazioni come il Punk, il Glam, l’R&B (“Model Behavior”) ad esempio, con qualche suono rubato all’Elettronica anni 80. Ad arricchire la tracklist enorme (quindici pezzi) ma abbordabile (poco più di quaranta minuti) la voce di Satomi, sempre intrigante senza suonare fuori dal comune e qualche interessante trovata melodica, oltre a quella capacità che li ha sempre contraddistinti di amalgamare perfettamente striduli rumoristici a ritmiche ammalianti, insistenti e armonie distensive. The Magic è ciò che un buon amante della band di San Francisco dovrebbe aspettarsi ma purtroppo non è ciò che un loro vero amante avrebbe desiderato. Eppure, a pensarci bene, un sincero amante dei Deerhoof non avrebbe mai pensato che Greg Saunier e soci sarebbero stati capaci di andare oltre a questo The Magic.

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Tim Hecker – Love Streams

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Scultore del suono, autore negli ultimi 15 anni di una serie di grandi dischi, Tim Hecker torna con questo Love Streams che segna il passaggio in casa 4AD, una delle novità riservateci dall’artista canadese. L’altra, come ormai tutti sapranno, è l’uso, per la prima volta, dell’elemento vocale (immerso in strutture molto più sintetiche di quelle fin qui costruite dal Nostro). La grande ammirazione di Tim Hecker per Josquin Desprez, compositore del 15° secolo famoso per le sue messe ed i suoi cori polifonici, ha portato il canadese a convertire (con la collaborazione di Kara-Lis Coverdale) parte di queste composizioni adattandole alla propria estetica, questi adattamenti sono poi stati consegnati ad un certo Johann Johannsson (vincitore lo scorso anno di un Golden Globe come miglior colonna sonora per La Teoria del Tutto) che ha prima guidato e poi manipolato l’Icelandic Choir Enesemble nelle parti cantate che incontreremo durante l’ascolto.
È dunque un Tim Hecker che continua a rinnovarsi, muovendosi nel tempo e nello spazio, con un disco che darà il suo meglio proprio nei passaggi contenenti gli interventi del coro islandese. In “Music in the Air” le voci, sempre manipolate magistralmente ed ottimamente incorporate nelle strutture che le accompagnano, si muovono misteriosamente ed in modo religioso fluttuando sopra un morbido tappeto sintetico qua e la scosso da qualche piccolo sobbalzo rumoristico. In “Violet Monumental I”, più scura e inquietante, i loops vocali si fanno più convulsi ed alieni creando una certa suspense, anche qui il tappeto sonoro risulta morbido muovendosi poco e sinistramente, a tratti palpita percussivamente o rumoreggia nell’amalgama con le voci. Nell’intensa e glaciale “Castrati Stack” il coro si fa più sacrale tra belle aperture Drone, intermittenze e synth che finiscono con l’assorbire tutto per portarci all’avvolgente “Voice Crack” dove angelico vola su chitarre Glitch, synth e clavicembalo che vanno a costruire una contrastante soluzione ambientale. Nella conclusiva “Black Phase” le voci del coro islandese pur risultando ancora arrangiate in modo etereo danno un esito diverso, una sensazione più forte di disperazione come di severità riuscendo così ad offrire non solo anima ma anche ulteriore corpo al lavoro distorto e minaccioso dei feedback chitarristici, dell’organo e dei synth.
Alle strutture impregnate di religiosità con risultati talvolta veramente suggestivi e capaci di mettere l’ascoltatore in contatto con le proprie profondità degli episodi in cui è presente il coro fanno da contraltare movimenti per macchine e strumenti che non sempre realizzano a pieno il loro potenziale o che risultano fin troppo frammentati e lopatinizzati (“Bijie Dream” e “Live Leak Instrumental”).

Il disco è sì coinvolgente, magistralmente sfocato (come la copertina ben descrive), celestiale, malinconico, come tutti i lavori del Nostro possiede una propria emotività ma risulta nel complesso meno incisivo di quanto ci si possa attendere da Hecker. È come se questa tavolozza sonora più ricca e aperta e capace di donare questo spazio così esteso per muovere l’esplorazione finisca per essere fin troppo ampia andando talvolta a nuocere sul flusso dell’opera. In ogni caso questa amorevole e malinconica riflessione sulla condizione umana ha dei grandi picchi d’intensità e narcotica, allucinata, umana e ultraterrena ci mostra un Tim Hecker che rinnovandosi senza snaturarsi (con buona pace di chi vedeva nel passaggio in 4AD la vendita dell’anima al diavolo) si tuffa definitivamente nell’infinito facendoci sin d’ora aspettare con grande curiosità il suo prossimo passo.

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Tortoise – The Catastrophist

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E così dopo sette anni, pubblicando un lavoro che ha radici più lontane di quanto si possa pensare, ritornano i Tortoise. Correva infatti l’anno 2010 quando Chicago, la città dei nostri, commissionò al gruppo la realizzazione di una suite che rispecchiasse l’identità Jazz del luogo; furono così composti cinque temi (una suite in cinque movimenti) su ognuno dei quali lavorò un diverso ospite dell’ambito jazzistico del posto. Quei cinque temi, che erano poco più che bozze a cui aggiungere improvvisazioni, si sono col tempo trasformati ed evoluti (il tutto rivisto in chiave, e quindi complessità, Tortoise) in buona parte dei brani che compongono The Catastrophist. Si tratta di un lavoro che per certi versi potrebbe arrivare da ancora più lontano; il disco, infatti, seppur con qualche novità anche totalmente inattesa, sembra uscire dal periodo che trascorse tra TNT (1998) e Standards (2001) e, per quanto risulti leggermente inferiore al primo, suona nettamente meglio del secondo. Le novità inattese sono due brani cantati, anche se in realtà il canto dalle parti dei Tortoise era già passato con due dischi (The Brave and the Bold con Bonnie ‘Prince’ Billy, ed In the Fishtank 5 con The Ex, entrambi registrati in tre giorni), ma è la prima volta che lo troviamo in un lavoro firmato esclusivamente a loro nome, e soprattutto è la prima volta che funziona, sarà che per la precisione certosina dei nostri registrare in qualche anno anziché in qualche giorno fa una certa differenza. Il primo dei due brani in questione è la cover di “Rock On” di David Essex, brano del 1973, un Dub Rock piuttosto minimale e particolare vista l’assenza della chitarra, che in mano ai ragazzi di Chicago, seppur rimanendo molto fedele all’originale, diviene ancor più ipnotico grazie ad una godibilissima sezione ritmica; a dare voce al pezzo troviamo Todd Rittmann degli U.S. Maple. L’altro cantato presente è invece un brano originale, “Yonder Blue”, nel quale alla voce troviamo Georgia Hubley degli Yo La Tengo, e qui i Tortoise ci spiazzano ancor di più perchè questo brano è addirittura una ballad, una crepuscolare ballad Lo Fi, al forte profumo di Pop datato, il cui ascolto ideale si avrebbe in un fumoso bistrot parigino. La prestazione del combo è più che soddisfacente anche in “Shake Hands with Danger” dove sembra si incontrino un’orchestra gamelan ed un gruppo Fusion, l’arrangiamento è come sempre perfetto, la classica tensione Tortoise, che spesso risulta essere troppo statica e di maniera qui riesce a trovare una buona visceralità. Altri brani ben riusciti sono “Gesceap”, primo singolo estratto, ascoltabile da un paio di mesi abbondanti, brano narcotico, quasi dissonante, minimale, nel quale vediamo la musica d’avanguardia abbracciare le armonie degli Stereolab e dei Broadcast (presenze percepibili anche in altri brani), “The Clearing Fills”, un’ipnotica sospensione Ambient Jazz con finale dronico, “Hot Coffee”, un Funk rallentato e sintetico, dove oltre ad un’ottima linea di basso si trovano godibili graffi chitarristici, e la conclusiva “At Odds with Logic”, desertica e cinematografica. Come sempre, escludendo i primi due meravigliosi lavori della band, non mancano brani che soffrono troppo di manierismo, di immobilità, brani nei quali la tensione creata riesca a liberarsi portandoci la scossa, il graffio, la visione. In ogni caso, dopo i primi due lavori non proprio eccelsi degli anni zero, i Tortoise confermano i progressi che già sul precedente Beacons of Ancestorship si erano fatti sentire, probabilmente migliorandoli ancora, con un disco che ha sicuramente bisogno di più ascolti e come sempre, trascendendo i generi, si sottrae a facili catalogazioni.

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Nagasaki mon amour || Dieci artisti giapponesi che dovreste conoscere

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Janek Schaefer – World News

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Le quattro tracce che mettono insieme World News sono il logico seguito degli studi dell’architetto Janek Schaefer circa la correlazione tra suono, spazio e luogo. Le sue opere, le sue performance, fanno il giro del mondo, dal Tate Moderne di Londra all’Opera di Sidney ed è dunque evidente che, un lavoro complesso come questo, non possa essere visto sotto l’apparenza di una lineare creazione musicale. La tracklist è composta di suoni captati, glitch, rumori di fondo e voci narranti che raccontano il mondo prendendo spunto da diversi quotidiani internazionali del periodo 03 maggio / 10 maggio 2014 generando una scultura multiforme fatta di collage concreti nell’estetica ma profondamente claustrofobica, raccolta e irregolare. Un modo di produrre Elettronica sperimentale staccandosi totalmente dal concetto stesso di Elettronica, smantellando la comune concezione di musica che qui diventa solo uno degli elementi di qualcosa più grande, il tutto, però, restando fortemente ancorati alla drammaticità del reale e non lavorando esclusivamente nell’astratto. È davvero complesso, per i meno attenti a questa scena fatta d’indagine estrema, godere appieno di un disco come World News e nello stesso tempo è difficile giudicare un album, anzi un’artista, che non fa certo del Lp il suo principale strumento di divulgazione delle proprie idee. Tuttavia, ci sono diversi fattori che mi aiutano a non collocare questa tra le migliori opere realizzate da Janek Schaefer, dalla durata ridotta del disco che non permette una corretta assimilazione dei concetti sofferenti racchiusi nello stesso, fino alla scelta dei suoni a tratti fin troppo piatti e monotoni. L’obiettivo apparente di questo World News può assimilarsi a quello di Alku Toinen, altra opera dello stesso genere e di un artista, Padna, della stessa etichetta (Rev Laboratories) ma la tensione nervosa suscitata da quest’ultimo era decisamente più convincente rispetto al disco che analizziamo oggi, il quale resta d’indubbio valore ma di certo indietro rispetto alle altre produzioni dello stesso Schafer. Il tutto con la consapevolezza che certe cose possano acquistare un pregio aggiunto, se diffuse in ambienti più dedicati e adatti rispetto alle quattro mura di casa.

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Lourdes Rebels – Snuff Safari

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La sola visione della fenomenale copertina vintage di Snuff Safari è capace di evocare suggestioni fuori dal tempo anche se ben collocabili in uno spazio circoscritto. Un po’ la stessa cosa che accade con le pellicole di Quentin Tarantino, specie nelle sue produzioni estreme come Grindhouse o Machete. Se osate anche voltare e sbirciare il retro non saprete più a quali convinzioni aggrapparvi di fronte al primo piano di un cavallo dall’occhio turbato. Superata la destabilizzazione emotiva innescata dalla contemplazione dell’artwork, opera di Luigi Bonora, l’unica via di scampo per la nostra serenità d’animo parrebbe essere l’ascolto ma riconosceremo presto che questa strada è solo un altro contorcersi nella follia.

Dietro il nome Lourdes Rebels si cela il duo parmigiano concepito dallo stesso Bonora e da Rodolfo Villani. Partendo dal progetto solista di Bonora per poi divenire coppia a nome Milkane e Fuck-hyrya, nel 2012 giungono all’attuale Lourdes Rebels, nome ispirato dai letterati francesi Huysmans e Zola (del primo si ricordi Le Folle di Lourdes e del secondo Viaggio a Lourdes) e dal film Lourdes di Jessica Hausner. La conseguenza di questa nuova fusione tra le due menti e del loro lavoro Electronic Freak è appunto Snuff Safari, opera musicalmente sarcastica in due tempi e sette brani la quale mette insieme schiamazzi animaleschi come i ruggiti suggeriti dalla cover, suoni retrò, ritmiche e melodie psichedeliche, voci confuse e lontane che solo raramente accennano veri canonici canti; e poi tastiere distorte, sampler, chitarre elettriche, drum machine e microfoni filtrati, tutto a costruire un sound soffuso e caotico che, pur dando l’idea di echeggiare da una realtà parallela, celebra in maniera decisa atmosfere orientali ed esotiche.

Una sorta di pastiche mistico e sensuale che, per certi versi, si lega all’ultima opera dei C’mon Tigre e che riconduce alla parte spirituale ricordata dalla citazione cattolica nel nome stesso della band. Tuttavia, l’aura trascendentale è essa stessa avvolta in un’ironia granitica e brutale, svelata del resto anche da quel termine, Rebels, che da un lato sbeffeggia simpaticamente gli amici Abraxas Rebels e le gang motociclistiche anni Settanta, dall’altro fa riferimento alle “condizioni di ribelle” in cui si trova un credente nei miracoli “all’interno della nostra società capitalistica e liberale”. Snuff Safari è opera complessa nella forma e nella sostanza, sperimentale e di difficile collocazione ma nello stesso tempo è in grado di concedersi con facilità a un ascolto più leggero, grazie alla capacità di generare situazioni soniche alternativamente distensive e veementi. Un biglietto da visita a prima vista indistinto in un vortice di colori e per questo affascinante per tutto il fertile mondo dell’Elettronica sperimentale italiana.

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Anthony Cedric Vuagniaux – Le Clan des Guimauves

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Il multistrumentista, musicista e compositore svizzero (Ginevra) Cedric Vuagniaux, alla soglia dei trentotto anni confeziona la sua opera più matura sempre nel pieno rispetto di una passione innata per la strumentazione vintage elettronica ed etnica che l’ha portato già all’età di sei anni a realizzare le prime registrazioni. Le Clan des Guimauves è opera dal sound sperimentale e profondamente tradizionale al tempo stesso che ha il sapore d’un pomeriggio assolato d’aprile trascorso in un Café di Ginevra a prendere in giro i passanti. Nella sostanza, è la colonna sonora ideale d’una grottesca pellicola di fine anni sessanta che narra, musicalmente, le avventure di una gang di gitani extraterrestri smarriti sul pianeta terra, le cui particolarità fisiche sono l’avere un grande naso e sette dita nel piede sinistro (vedi cover) e la cui riunione avrà lo scopo di cercare un senso onorabile alla libertà.

Alla sua nona uscita (singoli inclusi) da Souvenirs Elettroniques, esordio del 2011, Vuagniax mira a obiettivi più ambiziosi per sé e per la sua etichetta Plombage Records eppure Le Clan des Guimauves riuscirà ben poco a stupirvi e appassionarvi, vuoi per un utilizzo poco coraggioso della materia prima elettronica, vuoi per le abbozzate e poco incisive incursioni delle più svariate strumentazioni tradizionali e folkloristiche.

Alla fine, sarà dura immergervi in quella surreale storia di alieni che dovrebbe essere il cuore del disco nonostante l’uso sporadico d’un esplicativo Spoken Word in francese e se quello di raccontare una storia, rendervi parte della stessa, era l’obiettivo primario come suppongo, dispiace dirlo ma questo non è affatto un centro pieno.

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Inutili – Unforgettable Lost and Unreleased

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Sono passati poco più di sei mesi da quando vi ho parlato dell’ultimo album di questa folle band abruzzese e ora eccoci presto a fare di nuovo i conti con loro, gli Inutili. Se quel disco era un piccolo capolavoro in due parti, questa volta siamo davanti a qualcosa di ben diverso, più nella sostanza che nella forma a dirla tutta. Unforgettable Lost and Unreleased è una raccolta di brani registrati tra il 2012 e il 2013 e che dunque abbandona la formula delle lunghe suite sperimentali. Si tratta di una collezione di nove brani che può essere considerata come il meglio dei primi Inutili, prima dell’abbandono del bassista Giancarlo Di Marco e rappresenta anche uno strumento ideale sia per cominciare ad approcciare la loro musica non certo easy listening per chi non avesse avuto il piacere di imbattersi già nelle loro registrazioni e sia un valido espediente per godere appieno il processo evolutivo della formazione teramana, per quelli che hanno cercato di seguirne le gesta artistiche con puntuale curiosità.

Il suono è una miscela di Heavy Psych, Blues e Rock sperimentale, senza cantato, che riesce a suonare tanto plastico, avvolgente (“Untitled”) e beffardo (“Mechanical Lady”) quanto meditativo, sfruttando suoni, ritmiche e riff propri della migliore psichedelia d’annata (“Bangkok”) con una strana nebbia nipponica ad avvolgere il tutto, tanto che i parallelismi con Rallizes Denudes e ancor più Flower Travellin’ Band (sarà un caso che sia gli Inutili che questi ultimi abbiano chiamato un’opera Satori?). Oltre a questo, non manca il Blues riletto sempre in chiave lisergica (“Nicotine”) tanto presente quanto la ruvidezza dello Psych Noise (“Noise Again”) vero punto di forza della formazione e caratteristica primaria che li ha resi una delle più straordinarie scoperte fatte negli ultimi tempi nell’underground della penisola. Strane assonanze in “No Name Science” con i ben più mediterranei C’mon Tigre qui quasi omaggiati dalle chitarre fluide ed esotiche pur se con notevole dose di schizofrenia psicotica. Accenni di Stoner nella parte centrale dell’album (“Radon”) anticipano uno dei pezzi più riusciti, la delirante “The Monarch Must Die” che è il perfetto riassunto di quanto di meglio gli Inutili abbiano da offrire. A chiudere l’album, un trionfo di surrealismo chitarristico degno d’incubi tanto incredibili da affascinare più che spaventare si staglia su un basso mantrico e poderoso da farvi vibrare ogni centimetro del corpo.

Unforgettable Lost and Unreleased è l’ennesimo ottimo lavoro di una band che non smette mai di stupirci per l’incredibile capacità di rileggere il passato senza suonare anacronistica. Inutili, se volete, come tutte le cose che ci fanno innamorare veramente.

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C’mon Tigre – C’mon Tigre

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Non sono trascorsi molti giorni da quando ho ascoltato il primo singolo dei C’mon Tigre e circa gli stessi da quando ho ammirato il videoclip di “Federation Tunisienne de Football”, animato dal pittore Gianluigi Toccafondo, perfetta resa video dello spettro caleidoscopico del collettivo, progetto dalle mille anime che mette al centro il crocevia culturale del bacino mediterraneo. Da quel primo contatto, tanta è stata la curiosità su come avrebbe potuto mutare la musica in un contesto full length e dunque, avere ora la possibilità di origliare l’album autoprodotto, è qualcosa che mi stuzzica particolarmente.

Il sound dei C’mon Tigre è una mescolanza di Funk, Jazz, World Music, Rock, Afrobeat tutto in chiave sperimentale e libera da ogni schema di sorta. Difficile tracciare dei paragoni mentre più agevole è viaggiare per immagini, data la natura inebriante, seducente e stimolante di tanta ostentata vena creativa. L’uso di riff ossessivi su ritmiche cadenzate e chitarre fioche che dipingono melodie dal sapore mediorientale e le mirabili illustrazioni esotiche collaborano a creare un’atmosfera vagamente psichedelica e cinematografica. I tredici brani composti dal duo C’mon Tigre e arrangiati con la partecipazione di artisti di tutto il mondo (Jessica Lurie, Henkjaap Beeuwkes, Pasquale Mirra, Ahmad Oumar, Enrico Fontanelli, Danny Ray Barragan, Eusebio Martinelli, Dipak Raji, Rocco Favi, Paolo Berluti, Malik Ousmane e Simone Sabini) divengono un’ideale colonna sonora per un film astratto che vi vedrà protagonisti dentro sceneggiature afro, tra scene di sesso bollente, sudato, sabbioso, baldacchini e profumi sinuosi che avvilupperanno la vostra mente mentre le parole raccontano tutt’altra storia, fatta di calcio e di Africa; anzi tante storie diverse. Il Mediterraneo al centro di tutto ma innumerevoli contaminazioni che sviscerano e strappano il sound di questo debutto omonimo da ogni possibile catalogazione; allo stesso modo, due forze sono quelle che hanno creato tutto questo eppure tanti sono i volti che potrete riconoscere seguendo i tredici brani. Alla lunga, gli oltre cinquantasette minuti potranno anche stancarvi, forse risultando eccessivamente ripetitivi ma l’esperienza d’ascolto di questo C’mon Tigre sarà talmente intensa da somigliare più a un rapporto sessuale che ad altro, a quel tipo di pratica nel quale cinquantasette minuti possono sembrare anche sette ore, per l’intensità e il trasporto che generano. Quello che posso augurarvi è che, il tredici ottobre, data di uscita ufficiale, possa fare ancora abbastanza caldo da ascoltare tutto, da “Rabat” a “Malta”, avvinghiati alla vostra amata, sudando sotto un sole brillante come il Mediterraneo.

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Inutili – Music to Watch the Clouds on a Sunny Day

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La band abruzzese sembra avere tutte le carte in regola per prenderci per il culo amabilmente. Si parte dal nome che mette le mani avanti su ogni possibile critica circa l’importanza storico-evolutiva, in ambito musicale, della formazione teramana e si finisce al titolo dell’Ep che certo nulla lascia presagire dell’armageddon sonico che ci aspetta, suggerendo atmosfere eteree e sognanti, rilassanti e quiete piuttosto. Il lavoro, che viaggia per le strade della psichedelia, del Lo-Fi estremo, dell’improvvisazione e del Krautrock più classico e audace, si costruisce su due pezzi. Il primo, come suggerisce il titolo stesso (“Fry your Brain”) è un lungo crescendo lisergico e psicotico attorno ad una martellante linea di basso, nei pressi della quale si avvolgono distorsioni disturbanti, glitch e droni nevrotici (al minuto quattro e trenta secondi pare ascoltare una notifica di facebook e c’è il rischio che non si tratti di uno scherzo delle mie orecchie) che disturbano quella che è l’atmosfera estatica che vorrebbe fare da nucleo a tutti i circa diciannove minuti che formano la prima parte. Il lato B (“Drunk of Colostro”) cambia completamente le carte in tavola. Si resta immersi in quell’aura di psichedelia stupefacente (in tutti i sensi), dal sapore molto Rallizes Dénudés e l’incalzante e meccanica linea di basso continua a fare da protagonista ma ora attraverso strade più caotiche, fatte di Blues e Funky, una maggiore varietà stilistica ma la stessa capacità di ammaliare e rapire e trasportare in una realtà e in un’epoca che non trova collocazione alcuna nella storia, ma che viaggia come su di un’esistenza parallela, simile e diversa al tempo stesso. Un lavoro che pare ispirarsi molto non solo alla tradizione classica occidentale dei 60 e 70 ma che pesca a piene mani nel mito di Mizutani Takashi per provare a rielaborare in chiave ancor più devastante e aggressiva quelle suggestioni disastrose, vulcaniche, elettriche, più pesanti di una morte in famiglia.

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Swans – To Be Kind

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Trent’anni e non sentirli. Incredibile ma vero: gli Swans si sono formati nel lontano 1983, quando, tra le vie newyorkesi, spopolava il movimento No Wave. In queste decadi i musicisti che hanno ruotato attorno al vero deus ex machina della band, Michael Gira, sono stati numerosissimi, tutti con uno stile proprio che andava ad aggiungere un qualcosa di personale alla musica del gruppo. Tra loro spicca sicuramente la fantomatica figura dell’ammaliante Jarboe, esile nell’aspetto eppure per nulla intimorita nel confrontarsi con i catacombali Neurosis, creando quel capolavoro che risponde al nome di Neurosis & Jarboe, nell’ottobre del 2003.

To Be Kind è, a dirla tutta, il terzo album della seconda vita discografica degli Swans, tornati nel 2010 con My Father Will Guide Me Up a Rope to The Sky, dopo ben 14 anni di assenza. Nonostante questo, il sound non ne ha minimamente risentito: anche quest’ultimo disco non si discosta dai predecessori e il crescendo claustrofobico di “Screen Shot” ce lo dimostra subito, nel suo incedere martellante. Ci trasmettono ansia, un’ansia che provoca dipendenza, che ci invoglia a tenere all’erta i nostri sensi, pronti all’impatto con gli oltre 12 minuti della successiva “Just A Little Boy (For Chester Burnett)”. La summa massima del disco è la mezz’ora abbondante di “Bring The Sun/Toussaint L’Ouverture”: armonie ipnotiche, litanie malate regolate ad arte come un mantra dal sapore di un rituale d’iniziazione. Forse sarà così, perché dopo “Some Things We Do” (sarebbe adattissima a fare da colonna sonora a un film horror), Gira e soci alzano il tiro, dividendo con un muro virtuale questa parte finale dell’album da quella appena passata. Le due canzoni portabandiera di questa nuova virata sono: “Kirsten Supine”, con l’incantevole voce di St. Vincent ad incastrarsi con quella del singer, proiettando dal nulla una spirale sonora indomabile, e “Oxygen”, i cui ritmi Math fanno da contraltare a uno Sludge Rock molto caro ai Melvins.

Ci hanno abituati bene i nostri amici Swans e con l’intensità di To Be Kind, continuano a camminare sulla retta via tracciata dal precedente The Seer. Tempo addietro Michael Gira affermava che: “I cigni sono maestosi, sono bellissime creature con un cattivo temperamento”. Da amante degli animali dico che il temperamento, buono o cattivo che sia, ci sta benissimo purché questi siano i risultati. Lunga vita ai cigni.

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Current 93 – I Am the Last of All the Field Fell (Disco del Mese)

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Chi è David Michael Baunting, più comunemente conosciuto come Tibet? Un filo nazista alla ricerca di Agarthi, un nomade errante nel deserto del Gobi o un esperto di occultismo dedito a riti magico-sessuali degni del suo massimo ispiratore Alex Crowley? David Tibet è un mutante poliforme, che più volte ha cambiato pelle nel suo trentennale percorso iniziato da quel maelstorm esoterico che è Nature Unlived,vera liturgia iconoclasta di Industrial dal sapore magmatico. Oltre all’innegabile valore artistico della sua intera opera, gli va riconosciuta la grandezza come uomo in quanto tale, pieno di limiti e per nulla perfetto, che si interroga fino all’ossessione sulle sorti di un’umanità che assume  sempre più i colori e la bizzarria di un quadro di Bosch. Ed eccolo ancora oggi,come Giasone alla testa dei suoi sempre diversi Argonauti (lui unico deus-ex machina del marchio Current 93), ci trascina in un’opera nera come la pece dantesca ed eterea fino alla rarefazione in egual misura.

Accompagnato in questo I Am the Last of All the Field Fell da musicisti d’eccezione, partendo da Jack Barnett dei These New Puritans (organo, sound design, voce), Tony Mc Phee (chitarra), John Zorn (sax), fino al commovente duetto finale con Re Inchiostro. Con “The Invisible Church” il percorso iniziatico si svela con il piano solenne e la chitarra sbilenca che accompagna i salmi drammatici di Tibet bilanciati angelicamente da Bobby Watson dei Comus; arcangeli e diavoli danzano tediosamente in una tregua epocale. Il clima si fa più teso, in “These Flowers Grey” è Zorn a far da padrone con i suoi tocchi ora rabbiosamente Free ed isterici, ora deliziosamente morbidi e malinconici, regalando sacralità a tutto l’album. Il dolore lo attraversa come un dardo lanciato da una balestra, lasciando brucianti ferite emotive colme di contraddizioni e dubbi lancinanti; ciò rende grossolana e superficiale ogni catalogazione dei singoli brani. Non resta che ascoltare e lasciarsi trascinare da Tibet con i suoi cerimoniali arcani, attraverso un percorso di abisso e redenzione che in anni così disumanizzati commuove.

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